Cronache semiserie dal Torino Film Festival – con la top20 dei film di Powell & Pressburger

Prendersi una settimana di ferie per rinchiudersi nei cinema. Svegliarsi alle 7 anche il sabato e la domenica per vedere film. Insomma: quello che per un cinefilo è una medaglia da appuntarsi al petto e che per il resto dei comuni mortali è una manifestazione di squilibrio psichico.

Il Torino Film Festival è tornato ad essere british. Del resto la direttrice del festival, Emanuela Martini, è un’esperta di cinema inglese ed erano passati ben sei anni dall’ultima retrospettiva in salsa britannica, quella su Joseph Losey del 2012 (direttore del festival era Gianni Amelio, con la Martini suo braccio destro). Stavolta la “retro” è toccata a Powell & Pressburger (di seguito P&P), binomio di primo piano del cinema d’oltremanica e, in generale, degli anni Quaranta e Cinquanta.

Considerata la propensione al vintage/retrò che mi contraddistingue, il mio Festival è stato quasi esclusivamente dedicato a scoprire/riscoprire le opere di P&P, a scapito di novità, anteprime, ecc. ecc.

Film visti nella settimana (8 giorni): 25. Di cui: 21 dei 24 della retrospettiva P&P; 1 dei 5 scelti dal guest director Pupi Avati per la sezione Unforgettables; 1 filmaccio spagnolo anni Settanta presentato nella sezione After Hours (perché un po’ di serie Z non guasta mai); e poi sì, un paio di novità, che ci sono scappate, giusto per riempire i buchi.

Ma concentriamoci innanzitutto su Michael Powell e Emeric Pressburger, un duo forse poco conosciuto ai più, ma amatissimo dai cinefili, soprattutto grazie alla riscoperta del loro cinema ad opera degli autori della New Hollywood (Scorsese e Coppola in primis) che ridiedero il giusto valore a due cineasti sottovalutati e anche un po’ bistrattati.

Il primo, Powell: inglesissimo, originario del Kent.

Il secondo, Pressburger: ungherese girovago (suo malgrado), emigrato in Gran Bretagna dalla Germania (passando per la Francia) a causa delle leggi razziali.

Fu un altro ungherese naturalizzato inglese, il regista e produttore Alexander Korda, a far conoscere i due, dando vita ad uno dei connubi più importanti del cinema del Novecento.

Inizialmente i due collaborarono con ruoli distinti: Pressburger scriveva (in qualità di soggettista e/o sceneggiatore), con Powell alla regia. L’occhio (Powell) e la penna (Pressburger).

Dopo tre film (e un Oscar, vinto dall’ungherese per il soggetto di 49th Parallel) i due fondarono la loro casa di produzione, The Archers, e iniziarono a firmare congiuntamente le loro opere (quindici in un periodo di quindici anni, dal ’42 al ‘57), per poi tornare a collaborare a distanza di diversi anni (nel ’66 e nel ’72) con gli ultimi due film della coppia che vedranno nuovamente la regia accreditata al solo Powell e la sceneggiatura a Pressburger.

Un totale di venti film.

Un numero troppo ghiotto per non proporre una top20.

E allora non perdiamo altro tempo e cominciamo:

Il ragazzo che diventò giallo (The Boy Who Turned Yellow, 1972)

L’ultimo film della coppia più celebre del cinema inglese (scritto da Pressburger e diretto da Powell) è un mediometraggio realizzato per la tv e destinato principalmente ad un pubblico giovane, viste le sue palesi finalità educative. Una fiaba fantascientifica naif che ha sicuramente il merito di anticipare uno degli schemi che diventerà tra i più ricorrenti del cinema di genere (quello del ragazzino che entra in contatto con una forma di vita extraterrestre), ma che rimane troppo scolastica se vista al di fuori dell’ambito per il quale è stata concepita. Ne Il ragazzo che diventò giallo (The Boy Who Turned Yellow) c’è sì qualche spunto umoristico degno di nota, soprattutto dal punto di vista visivo (l’alieno giallo con gli sci ai piedi e una sirena in testa, oltre alla stessa trasformazione in giallo canarino del vagone della metro su cui sta viaggiando il protagonista), ma è sicuramente troppo poco per avere pretese che vadano oltre la semplice impressione mentale dovuta alla stravaganza di personaggi e situazioni.

