i nostri top & flop del 2018

Nei giorni scorsi qui su L’ultimo Spettacolo abbiamo proposto una serie di classifiche pseudo-oggettive: i top&flop del trimestre ottobre-dicembre e quelli dell’anno 2018, redatti con il nostro #termometrodellesale. La classifica dei film più visti in Italia e nel mondo nell’anno che si è appena concluso. I migliori film Netflix secondo un indicatore che tiene conto dei voti espressi dal pubblico e dalla critica.

Ma adesso è giunta l’ora di dire la nostra, presentandovi i top e i flop del 2018 secondo il personale giudizio degli autori di questo blog. Si tratta, in buona sostanza, dei film che più ci sono piaciuti tra le uscite dell’anno scorso e quelli che invece hanno deluso le nostre aspettative o che proprio non abbiamo digerito (dei flop soggettivi, mettiamola così).

I TOP DEL 2018

PAOLO:

5. L’isola dei cani, di Wes Anderson. Ecco un film, ottimamente recensito qui, che a essere onesti non attendevo. O meglio, attendevo con ansia “il nuovo Wes Anderson”, ma il fatto di sapere che si trattava di un cartone in stop motion ambientato in Giappone non mi esaltava. Invece ho trovato tutto l’Anderson che conosciamo arricchito da disegni straordinari. Non pensavo di riuscire ad appassionarmi così a una storia di cani.

4. La ballata di Buster Scruggs, dei fratelli Coen. Ne ho scritto qui. Avere davanti agli occhi un western, con la regia dei Coen, per giunta bello pronto su schermo da vedere in ciabatte. Vabbè per me impagabile.

3. Tully, di Jason Reitman. Film stupendo sulla maternità e le sue complicazioni, con sorpresa finale che non ci si può permettere di spoilerare minimamente. Charlize Theron è ogni volta di più la regina di Hollywood e questo ritratto delicato e dolente di una mother in distress dipinto da Jason Reitman non ha raccolto gli onori che avrebbe meritato (men che meno in Italia… dove è passato in sala come una meteora). Toccante e intelligente, in costante equilibrio tra la lacrima e la risata.

2. L’uomo che uccise don Chisciotte, di Terry Gilliam. Ne ho scritto qui. Il film che attendevo di più quest’anno, ma direi di più: il film che attendevo di più da sempre!

1. Roma, di Alfonso Cuaròn. Il capolavoro Netflix per eccellenza. Che film meraviglioso. Un bianco e nero e un linguaggio cinematografico che sembrano provenire da un’altra epoca, delicato e nostalgico. Tutto è condito dal profondo realismo delle interpretazioni che sembrano catturate in presa diretta, per dare una impressione completa di “casa”. Sì questo di Cuaròn è un omaggio alla casa con i suoi sapori e i suoi dissapori, i ricordi d’infanzia, il profumo del pulito e il chiasso della strada, la durezza dei rapporti, l’amore, la famiglia. Una naturalezza che lascia profondamente ammirati e felicemente consapevoli che il grande cinema è vivo più che mai, che “il più grande film di tutti i tempi” potrebbe ancora non esser stato scritto.

DANIELE:

5. Chiamami col tuo nome, di Luca Guadagnino. Ti giuro che ho provato a lasciarlo fuori dalla cinquina, ma niente, per me il 2018 è stato il suo anno. Guadagnino dipinge un toccante e malinconico ritratto del primo amore, muovendosi con delicatezza intorno a una sceneggiatura molto ispirata e valorizzata da due ottimi attori protagonisti, in un’estate padana in cui il tempo si ferma ed esiste solo un presente fatto di frutti da cogliere, fintanto che se ne ha il tempo e la possibilità. Adesso giuro che lo metto nel cassetto e faccio voto di non parlarne più.

4. Dogman, di Matteo Garrone. Garrone torna in grande stile dopo la parentesi fantastica di Il Racconto dei Racconti con una storia dura liberamente ispirata a un fatto di cronaca nera. Prima di essere una storia, Dogman è una profonda analisi della solitudine e dell’asservimento psicologico di un uomo eccessivamente mite nei confronti di personalità deviate e devianti che lo spingono lungo un percorso di progressiva disumanizzazione. Un film doloroso e disilluso, che è valso al suo protagonista un meritatissimo premio a Cannes.

