Cronache semiserie dal TFF 2018, parte quarta: gli altri film e tutto il resto

Non di soli Powell & Pressburger si vive. E non di soli Powell & Pressburger si è nutrito il 36esimo Torino Film Festival, chiusosi lo scorso 1° dicembre con un totale presenze che ha registrato un leggerissimo calo rispetto alla scorsa edizione (62.500 vs. 63.000 circa). Insomma, stavolta il Festival ha tenuto botta, dopo il calo vistoso registrato l’anno scorso rispetto al 2016 (quando le presenze erano state 78.000). E in questi tempi in cui si parla di crisi del cinema, di Netflix acchiappatutto, ecc. ecc., la cosa è abbastanza confortante.

Il festival si è chiuso con il trionfo di Wildlife, esordio alla regia dell’attore americano Paul Dano. Questa volta, dunque, a differenza delle scorse edizioni, la giuria ha premiato un film di un certo richiamo (per la notorietà del regista, per la presenza, nei panni dei protagonisti, di una star come Jake Gyllenhaal e di un’attrice ben lanciata come Carey Mulligan). Un’opera che peraltro era già stata presentata in parecchi altri festival: Sundance, Cannes, TIFF, solo per dire i più importanti.

Ma avendo, come di consueto, evitato scientificamente i film in concorso, non mi resta che rivelare quali siano i sei “altri film” visti durante la rassegna e che concluderanno questa serie di post dedicati al TFF 2018.

In realtà già con i primi due tocca fare un passo indietro, perché se è vero che i film di Powell & Pressburger sono stati trattati integralmente nei tre articoli precedenti, c’è da dire che la retrospettiva sugli Archers includeva anche quattro film del solo Powell, due dei quali saranno trattati qui di seguito.

Insieme a un film della sezione curata dal regista Pupi Avati (guest director del Festival) e dedicata alla musica, Unforgettables; a una pellicola spagnola anni Settanta – serie z allo stato puro – presentata tra gli After Hours; e a due anteprime di film che molto probabilmente vedremo nelle sale nel 2019.

Ma andiamo con ordine:

*** Due film di Michael Powell (senza Pressburger) ***

Ai confini del mondo (The Edge of the World, 1937)

Uno dei film più importanti di Michael Powell è anche quello che precede l’inizio della sua collaborazione con l’ungherese Emeric Pressburger, con il quale darà vita a uno storico sodalizio, tra i più importanti del cinema mondiale e, sicuramente, il più importante del cinema inglese del Novecento. L’idea alla base di Ai confini del mondo (The Edge of the World) è tratta dalla vera storia dell’evacuazione – avvenuta nel 1930 – degli ultimi abitanti di Saint Kilda, arcipelago che raggruppa le isole più occidentali delle Ebridi Esterne, al largo della costa Nord-Ovest della Scozia. Una storia che diventa una vera e propria ossessione artistica per Powell che ambienta le vicende a Foula, nelle Shetland, raccontando comunque – in maniera analoga a quanto accaduto a Saint Kilda – della forzata rinuncia di una comunità al territorio abitato da generazioni, a causa di una vita sempre più insostenibile. L’isolamento e le condizioni climatiche estreme portano all’impossibilità di proseguire l’attività di agricoltura e allevamento, le uniche che fornivano sostentamento agli abitanti dell’isola.

Nel mezzo, Powell inserisce la storia di tre giovani, un fratello e una sorella e il ragazzo di quest’ultima. Una tragedia sconvolgerà la comunità dando ai più restii l’ultima avvisaglia circa il fatto che è definitivamente giunto il tempo di andarsene.

Opera drammatica e insieme intrisa di spirito romantico, Ai confini del mondo deve molto alle splendide ambientazioni in una Scozia selvaggia e inospitale, e alla fotografia (in b/n) che ne coglie l’essenza, contribuendo a far montare la sensazione di angosciante soccombenza dell’uomo di fronte alle forze della natura che il film tende a costruire progressivamente.

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Il ladro di Bagdad (The Thief of Bagdad, 1940)

Remake dell’omonimo film di Raoul Walsh del 1924, caposaldo del muto con Douglas Fairbanks nei panni del protagonista, Il ladro di Bagdad è diretto da Ludwig Berger, Michael Powell e Tim Whelan, con alle spalle i fratelli Korda (Alexander e Zoltán alla produzione, Vincent alla scenografia) e William Cameron Menzies (anch’egli produttore). La storia è ispirata ad episodi di Le mille e una notte, rimescolati e intrecciati dalla penna di Miles Malleson: le vicende di Ahmad, re di Bagdad, spodestato e reso cieco dal perfido Jaffar, e del ladro Abu, che lo aiuta a riconquistare sia il trono che la principessa di Bassora, di cui si era innamorato. Ad aiutarli – suo malgrado – ci pensa anche il Genio che dà ad Abu la possibilità di esprimere tre desideri.

