Quell’assurda decina: #8 – A Scanner Darkly – Un Oscuro Scrutare, di Richard Linklater

220px-A_Scanner_Darkly_PosterImmagina un film così ipnotico da sfumare sempre di più il limite tra la realtà e il sogno, privandoti di ogni punto di riferimento all’interno del suo mondo alienante e sconvolgente. Un mondo dove la realtà che ti crei sinteticamente nel tuo cervello diventa più vera di quella che puoi sperimentare con i tuoi sensi, così anestetizzati da non riuscire più a distinguere un’allucinazione da una percezione, un pensiero da un fatto. Direttamente da uno dei capolavori di Philip K. Dick, Richard Linklater realizza A Scanner Darkly – Un Oscuro Scrutare, un delirante thriller visionario che parte da presupposti molto semplici per mettere in scena la lenta dissoluzione dell’identità individuale a opera di droghe e tecnologie sempre più invadenti e disumanizzanti in un futuro così vicino da essere già presente, come testimonia la sua natura semiautobiografica.

Bob Arctor (Keanu Reeves) vive una doppia vita, da consumatore di droga e agente in incognito incaricato di indagare sul suo stesso gruppo di amici tossici; sullo sfondo, una California vittima, insieme al resto degli Stati Uniti, di una nuova e terribile droga, la Sostanza M, che ha reso dipendente gran parte delle persone e ha permesso al governo di mettere in pratica misure invasive di sorveglianza e controllo della popolazione. La vita di Bob procede su questo doppio binario, finché il suo abuso della Sostanza M sfugge gravemente al suo controllo sfumando il confine tra le sue identità e le sue vite, fino a compromettere per sempre le sue attività cerebrali; sarà a questo punto che diversi inganni verranno svelati e ogni personaggio rivelerà finalmente quale ruolo ha davvero giocato nella partita contro la droga.

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Quello che subito salta agli occhi di A Scanner Darkly – Un Oscuro Scrutare è la particolare tecnica con cui è stato realizzato, un misto di riprese live action e animazione digitale che riesce a conferire al film un’estetica del tutto personale e perfettamente coerente con l’argomento del film; a onor del vero, lo stesso procedimento era già stato utilizzati per Waking Life, sempre di Richard Linklater, ma mai come in questo caso sceneggiatura e animazione si supportano e rafforzano a vicenda diventando un tutt’uno. Girato interamente con attori dal vero, il film è stato successivamente rielaborato in una lunghissima fase di post-produzione durante la quale una squadra di animatori ha dipinto ogni fotogramma seguendo in maniera volutamente imprecisa e mutevole le forme riprese in video. Il risultato si concretizza in una serie di immagini perfette per trasmettere la confusione e il disorientamento dei protagonisti, offuscati dall’assunzione di droghe e incapaci di distinguere la realtà dall’immaginazione, permettendo all’animazione di dare forma ai tumulti della mente come il cinema dal vero difficilmente avrebbe potuto fare con lo stesso impatto, risultando in immagini liquide e instabili, allucinatorie e oniriche.

Le prospettive distorte e il design dei personaggi estraniante servono a introdurre lo spettatore in una realtà da sogno lucido sempre più fragile e pronta a sfaldarsi da un momento all’altro, così che diventa impossibile per i personaggi coinvolti stabilire cosa sia vero e cosa sia falso, anche e soprattutto dentro di loro. Stavolta non è tanto il mondo a essere privo di senso, ma è la nostra mente messa nell’incapacità di estrapolare un significato in quello che i sensi percepiscono attraverso il filtro della potente droga che dà il via alla vicenda. La realtà perde la sua natura solida e diventa quasi un’opinione, sempre più sfilacciata da grottesche allucinazioni e, soprattutto, dalla psicosi che la sostanza induce in chi la consuma: la paranoia è il sentimento dominante in A Scanner Darkly – Un’Oscuro Scrutare, in verità in modo non del tutto ingiustificato visto che è lasciato intendere che l’introduzione della droga sia parte di un piano più vasto volto al controllo capillare della popolazione, cosa in effetti avvenuta.