La volpe (Gone to Earth, 1950)

Tratto dall’omonimo romanzo di Mary Webb, Gone to Earth (titolo che in italiano diventa La volpe, mutando quello del libro, Tornata alla terra) è ambientato sul finire dell’Ottocento, in Galles, dove una affascinante gitana di nome Hazel vive con il padre e la sua piccola volpe addomesticata, Foxy. La bellezza della ragazza non passerà inosservata e farà innamorare due importanti uomini della comunità, il pastore protestante Edward Marston e il nobile Jack Reddin, che si contenderanno il cuore e la mano della giovane.

Un classico triangolo amoroso condito da un sostrato di mistero che avvolge la figura ammaliante della protagonista, che con la sua eccentricità animalista e la sua capacità di far innamorare uomini autorevoli sembra suggerire un’origine sovrannaturale delle sue virtù.

Nonostante i grandi nomi dietro alla pellicola (produttore esecutivo David O. Selznick, che scelse come protagonista sua moglie Jennifer Jones) il film ebbe all’epoca scarso successo, ma è stato rivalutato da qualche critico che vi ha trovato addirittura uno dei vertici stilistici della coppia. Nonostante qualche spunto interessante e un intenso finale drammatico è difficile concordare con una tale valutazione, a meno di sminuire il resto della ben più ricca e affascinante filmografia degli Archers.

Un racconto di Canterbury (A Canterbury Tale, 1944)

Dal treno diretto a Canterbury, scendono alla stazione del piccolo paesino di Chillingbourne tre giovani: Bob, un soldato americano; Alison, una commessa impegnata nella difesa civile; e Peter, un sergente inglese. Mentre si incamminano per le strade buie del villaggio, uno sconosciuto getta della colla sui capelli di Alison. I ragazzi indagano per cercare di scoprire l’identità di quello che scoprono essere un maniaco seriale che già da tempo imbratta di colla i capelli delle donne della città, rigorosamente di notte.

Thriller a metà tra l’hitchcockiano e l’holmesiano, basato su una buona idea di fondo (che tuttavia riserva il meglio della propria efficacia principalmente nella parte iniziale, per poi perdersi un po’ nella seconda metà), Un racconto di Canterbury (A Canterbury Tale) è l’ennesimo film di Powell & Pressburger ambientato durante il secondo conflitto mondiale. Questa volta, però, la guerra ha una rilevanza soltanto marginale, o almeno così pare, visto l’intreccio da romanzo giallo. In realtà la collaborazione che si instaura tra l’inglese e l’americano – quando ancora doveva compiersi quell’immane ma necessario sacrificio bellico che fu lo sbarco in Normandia – è emblematica di un clima di cooperazione che in quei mesi si solidificava e che veniva cementificato attraverso la settima arte.

Oh… Rosalinda!! (id., 1955)

Dopo il successo de I racconti di Hoffman, Powell e Pressburger proseguono con il filone lirico adattando l’operetta Die Fledermaus (Il pipistrello) di Johann Strauss II. L’ambientazione di Oh… Rosalinda!! viene però spostata nel secondo dopoguerra, in una Vienna occupata dagli Alleati, che la governano a turno.

Sovietici, inglesi, francesi e americani sono i protagonisti di questa commedia degli equivoci, in cui l’omonima protagonista viene prima corteggiata da un soldato americano, un suo vecchio spasimante, poi dal suo stesso marito, il quale, partecipante ad una festa in maschera, non si accorge di avere di fronte a sé sua moglie, alla quale rivela dunque la sua attitudine alle scappatelle coniugali.

