Su Netflix: La ballata di Buster Scruggs, dei fratelli Coen

La_Ballata_di_Buster_ScruggsDove spira vento di western, trovate me. Se a dirigerlo sono i fratelli Coen, lancio il cappello in aria e lo faccio ballare a suon di revolver. Quindi, non per bullarmi con chi non ha Netflix ma io questo film l’ho visto appena lo hanno caricato a catalogo, con inesprimibile gioia nel cuore. Non starò a cantare le lodi di Joel e Ethan Coen perchè li amate anche voi; sì, punto tutto sul piatto a occhi chiusi, li amate tanto quanto li amo io, questa coppia di fantastici giocolieri sospesi tra i gusti del pubblico popcorn e le pulci della critica, in grado di accontentare tutti senza perdere un grammo di qualità. La loro scelta di saltare le sale per distribuire direttamente su piattaforma questo film a episodi ha fatto parecchio discutere, fin dall’anteprima al Festival di Venezia nella succulenta edizione di quest’anno. Lasciando all’opinione di ciascuno la spinosa questione generale (lo streaming sta distruggendo il cinema o lo sta semplicemente trasformando?), nello specifico il format adottato dai due registi per questo film si attaglia senza particolare rammarico alla visione casalinga.

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Diviso in sei distinti episodi totalmente autonomi, il film si sfoglia come le antologie western di buona tradizione, con l’inquadratura sulla pagina di un librone illustrato all’inizio di ogni segmento narrativo. Si tratta di quelle vecchie edizioni di prestigio, dove le illustrazioni con didascalia venivano protette da una pagina di carta velina. Già con questa modesta trovata il cuore di chi ha un debole per il good old vintage viene conquistato, sentendo lo stesso calore dentro che potrebbe suscitare un trenino ACME o un manuale delle Giovani Marmotte (se non un film di Wes Anderson). Il primo episodio vede il pistolero Buster Scruggs (Tim Blake Nelson) far valere la sua eccezionale bravura con il linguaggio forbito e le sue colt ai danni dei buzzurri caricaturali che immancabilmente i nostri Coen ci presentano in tutto il loro brutale, rozzo splendore. Come in una favola esopica, il bianco caballero canterino non avrà avversari degni finchè non si fiderà troppo di sè stesso e della propria scaltrezza. Il cinismo dei favolosi fratelli del Minnesota esce subito allo scoperto in tutta la sua eleganza imprevedibile, cattivo eppur leggero, una serpe accovacciata in un batuffolo d’ovatta.

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Il secondo episodio vede un rapinatore solitario impersonato da un simpatico James Franco un po’ messicanizzato al trucco e con il tic all’occhio, alle prese con una banca nel bel mezzo del nulla, presidiata da un buffo, inquietante impiegato interpretato dal caratterista Stephen Root. Anche qui c’è un irresistibile gusto del grottesco, dell’assurdità del caso che gioca coi mortali come il gatto con il topo. L’accidentalità è un elemento forte del cinema dei Coen, irrompe come una macchia di inchiostro sopra un bel disegno pulito e definito, lasciando lo spettatore spaesato e divertito. Più intimo e dolente è il terzo quadretto di questo caleidoscopio, in cui un taciturno Liam Neeson porta in giro il suo baraccone con l’ attrazione freak, un attore senza braccia e senza gambe interpretato dall’ottimo Harry Melling (volto noto ai potteriani come il capriccioso e obeso Dudley, cugino del maghetto). Tutto gioca sul contrasto tra la tremenda menomazione e l’abbondante eloquio di scena, così come quello tra un pubblico di villici barbuti seduti sui barili e la raffinatezza del teatro; c’è una strana intesa tra i due soci che non si rivolgono mai la parola direttamente, una intesa rudimentale, un do ut des talmente concreto e scevro di ogni sentimentalismo da lasciare spazio a ogni possibile epilogo. E dove c’è uno spiraglio aperto, la crudeltà non tarda a infilarsi, fredda e spiacevole.

