Al cinema: Aquaman, di James Wan

53659Tra i molti elementi che differenziano i personaggi protagonisti dei film Marvel e quelli Dc c’è sicuramente la loro origine e il modo in cui sono trattati nel corso delle rispettive storie. In dieci anni di universi condivisi, quasi tutti i protagonisti dei film Marvel sono stati comuni esseri umani entrati in contatto con forze aliene, tecnologiche o soprannaturali che ne hanno condizionato la natura e il destino, donando loro grandi poteri e grandi responsabilità. Tony Stark è un milionario con l’armatura, Steve Rogers un ometto anemico potenziato da un siero sperimentale, Bruce Banner uno scienziato contaminato dalle radiazioni, Scott Land un criminale da quattro soldi dotato di una divisa, Stephen Strange un neurochirurgo istruito sulle arti magiche, e così via. Anche gli esseri più alieni rispetto all’umanità, come Thor o i Guardiani della Galassia, sono stati resi sempre umani, fin troppo umani, forse, come se non fossimo in grado di sopportare di essere messi in confronto con modelli così assolutamente perfetti rispetto a noi. Al contrario, la Dc, nel suo universo, sceglie di abbracciare la natura superiore dei suoi personaggi, e Aquaman segue proprio questo percorso, discostandosi nettamente da quello che è il modello di supereroe imposto dalla concorrenza e inconsciamente seguito da tutti.

Come già successo nel caso di Superman e Wonder Woman, infatti, anche stavolta ci troviamo in un contesto del tutto favolistico, ben lontano dalla quotidianità cittadina in cui si muove l’universo Marvel; nessuna delle storie Dc potrebbe capitare anche a noi, come sembrava invece volerci far credere Stan Lee, recuperando una natura soprannaturale dell’eroe che si stava irrimediabilmente perdendo. Così, mentre Clark è l’ultimo della sua specie e Diana è una principessa amazzone, Arthur è un principe in esilio, concepito in segreto e cresciuto in clandestinità per essere tenuto al sicuro dal malvagio fratellastro, intenzionato a ucciderlo per garantirsi il trono di Atlandide. Aquaman recupera e rimette in scena gli archetipi narrativi su cui sono stati costruiti i racconti fin dall’origine dell’uomo, quando intorno a un fuoco un aedo raccontava di Gilgamesh o di Eracle, inserendosi nella tradizione della leggenda e del mito coerentemente con la natura dei suoi personaggi, assimilabili a sirene (e alcuni ne hanno anche l’aspetto). Il genere della leggenda è più volte esplicitamente omaggiato nel corso della storia, soprattutto con riferimenti al ciclo arturiano: il saggio Vulko addestra in segreto Arthur per permettergli di poter reclamare il suo trono, ma per fare questo deve recuperare un antico tridente che appartiene di diritto al sovrano di Atlantide. Il tridente di Atlas come una nuova Excalibur, quindi, che dopo essere stato recuperato, come si conviene, in seguito al superamento di tre prove, dà al suo proprietario il potere – e, non meno importante, il diritto – di regnare sugli atlantidei.

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Mai come in questo caso è lecito parlare di sviluppo tradizionale, visto che a essere chiamata in causa è proprio la tradizione all’origine del moderno racconto di supereroi; Aquaman segue fedelmente quelli che sono i passaggi obbligati di questo tipo di storie, mettendo in scena quella che potrebbe essere senza problemi un’antica leggenda orale o il mito fondativo di una civiltà. L’altro lato della medaglia è l’assenza di particolari colpi di scena o sviluppi inediti: tutto è molto prevedibile e ben chiaro fin dall’inizio, ma si lascia comunque seguire con piacere grazie al fascino eterno della fiaba, quello che riesce a fare leva sulle parti più ataviche della nostra coscienza ricongiungendoci, anche solo tramite una storia, con i nostri avi. Il problema, però, è che siamo nel 2019, per cui, al netto dell’indiscusso fascino che le fiabe generano, la domanda cruciale è: è sufficiente? Purtroppo no.

Aquaman rielabora troppo poco del suo materiale, finendo per diventare, alla lunga noioso per l’estrema prevedibilità della vicenda. Prevedibile e, come se non bastasse, troppo lunga: due ore e mezza è una durata semplicemente eccessiva per una storia così semplice, e il film avrebbe senza dubbio giovato di uno sfoltimento nelle sue storyline secondarie, come quella dedicata a Black Manta, del tutto ininfluente ai fini del racconto e utile solo per introdurre il villain dell’inevitabile sequel. La sceneggiatura troppo diluita non riesce a impedirsi di divagare eccessivamente, perdendosi in lunghi momenti espositivi superflui e talvolta confusionari per via della quantità di informazioni che ci viene richiesto di tenere a mente. La mitologia del film è molto ampia ed esplorata nel dettaglio, e se da un lato questo riesce a restituire le dimensioni di un universo vivo e pulsante, dall’altro rischia di risultare ridondante ed eccessivamente dettagliato.