Il ladro di Bagdad ebbe una genesi decisamente travagliata. Innanzitutto per il numero di registi coinvolti, che furono di fatto sei, aggiungendosi a quelli “ufficiali” anche i tre produttori (con Alexander Korda, in particolare, che teneva a bada il tedesco Ludwig Berger). Poi per il fatto che, dopo l’inizio della guerra, la produzione dovette spostarsi dall’Inghilterra agli Stati Uniti.

Per l’epoca monumentale e patinato, il film vinse tre premi Oscar, tutti abbastanza ineccepibili: quello alla fotografia in technicolor di Georges Périnal, quello alla scenografia di Vincent Korda e quello per gli effetti speciali (anche se oggi rimangono validi più che altro quelli delle scene con il Genio).

Visto dallo spettatore degli anni Duemila il kolossal mostra tutta la sua naïveté e non regge il confronto con il suo predecessore.

Tra gli attori ben figurano Conrad Veidt, nei panni del villain Jaffar, Sabu (giovane star indiana di quegli anni) che interpreta il giovane ladro Abu e anche Rex Ingram (omonimo del celebre regista) nei panni del Genio. Meno convincente il re Ahmad di John Justin, che sembra voler imitare Fairbanks in un’epoca in cui ormai l’avvento del sonoro aveva reso necessario recitare più che scimmiottare.

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*** Due film che probabilmente vedremo nelle sale nel 2019 ***

Happy New Year, Colin Burstead (2018)

Drammone familiare con lieto fine agrodolce, Happy New Year, Colin Burstead narra della serata della vigilia di capodanno organizzata dall’omonimo protagonista per festeggiare in famiglia l’arrivo dell’anno nuovo. Colin non bada a spese e affitta un’ex residenza nobiliare, invitandovi tutti i membri del parentado e qualche amico e conoscente. Tutti tranne uno, il fratello David, che non vedono da cinque anni, dopo che se né è andato lasciando la moglie con due bimbi piccoli. Ma Gini, sorella di Colin, approfittando dell’occasione invita David per farlo rivedere a sua madre e cercare una difficile riappacificazione. L’arrivo di David in villa farà da detonatore per un clima familiare che si intuisce fin da subito non essere mai stato idilliaco, con Colin che perderà le staffe e finirà per andarsene in anticipo dalla festa che aveva organizzato, lasciando David a raccogliere un paradossale e apparentemente ipocrita perdono.

Quello di Ben Wheatley è un film che ricorda molto da vicino il Festen di Thomas Vintenberg, opera prima del Dogma 95. Si può quasi dire che sia un Festen in tono minore, più pacato, meno esacerbato, ma dalle situazioni molto simili.

La tensione che governa tutto il film viene introdotta con un banale escamotage: la caduta della madre di Colin, che inciampa in un gradino prima di entrare nella villa, lasciando presagire il proverbiale nefasto buongiorno che si vede dal mattino. Il climax di rabbia e quotidianità repressa acquista un facile abbrivio grazie a vari piccoli episodi che intervengono a macchiare un progetto – quello di trascorrere la serata della vigilia di capodanno in famiglia – già inesorabilmente segnato dalle tensioni esistenti tra i suoi membri: un prestito negato da Colin a suo padre; la designazione delle stanze nella lussuosa abitazione affittata per l’occasione.

L’arrivo dell’ospite non desiderato, il fratello David, dà fuoco alle polveri, permettendo ad un cast di attori decisamente ben assortito di esprimere al meglio i toni drammatici dell’opera.

Situazioni paradossali si susseguono, con la quiete che segue la tempesta solo per anticiparne una nuova e più grande.

Finale surreale e rivelativo di una profonda ipocrisia dei rapporti interpersonali.

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Ulysse & Mona (Ulysse et Mona, 2018)

Lui (Ulysse) è Eric Cantona. Lo ricorderete per l’interpretazione del lottatore di kung fu in Crystal Palace – Manchester United, 1995. Se esistesse la categoria del miglior calcio volante, il Premio Oscar lo avrebbe vinto di sicuro. Abbandonato il calcio (nel senso di quello giocato) per raggiunti limiti di follia, Cantona si è da un po’ di tempo dato al cinema, recitando, tra gli altri, in un film candidato a sette premi Oscar (Elizabeth) e in un’opera di Ken Loach (che fa sempre curriculum).

In Ulysse & Mona (che non è un film veneto n.d.r.) è il protagonista, insieme a Manal Issa, di un dramma ben costruito da Sébastien Betbeder, che narra le vicende di Ulysse, artista contemporaneo che vive in solitudine dopo aver abbandonato la famiglia, e di Mona, studentessa di belle arti che si proporrà di diventare sua assistente, vedendo in lui un modello da seguire per la propria carriera.

Quando nella vita di Ulysse irromperà la malattia, l’uomo si adopererà per chiedere scusa alle persone che ha ferito con il suo egoismo e il suo atteggiamento orgoglioso.

