Cronache semiserie dal TFF 2018, parte seconda: i migliori film di Powell & Pressburger

Riprendiamo con la top-20 dei film di Powell & Pressburger, redatta in occasione della retrospettiva dedicata dal 36esimo Torino Film Festival alla coppia di autori più celebre del cinema inglese.

In quest’opera di Brex-in, Torino si è riscoperta fortemente british: per l’occasione nel capoluogo sabaudo è uscita allo scoperto un’insospettabilmente nutrita comunità inglese. E non mi riferisco a studenti in Erasmus, bensì alle comari alla Angela Lansbury. Quelle da tè delle cinque, per intenderci.

Durante i film di P&P si sentiva parlare inglese ad una buona fetta di pubblico âgé, che poi erano quelli che durante la proiezione sghignazzavano beatamente a fronte di battute forse mal tradotte nei sottotitoli (o magari intraducibili). Freddure che probabilmente venivano colte soltanto dagli anglosassoni purosangue (ma forse sto soltanto sopravvalutando la mia conoscenza della lingua).

Ad ogni modo, dopo aver snocciolato le prime dieci posizioni della classifica (dalla ventesima all’undicesima), è tempo di entrare nella top ten:

La battaglia di Rio della Plata (The Battle of the River Plate, 1956)

1939. Poco prima dell’invasione della Polonia la corazzata tascabile tedesca Admiral Graf Spee si imbarca per l’Atlantico dove, dopo l’inizio della guerra, comincerà ad agire come nave corsara, affondando mercantili di varie nazionalità. Intercettata da tre incrociatori britannici, la Graf Spee ingaggerà con essi una dura battaglia, venendo fortemente danneggiata e infliggendo a sua volta seri danni alle imbarcazioni nemiche. Riparatasi nel porto di Montevideo per effettuare riparazioni, otterrà dal neutrale governo dell’Uruguay soltanto tre giorni di tempo prima di essere costretta a ripartire. Ma al largo del Rio della Plata la attendono le navi da guerra britanniche…

In La battaglia di Rio della Plata (The Battle of the River Plate), Powell & Pressburger ricostruiscono uno degli episodi più importanti dei primi mesi del secondo conflitto mondiale, almeno per quanto riguarda la guerra nei mari tra tedeschi e britannici.

La grande fuga della Graf Spee nell’Atlantico meridionale – spesso camuffata per lasciare falsi indizi alle navi che la incrociavano – viene ricostruita con taglio pressoché documentaristico nella prima parte, per poi concludersi con la discutibile scelta della narrazione delle vicende attraverso la radiocronaca di un esuberante giornalista, che trasforma l’avvenimento in un episodio d’avanspettacolo.

A oltre dieci anni dalla fine della guerra, quando ormai le ferite avevano cominciato a rimarginarsi, i due registi intendevano tributare la memoria di quegli ufficiali tedeschi (soprattutto della marina) i quali, ben lungi dall’abbracciare il fanatismo nazista, mantennero durante il conflitto uno spirito cavalleresco d’altri tempi.

È il caso del capitano Langsdorff, il comandante della Admiral Graf Spee, morto suicida pochi giorni dopo l’autoaffondamento della sua imbarcazione e ritratto come un vero gentiluomo. La cosa è tutt’altro che inverosimile e fu anzi abbastanza comune anche tra alcuni ufficiali della Wehrmacht, che servivano la Germania prima che il führer.

I ragazzi del retrobottega (The Small Back Room, 1949)

La seconda guerra mondiale vista dalle retrovie in questa pellicola che racconta le vicende di un gruppo di ricercatori addetti allo studio degli esplosivi e allo sviluppo di nuove armi. Dopo il lancio sul suolo inglese, da parte dei tedeschi, di alcuni ordigni che esplodono quando vengono toccati, andando ad uccidere soprattutto bambini ed adolescenti curiosi, Sammy Rice e i suoi compagni vengono improvvisamente ribaltati in prima linea nel difficile e rischioso compito dell’artificiere.