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Arthur, interpretato da un divertitissimo Jason Momoa, riesce a differenziarsi molto bene da tutti gli eroi precedenti, assumendo un’identità ben precisa e personale. Al contrario degli eroi tutti d’un pezzo dell’universo cinematografico Dc, Arthur è rozzo e volgare, ignorante e manesco, e con il suo personaggio offre una piacevole ventata di aria fresca nel panorama dei cinecomic rendendo ancora più variegato il cast della Justice League. Dispiace ancora di più, a questo punto, che la Dc non abbia saputo aspettare che tutti i suoi eroi avessero un’identità più precisa e definita prima di introdurli tutti insieme nel crossover, visto che la personalità coatta di Arthur avrebbe potuto fornire notevoli spunti alla sceneggiatura di Justice League. Come il suo protagonista, anche la regia, affidata a James Wan, riserva molte sorprese. Wan, alla sua prima esperienza con un cinecomic, realizza un’opera energica e ambiziosa, che alza ulteriormente la posta con scene di portata epica raramente viste in una origin story: le lunghe sequenze di battaglia sono perfettamente coreografate, raggiungendo il culmine nella stupefacente battaglia sottomarina del finale. La sua derivazione dal genere horror, poi, si manifesta in una certa disinvoltura nell’uso della violenza, concretizzandosi in uno dei pochi film di supereroi in cui si veda effettivamente scorrere del sangue.

Qual è dunque il giudizio su Aquaman? Si tratta sicuramente di un film che si discosta sotto molti punti di vista da quello che abbiamo già visto in precedenza, e abbiamo già visto tanto, ma che non riesce comunque a convincere del tutto. Nonostante questo, si affianca perfettamente all’altrettanto buono Wonder Woman, film non eccezionali ma che hanno il merito di star risollevando la Dc dal flop dei suoi progetti più ambiziosi, Batman vs Superman e Justice League.

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Aquaman (2018, USA, 143′)

Regia: James Wan

Sceneggiatura: David Leslie Johnson-McGoldric, Will Beall

Fotografia: Don Burgess

Musica: Rupert Gregson-Williams

Interpreti principali: Jason Momoa (Arthur Curry / Aquaman), Amber Heard (Mera), Willem Dafoe (Nuidis Vulko), Patrick Wilson (Orm Marius / Ocean Master), Yahya Abdul-Mateen II (David Kane / Black Manta), Nicole Kidman (Atlanna).

10 pensieri riguardo “Al cinema: Aquaman, di James Wan

  1. Molto d’accordo, Wan si è impegnato e la parte sottomarina con il suo design è ottima, ma il film è una caciara mai finita nata vecchia, sei stato signore a parlare di “archetipi narrativi”, a me è sembrato un film che procede per saccheggiamento di film che abbiamo già visto. Mi sono annoiato molto proprio per questo malgrado il ritmo abbastanza alto, certo Momoa è nel suo, ma quando gli effetti speciali in CGI inizieranno ad invecchiare, cosa resterà di questo film? Cheers!

    1. Ho parlato di archetipi perché secondo me è diverso dal rubare elementi da altri film precedenti; per dire, “Eragon” ruba elementi da Il Signore degli Anelli e li reimpasta a modo suo per dargli una forma diversa, mentre qui, si riutilizzano esplicitamente i topoi narrativi nati con l’uomo stesso (e che, se vogliamo, usano anche Il Signore degli Anelli, Star Wars, e così via). La Marvel ha fatto più o meno lo stesso con Thor: lì il principe arrogante e pieno di boria viene allontanato dal suo regno per superare una prova di iniziazione in modo da diventare degno del trono (per non parlare del conflitto tra fratelli che fa tanto tragedia shakesperiana).
      Come ho scritto, però, sono d’accordo sul fatto che non sia sufficiente. Anche io alla lunga mi sono annoiato, e il fatto di aver visto lo spettacolo delle 22:30 non ha aiutato. L’ho trovato buono, nel senso che intrattiene abbastanza, ma, come dici tu, non resterà memorabile a lungo.