Film interessante, con personaggi ben caratterizzati e il giusto dosaggio di commedia e dramma, con quest’ultimo che finisce per prevalere nel finale. E poi, deh! Cantona sa pure recitare!!

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*** Un film tra quelli scelti da Pupi Avati per la sezione Unforgettables su musica e cinema ***

La storia di Glenn Miller (The Glenn Miller Story, 1954)

The Glenn Miller Story racconta la vita del trombonista e direttore di orchestra che rese popolare lo swing, grazie ai suoi arrangiamenti (celebre quello di In the Mood, suonato dalla sua Glenn Miller Orchestra) e ai suoi pezzi originali (tra cui la splendida Moonlight Serenade). Un biopic che si tinge di rosa nel raccontare il modo in cui Miller riuscì a conquistare quella che sarebbe diventata sua moglie, Helen Berger.

La ricerca del sound perfetto, un’ossessione di Miller, occupa buona parte della pellicola, che regala un impianto sonoro superlativo (premio Oscar a Leslie I. Carey). Proprio quando il successo sembrava inarrestabile (Miller fu il primo artista a ricevere un disco d’oro), l’entrata degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale porta il musicista a prendere la decisione di arruolarsi, per poter dare il suo contributo, dirigendo una delle bande che cercavano di tenere alto il morale dei soldati. Memorabile la sequenza del bombardamento in Inghilterra e dell’orchestra di Miller che rimane pressoché imperturbabile sotto le bombe nemiche, dando così forza al pubblico che li stava ascoltando.

La guerra sta per volgere al termine (gli Alleati hanno riconquistato Parigi) quando Miller perde la vita in un incidente aereo sulla Manica, mentre si stava recando in Francia, dove avrebbe dovuto dirigere il concerto di Natale per i soldati.

Nei panni del protagonista un impeccabile James Stewart in una delle sue molteplici collaborazioni con Anthony Mann (ancorché, in questo caso, in una veste ed in un genere per entrambi insoliti). Jimmy Stewart era all’apice della carriera (quello stesso anno recitava per Hitchcock ne La finestra sul cortile) e nei panni del musicista non sfigura, sebbene sia decisamente più credibile in quelle parti del film che strizzano l’occhio alla screwball comedy, piuttosto che nelle altre in cui deve limitarsi a (far finta di) suonare.

Le musiche che Stewart finge di condurre sono in realtà dirette da Henry Mancini. In una scena straordinaria compaiono alcuni celebri artisti nei panni di se stessi (Louis Armstrong, Gene Krupa, Ben Pollack).

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*** Un po’ di serie Z: un film della Saga dei resuscitati ciechi ***

La cavalcata dei resuscitati ciechi (El ataque de los muertos sin ojos, 1973)

Un po’ di serie Z non guasta mai in un festival, e quest’anno al TFF hanno voluto esagerare, proponendo la Saga dei resuscitati ciechi nella sua interezza. Quattro film, uno peggio dell’altro, ma commoventi nel loro essere inguardabili. La scelta (casuale) è caduta su La cavalcata dei resuscitati ciechi, forse perché è quello dei quattro che ha il titolo originale più accattivante (El ataque de los muertos sin ojos – gli altri sono La noche del terror ciego, El buque maldito e La noche de las gaviotas). Uscito nel ’73 (quando la Spagna era ancora sotto il regime di Franco), si tratta del primo sequel della saga creata da quel genio del kitsch che fu Amando de Ossorio e racconta la storia di un gruppo di cavalieri templari (messi al rogo nel medioevo e accecati prima di essere uccisi) che si risvegliano dalle tombe per seminare il terrore ad una festa di paese.

È il film che avrebbe fatto Romero se fosse nato in Galizia.

Sangue e atmosfere western alla Peckinpah e effetti speciali in stile Ed Wood con (tanto) succo di pomodoro (spesso vomitato dagli attori di turno) e lame che entrano nei mezzibusti dei manichini quasi al ralenti. Per non parlare dei templari resuscitati che si muovono come marionette del teatro dei pupi. Non avrebbero fatto paura a nessuno, ma è tutto troppo emozionante per mettersi a fare le pulci. Sono quei film che vanno visti e basta, quelle esperienze ignoranti che bisogna concedersi ogni tanto.

E poi sti spagnoli che fanno gli anglofili chiamando Jack il protagonista (il “nostro” Luciano Stella alias Tony Kendall, che vanta nel curriculum anche un ruolo in Alex l’ariete) e poi lo pronunciano yak, come la bestia tibetana, sono davvero troppo teneri per dir loro alcunché. Al fianco di Kendall il grande Fernando Sancho, uno che nella sua carriera è passato dal Lawrence d’Arabia di David Lean ai film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, fino a perle dello spaghetti western come Il mio nome è Scopone e faccio sempre cappotto.

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Vai alla top 20 dei film di Powell e Pressburger

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