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Sebbene lontano dagli eccessi mostruosi tipici del Grande Fratello Orwelliano, la tecnologia gioca comunque in questo film un ruolo fondamentale nel costruire il mondo distopico in cui si muovono i protagonisti. Le telecamere sono onnipresenti e sempre vigili, permettendo alla polizia di studiare i movimenti di chiunque in qualsiasi momento: la libertà della popolazione è evidentemente solo una facciata, dal momento che viene a mancare uno dei diritti fondamentali dell’uomo, quello alla privacy, annullato in nome della sicurezza e della lotta senza quartiere alla Sostanza M. Questo controllo assoluto è ben esplicitato all’inizio del film, quando un’intera sequenza è interamente ripresa da telecamere di sorveglianza e mostrata come premendo “avanti veloce” su un telecomando, lasciando intendere di star assistendo al lavoro di un agente di polizia che controlla le azioni dei soggetti su cui sta lavorando. A contrastare questa pervasività del controllo subentrano altre tecnologie come la tuta disindividuante, capace di celare l’identità di chi la indossa a chiunque e a qualunque macchinario; il prezzo da pagare, però, è la disumanizzazione totale di chi la indossa, ridotto a una non-persona priva di identità che finisce per perdersi nel vortice di ambiguità e incertezze che ne derivano.

Non è un caso se, come si scopre alla fine, nessuno è davvero quello che sembra e quasi tutti i personaggi giocano un ruolo molto diverso da quello con cui erano stati presentati all’inizio. Bob non è il protagonista della storia, e nemmeno l’obiettivo della polizia, ma semplicemente un mezzo per raggiungere uno scopo, uno strumento sfruttato e gettato via nel momento in cui cessa la sua funzione, nella speranza che possa ancora rendersi utile un’ultima volta prima di dimenticarlo per sempre, solo e con la mente per sempre compromessa dall’uso della droga. Tutti indossano una maschera, in questo film, e la loro vita dipende unicamente dal livello di consapevolezza che hanno di questo fatto: chi, come Donna, conosce perfettamente il proprio ruolo e la propria identità, esce vincitore, mentre chi, come Bob, vive di illusioni sempre più verosimili non può che soccombere sotto il peso di maschere ormai troppo simili alla sua vera faccia per poter essere tolte.

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Una trama machiavellica, quindi, che si dichiara solo sul finale portando a compimento la lunga analisi precedente dedicata alla vita quotidiana di un gruppo di amici dediti al consumo – e all’abuso – di droga, un trattato tragicomico sulla dipendenza che costituisce il vero cuore del film. A Scanner Darkly – Un’Oscuro Scrutare è un thriller atipico, privo di azione e che costruisce la propria tensione mettendo in scena una realtà sottilmente disturbante, come un quadro leggermente storto all’interno di una cornice perfettamente dritta, cupo eppure al tempo stesso frizzante e pieno di autentico umorismo, dovuto anche all’eccezionale cast su cui dominano gli ottimi Robert Downey Jr, Woody Harrelson e Winona Ryder. Un film che è in parte anche un esperimento, perfettamente riuscito.

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A Scanner Darkly (2006, USA, 105′)

Regia e sceneggiatura: Richard Linklater

Fotografia: Shane F. Kelly

Musiche: Graham Reynolds

Interpreti principali: Keanu Reeves (Bob Arctor), Winona Ryder (Donna Hawthorne), Robert Downey Jr. (James Barris), Woody Harrelson (Ernie Luckman), Rory Cochrane (Charles Freck)

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5 pensieri riguardo “Quell’assurda decina: #8 – A Scanner Darkly – Un Oscuro Scrutare, di Richard Linklater

  1. Qui sfondate una porta aperta con me!

    Sono un grandissimo fan dei libri di Philip K. Dick, e questo film secondo me ne cattura benissimo lo spirito e il messaggio! La tecnica è, come giustamente avete scritto, al servizio della narrazione, come dovrebbe sempre essere il caso!

    Gran film!

    1. Io invece ho letto solo La svastica sul sole di Philip K. Dick, che credo sia diventata una delle sue cose più mainstream anche prima che iniziasse la serie. E’ un altro autore che mi devo decidere a riprendere, magari riparto proprio da questo.

      1. Ha scritto di tutto, da fantascienza pura a libri sugli anni 60 e le droghe psichedeliche negli USA… in ogni caso, qualunque cosa ti capiti tra le mani, non ti deluderà!

        Bellissimo per esempio un suo libro poco famoso, La penultima verità, che è stato poi copia… ehm, ripreso ed omaggiato da un sacco di film e libri successivi! :–)

  2. La tecnica di animazione è molto adatta per descrivere gli stati mentali alterati di protagonisti, il libro è uno dei più personali mai scritti da Dick, il film merita la visione e un posto in questa assurda decina 😉 Cheers

  3. Straniante e spiazzante. La tecnica utilizzata può sembrare un esercizio di stile ed invece, come ben dici, è assolutamente funzionale al soggetto. Per il resto c’è Philip Dick!👏👏

Commenti

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