  2. Credo che il film sia visto principalmente per la presenza di Momoa, hanno azzeccato l’attore.
    Basta fare un giro sui social per vedere i suoi meme con il tridente condivisi ovunque.
    Per quanto riguarda il film, mi aspettavo quello che hai detto, cioè un film tirato per le lunghe e noioso, nel classico stile DC.
    Il trauma più grande per me fu Wonder Woman, una noia mortale.
    Difficilmente non finisco di vedere un film, quello l’ho abbandonato a metà e per fortuna non ero al cinema.
    Hai fatto un paragone con i film Marvel dal punto di vista dell’umanità dei supereroi.
    Credo che la differenza maggiore fra DC e Marvel è che i film della Marvel si seguono. Possono piacere, come non, ma almeno hai visto qualcosa di concreto

    1. A me Wonder Woman era piaciuto, anche se si perde gravemente nella seconda parte e sul finale; l’avevo trovato buono, niente di eccezionale ma gradevole (a parte i rallenty; dio, quanti rallenty, che fastidio!). E’ pur vero che avrebbe potuto avere due ore di Gal Gadot seduta in silenzio e mi sarebbe piaciuto comunque.
      Sono d’accordo su Momoa, per una volta hanno azzeccato il protagonista e questo ha fatto parte del lavoro. Momoa era già anche piuttosto amato per aver fatto Game of Thrones, dove ha avuto un ruolo che se non gli ha chiesto molto come recitazione, gli ha però accattivato il favore del pubblico che ora lo segue un po’ ovunque; è soprattutto per questo, credo, che è stato il film Dc con il maggior incasso. Poi a me sta pure simpatico.
      Anche io preferisco molto i film Marvel alla Dc, per quanto anche loro abbiano avuto i loro passi falsi (Ragnarok è una cosa che proprio non mi dovevano fare). Sono d’accordo, in questi casi penso sempre a Civil War, che intrattiene e diverte ma è sorretto da un’ottima sceneggiatura, che ha le sue forzature e i suoi buchi, certo, ma mette in scena un ottimo conflitto in cui nessuno ha davvero torto, e che per questo non può essere risolto; puoi solo scegliere una fazione e sostenere la tua tesi. Alla fine, credo che il lavoro fatto dalla Marvel resterà inarrivabile, come dimostra il fatto che tutti i tentativi di copiarlo siano falliti miseramente.

  3. Bellissima recensione, la mia opinione l’hai già letta, ma ribadisco che c’è stata un po’ troppa carne al fuoco. Come hai detto tu andavano sfoltite un po’ le storyline e la parte di Black Manta, anche se è stato introdotto per il sequel, era superfluo.

  4. L’ho visto stasera e ti dirò, mi sono divertito 🙂 Dopo gli effettacci di JL qui siamo all’apoteosi del digitale, sicuramente potenziato dai magnifici effetti del mondo subacqueo (i mostri marini sono strepitosi, grandiosamente circondati da effetti lava incandescente, abissi, riflessi, onde gigantesche e pioggia torrenziale. Momoa incarna il personaggio che meno mi convinceva in JL, qui invece è perfetto. Non so, forse sono io in modalità easy post-natalizia, ma questo film mi è piaciuto un sacco. Aquaman e Wonder Woman per me segnano la rinascita del mondo DC su grande schermo.

    1. Sei stato molto più generoso di me! Che segnino la rinascita della DC sono d’accordo, anche economicamente, visto che Aquaman ha raggiunto il miliardo al botteghino. ma io non mi sono divertito particolarmente guardandolo, cosa che, invece, con Wonder Woman avevo fatto.
      D’accordissimo su Momoa, centra davvero il personaggio, e per questo ho scritto che secondo me avrebbero dovuto aspettare a fare Justice League e introdurre prima i singoli eroi; capisco che avrebbe significato copiare la Marvel, ma se con loro il meccanismo ha funzionato un motivo ci sarà.

  5. lol, ieri sono andato a vederlo al cinema, una cafonata assurda che mi ha fatto morire dal ridere!
    quello che mi è piaciuto è il fatto che si concentra (troppo) sulla diffidenza e la xenofobia, Mera offre simpatiche battute comiche basate sull’ignoranza culturale e i suoi inseguimenti mi interessavano più dei combattimenti di Arthur, di cui salvo solo il sommergibile. secondo me voleva essere trash con le battute di Arthur e la folla in delirio nell’arena (che risate xD ), cose che servivano a smorzare la tensione e ravvivare l’interesse.
    ho inoltre apprezzato la fantasia per realizzare quel mondo, il karathen era fighissimo e ne ho apprezzata la visione parziale nella grotta. fa pensare che gli altri siano morti non perke più deboli di arthur ma invece in un certo senso perke erano chiusi al mondo per una serie di pregiudizi e il mostro faceva parte di essi^^

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