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Tutto sembra creare le premesse per il quarto episodio che mette al centro un sontuoso Tom Waits nei panni di un vecchio cercatore d’oro appena giunto in una valle incontaminata. Proprio quando ti senti preparato ad attendere una freccia avvelenata, ecco che questi folli geni dietro la macchina da presa cominciano a giochicchiare con le aspettative dello spettatore. Un panorama idilliaco da Bambi con fiumiciattolo tortuoso da mondo di Oz, un diorama fiabesco volutamente fasullo (ed ecco come un cervo disegnato in un pacchiano digitale possa venir utilizzato apposta per la sua evidente, impacciata incoerenza visiva: geniale!) non fa che alimentare il sospetto nello spettatore: ok, ora gli becca un infarto. Ok ora accade qualcosa. Sta a vedere che casca, annega, c’è un agguato. Tutto è possibile e niente è come te lo aspettavi. Stupenda la prova di Waits, che ricorda Walter Huston ne Il tesoro della Sierra Madre, l’elemento più autentico in questa confezione verde brillante che fa il verso agli angoli di bosco ricostruiti in studio, con rami di abete che sembrano gli alberi di Natale del supermarket. Ho semplicemente adorato questo racconto. Ma anche l’episodio successivo non è da meno; in una carovana di pionieri una giovane donna (Zoe Kazan, ma quanto è brava ed espressiva!) segue il fratello dietro la vaga promessa di un matrimonio con un di lui socio, ma trovatasi nella condizione di damsel in distress trova il valido aiuto di un cow-boy senza macchia (Bill Heck) e del suo burbero socio (uno strepitoso Grainger Hines). Qui mi fermo e non vi svelo nulla, se non che vi ritroverete come al solito a ridacchiare a denti stretti (o a bocca aperta, a seconda di quanto siete sensibili ai colpi di scena coeniani).

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L’ultimo episodio è il più fiacco, ricorda molto The Hateful Eight rievocandone le atmosfere di mistero e i verbosi dialoghi dentro a una diligenza (con tanto di cadavere sul tetto, proprio come il western di Tarantino). In questo caso l’effetto sorpresa non regge forse più, una corda troppo tirata per un risvolto finale piuttosto prevedibile. Del resto c’è poco da far medie: questo film non ha una sua unicità narrativa, sono proprio sei quadretti messi uno a fianco all’altro. L’unico vero collante sono le bellissime musiche tra ballate tradizionali e alcune divertenti composizioni originali di Carter Burwell. Credo che anche questo “piccolo tradimento” dei canoni del lungometraggio possa aiutare il film a passare indenne la mancata proiezione in sala: La ballata di Buster Scruggs resterà sempre un elemento un po’ laterale della filmografia dei Coen, una allegra, deliziosa sbandata nonchè un omaggio a quel modo antologico e pittoresco – da Reader’s Digest – di trattare il mito della frontiera.

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La ballata di Buster Scruggs (2018, USA, 133 min)

Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Joel e Ethan Coen

Fotografia: Bruno Delbonnel

Musiche: Carter Burwell

Interpreti principali: Tim Blake Nelson (Buster Scruggs), James Franco (rapinatore solitario), Liam Neeson (impresario), Harry Melling (attore), Tom Waits (cercatore d’oro), Zoe Kazan (Alice), Bill Heck (Mr. Knapp), Grainger Hines (Mr. Arthur)

13 pensieri riguardo “Su Netflix: La ballata di Buster Scruggs, dei fratelli Coen

  1. Anche a me è piaciuto molto, i Coen hanno la sfiga di dover sfornare solo capolavori, altrimenti vengono considerati dei falliti dal pubblico, questo film davvero rende omaggio ai Reader’s Digest western, dici benissimo, l’episodio con Tom Waits è ottimo, così come quello con Zoe Kazan che inizia piano, e finisce alla gande 😉 Cheers!