Il film non ha la stessa verve del suo predecessore The Tales of Hoffmann, uscito quattro anni prima. Nonostante si opti per una sceneggiatura più semplificata e accessibile, che prevede anche larghi tratti di parlato e non soltanto sequenze liriche come nell’opera tratta da Offenbach, l’efficacia di Oh… Rosalinda!! è inferiore a causa di una serie di fattori, tra cui, in primis, scenografie meno riuscite (e che insistono su una ricostruzione teatrale – e un po’ hitchcockiana, in stile La finestra sul cortile – delle ambientazioni) e un Anton Walbrook che si dimostra decisamente più a suo agio in ruoli drammatici che in quelli da commedia.

Anche in questo caso, come ne I racconti di Hoffmann, quasi tutti gli interpreti sono doppiati per le scene di canto lirico. Forse un’occasione sprecata per il primo (e unico) film in cinemascope della coppia.

So dove vado (I Know Where I’m Going!, 1945)

Semplicità, ricchezza e povertà, emancipazione. Sono i temi di So dove vado (I Know Where I’m Going!), film romantico e insieme drammatico fortemente incentrato sulla protagonista femminile, una donna libera e indipendente che lascia l’Inghilterra per andare a sposarsi con un uomo ricchissimo e molto più vecchio di lei. La Scozia selvaggia è parte di questa continua danza tra felicità e infelicità: siamo nelle Inner Hebrides, le Ebridi interne, in particolare nell’isola di Mull, dove i protagonisti restano bloccati dal maltempo ed impossibilitati a raggiungere Kiloran (Colonsay nella realtà geografica), l’isoletta in cui dovrebbe tenersi il matrimonio e dove un uomo che finisce per innamorarsi (ricambiato) della futura sposa sta tornando per trascorrere un breve periodo di licenza dal servizio militare.

Quinto film co-diretto dalla coppia (l’ottavo in totale, dunque), I Know Where I’m Going! è racchiuso tra una serie di pellicole sicuramente più note e importanti, ed è dunque destinato ad avere impressa l’etichetta di opera minore (sebbene di indubbia suggestione e da alcuni considerata tra le più riuscite degli Archers). Nasceva, del resto, come film di transizione, ideato e diretto nell’attesa che si liberasse il laboratorio del technicolor indispensabile per girare Scala al paradiso.

Memorabili la sequenza dei titoli di testa e quella onirica con le Highlands rivestite di tessuto scozzese (ugualmente suggestive nonostante la fotografia in b/n).

Contrabbando (Contraband, 1940)

Contraband (Contrabbando), secondo film di Powell & Pressburger (ancora divisi nei ruoli, con il primo alla regia e il secondo soggettista e cosceneggiatore), riunisce l’eccellente coppia di attori già presente in The Spy in Black, prima collaborazione del duo anglo-ungherese. Solo che questa volta Conrad Veidt non veste i panni del villain, ma interpreta il capitano Hans Andersen, comandante di una nave mercantile danese ispezionata dagli inglesi durante l’attraversamento della Manica.

Il film uscì nelle sale britanniche nel marzo del 1940 – poco prima che la Danimarca venisse invasa dalla Germania nazista – ed è ambientato negli ultimi mesi del ’39. Gli inglesi, dunque, possono soltanto avanzare il sospetto che il mercantile del capitano Andersen trasporti merci che saranno poi vendute ai tedeschi. Quel che è certo è che nella nave viaggiano due spie che hanno il compito di smascherare un complotto nazista: una di esse è Mrs. Sorensen, interpretata dalla brava e bella Valerie Hobson (che anche in The Spy in Black vestiva i panni di una spia). Anche in Contraband il feeling con Veidt è eccellente ed è uno degli aspetti più riusciti dell’opera.