3. L’isola dei cani, di Wes Anderson. Un Wes Anderson mai così politico e così arrabbiato, che firma la sua opera più ferocemente cinica e critica del mondo che osserva e rimette in scena attraverso la sua particolare estetica, per l’occasione priva dei suoi consueti colori brillanti. Nonostante l’impostazione favolistica, L’Isola dei cani è un film venato di amarezza che parla di segregazione, dell’uso della paura e della facilità con cui le persone si fanno manipolare dai media e da chi detiene il potere. Un lucido atto d’accusa e una richiesta d’aiuto allo stesso tempo per cercare di restare umani.

2. BlacKkKlansman, di Spike Lee. Spike Lee rispolvera la macchina da presa e realizza una lucida analisi della dialettica dell’odio, studiata da entrambi gli schieramenti contrapposti. Sebbene sia evidente quale sia la posizione del regista, Lee non si abbandona a facili, e per questo spesso ingannevoli, dicotomie, rifiutando di dipingere i suoi personaggi come buoni o cattivi ma preferendo, invece, tessere una fitta rete di reciproche allusioni tra le rispettive arringhe alla violenza. A risultare, è un film onesto, e per questo ancora più spaventoso nei riferimenti all’attualità che riesce a creare.

1. Roma, di Alfonso Cuaròn. Cuaròn si prende sempre il suo tempo per girare un film, ma quando questo esce è certo che si tratti di un capolavoro. Roma è il raffinato affresco di una vita quotidiana nel Messico degli anni Settanta, una vita che nella sua semplicità diventa materia d’arte grazie all’occhio sensibile del regista, sempre presente ad accarezzare con evidente affetto la povera Cleo che si districa tra le faccende domestiche, una gravidanza inaspettata e i tumulti che lacerano il suo Paese. Un film nostalgico e commovente come solo l’occhio della memoria riesce ad essere, un occhio che si esprime attraverso un delicato bianco e nero capace di trasfigurare la realtà che riprende.

MARCO:

Funeralopolis, di Alessandro Redaelli. Bombabombissima, finalmente un altro sguardo sulla shining happy insopportabilmente positiva Milano.

Capri Revolution, di Mario Martone. C’è chi ci ha visto l’esercizio di stile, io di nuovo ci ho visto qualcosa di diverso dal solito (sia chiaro, ormai il solito sono un sacco di film, ben fatti e abbastanza belli, ma “soliti”), e non solo le chiappe al vento.

Avengers: Infinity War, dei fratelli Russo. Raro esempio di serialità blockbuster che non cala le brache, e poi dobbiamo morire tutti.

VINCENZO:

5. Roma, di Alfonso Cuaròn. È quasi come se Cuarón avesse voluto fare un omaggio al cinema del Novecento, mischiando multipli riferimenti ma senza riuscire a raggiungere nessuno di essi: c’è un po’ di Ejzenstejn, c’è Bergman, Tarkovskij, Bela Tarr e, ça va sans dire, il neorealismo (ma anche Fellini e Malick se vogliamo dirla tutta)… ma nulla che arrivi a quei livelli, sia ben chiaro… eppure nel panorama cinematografico attuale Roma è comunque uno dei migliori film del 2018, con la sua estetica e la sua fotografia impeccabili e le sue straordinarie scene madri…

4. Il sacrificio del cervo sacro, di Yorgos Lanthimos. Un passo indietro, forse, rispetto a Lobster e Kynodontas, ma siamo comunque ancora una volta in presenza della solita sceneggiatura spiazzante di Lanthimos & Efthymis Filippou, di un devastante climax narrativo, della più memorabile roulette russa dai tempi de Il cacciatore; e poi c’è quella colonna sonora impetuosa e impulsiva, e i richiami visivi a Kubrick (Eyes Wide Shut); roba davanti alla quale un cinefilo non può rimanere indifferente… [ne ha parlato Marco qui]

3. Mektoub, My love – Canto Uno, di Abdellatif Kechiche. Ne ho parlato abbondantemente qui, per cui mi autocito: “Mektoub è un inno alla vita su letto di cous cous, è una fotografia della joie de vivre e della spigliatezza della Francia cosmopolita, che oggi ha i gilet gialli e la jihad che colpisce ogni tre per due (la Francia integrata vs. la Francia disintegrata), ma che in quegli spensierati anni Novanta se la godeva eccome. Ah! se se la godeva…”; è un film che dopo la visione ti accompagna per ore, giorni, settimane, come le migliori esperienze di vita vissuta…

2. Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh. Sì, lo so, è passato un anno da quando è uscito questo film nelle sale italiane; eppure in tutto il 2018 ho faticato a trovare qualcosa che potesse scalzare dal podio questo grandioso film che unisce una sceneggiatura impeccabile (un po’ fratelli Coen, un po’ drammone di provincia) a un’eccellente prova d’attore corale… [ne ha parlato Paolo qui]