  2. Pensa che l’ho visto già due volte. L’ho amato. Mi ha fatto davvero impazzire. I Coen un attimo prima prendono in giro gli stereotipi del cinema western, l’attimo dopo invece ti piazzano alcune sequenze di puro cinema classico tra le più belle che abbia mai visto negli ultimi anni. L’episodio The gal who got rattled è puro cinema. Forse avrei fatto a meno dell’ultimo episodio e avrei allungato gli altri. Ad ogni modo è stata una vera sorpresa, anche se le aspettative con i Coen sono sempre altissime.

    1. Ma chissà perchè poi l’ultimo episodio è così meh, sembra davvero un riempitivo per concludere. Boh magari a qualcuno è piaciuto non so.

      1. Conoscendo i fratelli Coen avranno voluto prendersi gioco di qualcosa e giocare un po’ con delle citazioni o significati nascosti che solo loro sanno 😂

  3. ottima recensione, non potevi fare di meglio… Anch’io l’ho visto subito (avendo Netflix) e devo dire che mi ha soddisfatto in pieno ( a parte l’ultimo episodio, come hai ben sottolineato), giusto per dimostrare che lo spessore dei “fratelli” è sempre superiore alla media. Ironico, amaro, a tratti grottesco, ma sempre con un retrogusto di poesia veramente unico (!)

  4. eccomi, reduce dalla visione e, soprattutto, dalla stipula di un abbonamento con Netflix (ho finalmente rotto il tabù proprio grazie all’ultima fatica dei Coen)…
    che dire: il loro cinema è sempre meraviglioso, che siano film minori o opere consacrate…
    ovvio che il loro capolavoro western è stato e resterà No Country for Old Men, però quest’opera si inserisce nella loro filmografia fornendo l’ennesima dimostrazione della loro bravura e della precisione della loro cifra stilistica…
    il primo episodio mi ha fatto sbellicare (un po’ Ladykillers, un po’ spaghetti western, con un Tim Blake Nelson esilarante)… poi c’è un crescendo che porta – come giustamente hai fatto notare – all’episodio clou del cercatore d’oro, con un Tom Waits davvero eccezionale!!
    vero anche che un film così probabilmente sta meglio in tv che al cinema, essendo, in fin dei conti, un ibrido tra un lungometraggio e una miniserie con episodi autonomi…

  5. Fino agli anni 70 inclusi, in ogni parte del mondo c’erano sempre almeno 2 film western in cartellone: uno americano e uno “autoctono.” Poi la morte di John Wayne in America e la scoperta di nuovi filoni in tutti gli altri paesi decretarono il declino inesorabile del genere, che tutt’oggi può contare su un pubblico molto ristretto: la maggior parte degli spettatori i western non li guarda per principio.
    Tuttavia, negli ultimi anni questo genere ci ha regalato alcuni titoli davvero fenomenali: Django Unchained, The Hateful Eight, Sweetwater, Jane got a gun, Hostiles – Ostili, Woman Walks Ahead, Nella valle della violenza, Lo straniero della valle oscura… certo, ci sono stati anche dei western di indescrivibile bruttezza (The Homesman e Un milione di modi per morire nel West), ma se qualche anno fa ci avessero detto che di lì a poco sarebbero usciti almeno 10 western ad alto budget ci saremmo fatti una colossale risata.
    Buona parte del merito di questa rinascita del western va, oltre che a Tarantino, proprio ai fratelli Coen: infatti furono loro ad avviarla nell’ormai lontano 2011, quando il loro remake de Il Grinta ebbe uno straordinario successo di pubblico (era costato 38 milioni e ne incassò 252).
    Adesso hanno concesso il bis: la mia sensazione è che si tratti di un film meno suggestivo rispetto al loro western precedente, ma lo guarderò di sicuro, se non altro come forma di gratitudine per aver resuscitato un genere che amo moltissimo e che perfino un appassionato come me dava ormai per morto.

  6. Ok, ok… sono episodi, quindi non un vero e proprio lungometraggio dei Coen… ma questo vuol dire che non potrò vedermi un prodotto dei Coen al cinema?

    Questo rafforza il mio odio verso Netflix!!!

Commenti

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