The Small Back Room (I ragazzi del retrobottega) è un film minore di Powell & Pressburger (anche a causa del fatto che arriva l’anno dopo Scarpette rosse) ma decisamente interessante, per una serie di aspetti: innanzitutto per alcune scelte stilistiche che portano in ambito onirico il vizio del protagonista, dedito all’alcool (in una sequenza emblematica, David Farrar è sovrastato da un enorme bottiglia di scotch whisky). Ma anche per le riuscite tonalità noir di quello che qualche critico ha definito la migliore opera degli Archers.

Memorabile la scena del disinnesco dell’ordigno sulla spiaggia, che trascina efficacemente la pellicola sui binari del thriller, con tempi narrativi rispettati alla perfezione per un controllo totale della suspense.

Narciso nero (Black Narcissus, 1947)

L’attitudine di Powell & Pressburger a girare in interni i propri film, pur se ambientati in paesi esotici, raggiunge il proprio culmine in Narciso nero (Black Narcissus), opera che racconta le vicende di una missione di suore inglesi inviate sull’Himalaya per aprire un nuovo convento. Le difficoltà che dovrà gestire madre Clodagh, la suora incaricata di dirigere la missione, si incontrano con le tentazioni della carne, che trovano un emblematico riscontro visivo nel palazzo che viene loro assegnato come dimora, il vecchio harem di un principe del posto, le cui pareti sono affrescate con dipinti fortemente equivoci.

Un dramma potente e insieme raffinato, che ha la sua forza in almeno due reparti tecnici: la fotografia in technicolor di Jack Cardiff, probabilmente la migliore dell’intera filmografia della coppia, e le straordinarie scenografie di Alfred Junge, in primis il convento costruito sopra una rocca che domina un abisso apparentemente senza fine. I due vincono altrettanti meritatissimi Oscar, dimostrando la bontà della decisione di girare completamente in studio per avere il controllo totale della luce e di ogni altro aspetto creativo.

La scena dell’aggressione a Madre Clodagh (un’ottima Deborah Kerr, che aveva già girato con la coppia Duello a Berlino) da parte di una Suor Ruth che ha completamente perso la ragione, è di una potenza straordinaria, girata con uno slancio espressionista che dimostra ancora una volta il debito di Powell verso i grandi Maestri tedeschi degli anni Venti. Rispetto a questi ultimi il regista inglese può però giocare con il colore, con alcune sequenze fondamentali (tra cui quella in cui Suor Ruth si mette il rossetto) che emergono rispetto ad altre in cui le scelte cromatiche sono più neutre, accostando volutamente il bianco degli sfondi a quello delle vesti delle suore.

Sono strana gente (They’re a Weird Mob, 1966)

È passato quasi un decennio dall’ultimo film “Written, Produced and Directed by Michael Powell and Emeric Pressburger”. Nove anni, per la precisione, quelli che separano Colpo di mano a Creta da They’re a Weird Mob (Sono strana gente), pellicola che, come ai primi tempi, è diretta dal solo Powell e sceneggiata da Pressburger (sebbene sotto pseudonimo). La storia è quella del giornalista Nino Culotta, che parte dall’Italia diretto in Australia per lavorare nel giornale che il cugino ha fondato a Sidney per la comunità italiana: La seconda madre. Quando vi arriva, però, scopre che il cugino si è dato alla fuga dopo essere finito in bancarotta. Kay Kelly, una fredda immobiliarista, mette alle strette il neoarrivato per recuperare i debiti fatti dal cugino.

Un eccentrico ma efficace Walter Chiari nei panni di un emigrato alle prese con una lingua semisconosciuta e usanze estranee alla sua quotidianità. Tutta la prima parte è un interessante messa in scena del fraintendimento, una commedia degli equivoci linguistici retta con grande perizia da Chiari. Un film insolito per la coppia, ma nel complesso una commedia efficace e piacevole. Fondamentale come non mai la visione in lingua originale.