Efficace mix di war movie, spy story, thriller e noir, Contraband conferma l’efficacia della liaison tra Powell & Pressburger, proponendo uno schema strutturale che sarà ricorrente nella filmografia della coppia: pur non essendo tra i loro film più memorabili, la narrativa è impeccabile e lo stile avvincente, con una fotografia che richiama fortemente le tonalità del noir, approfittando delle atmosfere del coprifuoco londinese dei primi mesi del secondo conflitto mondiale, quando la furia della Luftwaffe doveva ancora abbattersi sulla città.

L’inafferrabile Primula Rossa (The Elusive Pimpernel, 1950)

Tratto dal ciclo di romanzi La Primula Rossa (The Scarlet Pimpernel) scritti nella prima metà del Novecento dalla baronessa Emma Orczy, ungherese emigrata in Gran Bretagna esattamente come Pressburger (ma cinquant’anni prima di lui), il quattordicesimo film della coppia di registi più famosa del cinema inglese è ambientato durante la Rivoluzione francese e, in particolare, nel periodo del Terrore, quando le teste rotolavano a centinaia ai piedi delle ghigliottine, che lavoravano a pieno ritmo per giustiziare aristocratici e veri o presunti traditori della neonata République française. Una misteriosa lega nata Oltremanica e al cui comando c’è un enigmatico personaggio noto come La Primula Rossa agisce nell’ombra contro il regime tirannico, cercando di salvare i nobili sopravvissuti dall’apparentemente ineluttabile destino che li attende. Dietro la maschera dell’inafferrabile ed evanescente difensore dell’aristocrazia c’è l’insospettabile Lord inglese Sir Percy Blakeney, apparentemente dedito a perdere le sue giornate con vari passatempi che condivide con Sua Maestà il Principe di Galles. Quando un magistrato francese porrà le mire su Armand Saint-Just, fratello della moglie di Blakeney, quest’ultimo sarà costretto a uscire allo scoperto.

Il soggetto della Orczy era stato portato sul grande schermo già nel 1934, prodotto da quell’Alexander Korda che cinque anni dopo farà conoscere Powell e Pressburger. Il remake, ribattezzato L’inafferrabile Primula Rossa (The Elusive Pimpernel) avrà meno fortuna del suo predecessore, ma è comunque un’opera godibile e dal ritmo serrato, con un buon David Niven nei panni di un personaggio – dipinto in modo eccentrico e bizzarro – che rappresenta un raro ma efficace esempio (letterario e cinematografico) di eroe reazionario.

Volo senza ritorno (One of Our Aircraft Is Missing, 1942)

Volo senza ritorno (One of Our Aircraft Is Missing) primo film “Written, Produced and Directed by Michael Powell and Emeric Pressburger” (per la neonata casa di produzione degli Archers) è una pellicola che affronta il tema della Resistenza, in quel 1942 che vedeva le sorti del secondo conflitto mondiale ancora fortemente in dubbio. In quella funzione propagandistica di stimolo che ebbe il cinema europeo nel periodo dal 1939 al 1945, si esalta lo spirito dei cittadini olandesi, che nella pellicola aiutano sei piloti della RAF a fuggire dal Paese occupato dai nazisti dopo che il loro aereo è stato abbattuto di rientro dal bombardamento di Stoccarda. Una storia, dunque, che capovolge esplicitamente il soggetto di 49th Parallel, il precedente film della coppia, con cui Pressburger si era aggiudicato l’Oscar per il miglior soggetto. Ed è interessante constatare come un soggetto pressoché identico ma con le parti invertite diventi un modo per fare propaganda con una finalità completamente diversa (stimolare l’intervento di un Paese neutrale in 49th Parallel, incoraggiare la Resistenza in Volo senza ritorno). Senza dubbio, una geniale intuizione dell’ungherese.

Guardando ai nomi presenti nella crew c’è da farsi venire la tachicardia: la fotografia è di Ronald Neame; il montaggio nientemeno che di David Lean. Il cast è corale e ben assortito, senza grandi nomi, ma con un trio di donne che si comporta in maniera eccellente (le donne sono le assolute protagoniste di questa pellicola, incarnando lo spirito della Resistenza): su tutte l’esordiente Pamela Brown, che parteciperà ad altri due film di P&P (tra cui il ruolo en travesti ne I racconti di Hoffman).