La spia in nero (The Spy in Black, 1939)

The Spy in Black (La spia in nero) costituisce l’inizio di una collaborazione storica, quella tra il regista inglese Michael Powell e lo sceneggiatore ungherese, trasferitosi in Gran Bretagna, Emeric Pressburger. Il primo di venti film nati dalle idee della coppia, di cui quindici co-diretti. Il produttore (anch’esso ungherese migrato in Inghilterra) Alexander Korda mette insieme i due facendo scrivere a Pressburger (insieme a Roland Pertwee) una sceneggiatura basata su un soggetto di J. Storer Clouston: siamo nel 1917, in piena prima guerra mondiale, e una squadriglia di sommergibili tedeschi viene inviata nelle isole Orcadi, dov’è di stanza la flotta britannica. Sceso sulla terraferma, il comandante dell’U-Boot 29, capitano Hardt, dovrà contattare una spia, celata sotto l’identità di una maestra di scuola, per recuperare le informazioni necessarie a sferrare un attacco contro quindici navi della Royal Navy.

Un esordio magistrale per la coppia più famosa del cinema inglese, con un’opera che unisce i generi dello spionaggio e del war movie. Una storia avvincente e perfettamente centellinata, nella più classica delle trame doppiogiochiste. Il materiale narrativo è di primissimo piano (la sceneggiatura di Pressburger sostituisce all’ultimo quella preparata da un altro scrittore, mostrando fin da subito le doti dell’ungherese). La regia di Powell è impeccabile, con richiami all’espressionismo che sfruttano la presenza nei panni del protagonista di Conrad Veidt, attore tedesco che in due anni girerà tre film con l’inglese, dimostrando, oltre alle sue enormi doti recitative, un buon appeal con Powell: se non fosse morto giovane, nel 1943, all’età di cinquant’anni, Veidt avrebbe potuto diventare probabilmente l’attore feticcio della coppia, ruolo ereditato da un altro attore di lingua madre tedesca, Anton Walbrook.

L’anteprima di The Spy in Black si tiene nell’agosto del 1939, qualche settimana prima dell’inizio della seconda guerra mondiale: la connotazione antitedesca è evidente, anche se i britannici non sanno ancora cosa li attenderà di lì a qualche mese e dipingono pertanto il villain come uomo d’onore, una visione cavalleresca tradizionalmente utilizzata nella rappresentazione degli ufficiali nemici. Il cambio di marcia e la presa di consapevolezza della estrema diversità tra le due guerre mondiali del Novecento ci sarà soltanto con Duello a Berlino.

Gli invasori – 49º parallelo (49th Parallel, 1941)

Terzo lungometraggio di Powell & Pressburger (l’ultimo prima che iniziassero a firmare congiuntamente le proprie opere), 49th Parallel (Gli invasori – 49° parallelo) fu realizzato sotto l’egida del Ministero britannico dell’Informazione come film di propaganda (il primo -almeno ufficialmente- della coppia), in particolare con la finalità di spingere gli alleati statunitensi ad abbandonare la neutralità in cui si erano rifugiati. Era il 1941 e il Regno Unito era uscito vittorioso – ma fortemente provato – dalla Battaglia d’Inghilterra, tenutasi tra l’estate e l’autunno del 1940, quando i tedeschi provarono a costringere alla resa i britannici a suon di bombardamenti.

Il soggetto – ideato da Pressburger, che per esso vincerà un Oscar – racconta di un sottomarino tedesco spintosi fino in Canada, nella baia di Hudson, dove viene affondato dall’aviazione militare canadese, dopo aver sbarcato, però, sei membri dell’equipaggio, che dapprima tentano di attraversare il Paese per raggiungere Vancouver, poi di varcare la frontiera (che giace in larga parte sul 49° parallelo) per rifugiarsi negli Stati Uniti neutrali.

Una narrazione impeccabile (un giochetto da ragazzi per Pressburger) con alcune sequenze che si ergono a piccoli capolavori, come quella ambientata nella comunità religiosa utterita (memorabile, in particolare, il monologo moraleggiante di Anton Walbrook, al suo primo film con la coppia).

Unica pecca – peraltro inevitabile considerata la struttura narrativa – è un confezionamento che tende a far spiccare la frammentarietà di una pellicola che non riesce a camuffare la sua impostazione episodica.

Un cast straordinario, ancorché i gli attori migliori abbiano tutti parti da non protagonista: Laurence Olivier, Leslie Howard (l’eccentrico aristocratico che vive in mezzo alla natura, nelle Montagne rocciose, in un tepee dove custodisce un Picasso e un Monet) e, per l’appunto, Anton Walbrook. Tre attori per tre personaggi che intercettano le variegate sfaccettature (etniche e non solo) del popolo canadese (il francofono, il wasp, il tedesco). Al montaggio, un giovane David Lean, che collaborerà anche al successivo film della coppia, il primo co-diretto dai due registi.

Scala al paradiso (A Matter of Life and Death, 1946)

Tra le opere più originali della coppia, A Matter of Life and Death, narra le vicende del pilota della Raf Peter, abbattuto sul canale della Manica ma sopravvissuto miracolosamente all’incidente. Risvegliatosi sulle spiagge inglesi, Peter trova la telegrafista americana che aveva tentato di confortarlo via radio in quelli che apparivano i suoi ultimi istanti di vita. I due si innamorano, ma dall’aldilà qualcuno verrà a reclamare Peter per portarlo in paradiso, dove avrebbe dovuto trovarsi se non si fosse verificato un banale errore.

Con A Matter of Life and Death Powell e Pressburger riescono ancora una volta a superare se stessi, con un’opera arguta dal punto di vista dello script e visivamente molto interessante, sia da un punto di vista scenografico che sotto il profilo della fotografia. Ne sono un esempio l’incipit astrofisico; o il design della scalinata surrealista (e borgesiana) che porta al paradiso, quella che ha ispirato il titolo americano, Stairway to Heaven (e di riflesso quello italiano, Scala al paradiso, che ha tentato di inserire anche un gioco di parole); o ancora, l’alternanza tra lo sfavillante technicolor delle scene ambientate sulla terra e il bianco e nero opaco di quelle dell’aldilà (scelta curiosa, antitetica rispetto a quella adottata sette anni prima ne Il mago di Oz).

La luna a un metro (Méliès, 1898), The Big Swallow (Williamson, 1901) e A Matter of Life and Death (Powell & Pressburger, 1946)

Proprio nell’altro mondo si svolge una delle sequenze più rappresentative, quella del ricorso in appello di Peter contro la decisione di riportarlo nell’aldilà: l’avvocato difensore e il procuratore (un americano caduto durante la guerra d’indipendenza, che ce l’ha a morte con gli inglesi e che non ha digerito il fatto che una fanciulla di Boston si sia invaghita dell’uomo contro cui deve sostenere le sue tesi) si affrontano in uno scontro dialettico – non privo di una pungente ironia – che rimesta a suon di stereotipi tutte le ruggini tra britannici e statunitensi, ma che finisce per risolversi in un inno alla fratellanza, grazie alle capacità oratorie dell’inglese.

Le visioni del protagonista (un David Niven piuttosto ispirato) rappresentano un costante equilibrio tra sogno e follia, realtà e allucinazione.

Un tuffo nel fantastico per un’opera che era nata come film su commissione pensato dal ministero britannico dell’informazione per migliorare i rapporti tra Inghilterra e Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra mondiale.

***

…continua qui

Per rivedere le posizioni dalla 20 alla 11 clicca qui

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