Un film che si tiene volutamente lontano dai toni cupi e drammatici, con una leggerezza di fondo che probabilmente costituisce una delle principali ragioni per cui non è entrato nel novero delle grandi opere che trattano il tema della Resistenza.

Il volontario (The Volunteer, 1944)

Con il mediometraggio The Volunteer (Il volontario) Powell e Pressburger furono chiamati a contribuire al reclutamento delle truppe e a tenere alto il loro morale, in primis con una corposa iniezione di autostima per coloro che erano chiamati a svolgere i loro compiti routinari nelle retrovie.

L’attore scespiriano Ralph Richardson replica l’Otello in un teatro londinese. Tra i suoi collaboratori c’è il fidato Fred, un camerinista maldestro e pasticcione, ma che ci mette sempre tanto impegno. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, Fred decide di arruolarsi nella Fleet Air Arm, la componente aerea della Royal Navy. Da inguaribile confusionario, Fred si trasformerà in un tecnico provetto, fino a diventare un eroe di guerra.

Una storia per certi versi scontata e chiaramente esagerata, ma studiata e realizzata molto bene, con un pizzico di scanzonata eccentricità, che contribuisce a raggiungere lo scopo. Una prima parte alquanto ironica introduce la sezione centrale, che assume i connotati del documentario grazie all’espediente metacinematografico del film dentro al film. Oltre a Richardson, prendono parte all’opera una serie di personalità del cinema britannico e irlandese dell’epoca: Laurence Olivier, Anna Neagle, Herbert Wilcox, Anthony Asquith.

Colpo di mano a Creta (Ill Met by Moonlight, 1957)

L’ultimo film co-diretto dalla più celebre coppia del cinema inglese (prima di altri due film diretti dal solo Powell e sceneggiati da Pressburger) è tratto dal libro Ill Met by Moonlight: The Abduction of General Kreipe, scritto da William Stanley Moss e basato su un episodio della seconda guerra mondiale di cui l’autore fu protagonista: l’audace rapimento, avvenuto a Creta nell’aprile del 1944, del generale della Wehrmacht Heinrich Kreipe, comandante dell’isola, e la sua evacuazione verso Il Cairo. Il maggiore Patrick Leigh Fermor, che insieme al capitano e autore del libro Stanley Moss eseguì il sequestro del generale, è interpretato da Dirk Bogarde, che tiene degnamente la parte grazie alla sua impeccabile allure.

Colpo di mano a Creta (Ill Met by Moonlight) è un war movie abbastanza convenzionale -e forse un tantino retorico-, ma tecnicamente perfetto nel suo sviluppo narrativo, segno della piena maturità raggiunta dagli Archers dopo quindici film girati insieme.

Il tema dell’onore e del rispetto tra forze militari rivali viene affrontato in una prospettiva diversa rispetto a quanto fatto dalla coppia in Duello a Berlino. Una diversità giustificata dal fatto che il nemico è in questo caso di grado molto elevato, un generale, peraltro della Wehrmacht, che aveva una reputazione ben diversa da quella di altri corpi militari tedeschi (come le SS, per fare l’esempio più noto).

***

…continua qui

3 pensieri riguardo “Cronache semiserie dal Torino Film Festival – con la top20 dei film di Powell & Pressburger

  1. Mamma mia santissima quanta robba quanta robba! Come ti invidio… :-O
    Di questi ho visto solo Un racconto di Canterbury che mi piacque moltissimo

    1. azz, proprio uno di quelli che non ho trattato benissimo, almeno quanto a posizionamento… il fatto è che, al di là dei capolavori riconosciuti, ho trovato un livello medio abbastanza costante e quindi i posizionamenti, in fin dei conti, lasciano un po’ il tempo che trovano…
      l’unico che mi ha lasciato proprio perplesso è soltanto l’ultimo…

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