1. Il filo nascosto, di P.T. Anderson. Anche di questo ne ho parlato abbondantemente (qui) per cui mi autocito: “un climax totalmente controllato, che a tratti lascia credere di essere di fronte al più sofisticato dei sentimental thriller, o forse alla più cinica e raffinata storia d’amore di taglio classico. O forse ad entrambe le cose”… aggiungo che raramente ho trovato un film dall’estetica così avvolgente, che ti manda in solluchero azzerandoti completamente la mente; il tutto senza alcun compromesso con la parte narrativa, che anzi viene centellinata in maniera perfetta… insomma, per me il capolavoro del 2018…

I NOSTRI “FLOP”

PAOLO:

3. Ready Player One, di Steven Spielberg. Quando un prodotto raggiunge una simile densità di citazioni e easter eggs, perfino le più gustose chicche per nerd si perdono diluendosi in una abbuffata galattica dove tutto è mixato e frullato a ritmo vertiginoso. Effetti da capogiro, ok, ma per quanto mi riguarda è lo Spielberg meno interessante. Un passo indietro rispetto al bellissimo The Post.

2. Annientamento, di Alex Garland. Dopo un capolavoro come Ex_Machina ovviamente ci si poteva aspettare un riassestamento, un “lavoro di transizione” magari verso il prossimo colpo magico. La mano di Alex Garland c’è, il film non è dozzinale anche se devo constatare amaramente che la figliolanza di Interstellar e Arrival, quella deriva intimistica che io mal digerisco, è ancora attiva. Sembra che l’eroe o l’eroina di turno non possa fare a meno di avere come conflitto interiore l’elaborazione di un lutto; dall’abitudine passiamo alla patologia, un po’ come è stato per lunghissimo tempo la condizione di orfani per gli eroi Disney. Sì ok, qui il lutto c’è e non c’è, ma siamo emotivamente da quelle parti lì (anche se le note del Neil Young più classico danno sentimento a un paio di buone sequenze). La Portman è brava, un ruolo simile a quello della Adams in Arrival, ma qui lei mi è sembrata più quadrata; invece non ho trovato all’altezza della protagonista le altre componenti della crew, personaggi grossolani a livello dei telefilm per adolescenti, compresa Jennifer Jason Leigh. A dir la verità neanche Oscar Isaac ne esce granchè bene. Per fortuna Garland gioca un po’ con il body horror, dando un po’ di sapore a un film altrimenti insipido.

1. Jurassic World – Il mondo distrutto, di J.A. Bayona. Un patetico rincorrersi per tutto il film, tra zampilli di lava e dinosauri geneticamente modificati, perfino peggiore del primo capitolo del rinnovato franchise. Una fiera fracassona dei peggiori cliché. Poi un giorno qualcuno mi spiegherà cosa c’è di straordinario nella regia di Bayona.

DANIELE:

5. Obbligo o verità, di Jeff Wadlow. Teen horror innocuo e piuttosto sciocco sia nelle sue premesse che nello sviluppo che dà alla storia, con attori di derivazione televisiva che regalano performance a volte esilaranti, tanto credono nel progetto. Nonostante tutto, però, mantiene esattamente quello che promette, per cui immagino vada bene così.

4. Slender Man, di Sylvain White. C’era molta curiosità intorno all’adattamento di quella che è probabilmente una delle creepypasta più sinistre in circolazione, ma, come per Obbligo o verità, ci si è trovati di fronte a un teen horror mediocre e, soprattutto, noioso. Un film che sembra nessuno avesse davvero voglia di fare, tanta è la mediocrità in cui naviga, e che spaventa solo per il pensiero delle due ore che ti ha tolto e che nessuno ti restituirà mai.

3. Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni, di Lasse Hallström e Joe Johnston. Una confezione coloratissima e zuccherosa che cerca disperatamente di nascondere il nulla di cui è composto il film. Trama già vista, personaggi fiacchi nessun senso di meraviglia. Suicida la scelta di non utilizzare le musiche di Cajkovskij se non per brevissime scene, e di aver assegnato il ruolo di protagonista a una ragazzina bella, certo, ma assolutamente incapace di recitare.

2. Fahrenheit 451, di Ramin Bahrani. Film tv prodotto da HBO e addirittura presentato a Cannes, è la dimostrazione di cosa accade quando si adatta un libro che non si è letto. Del capolavoro di Bradbury sopravvive solo lo spunto dei roghi di libri, contestualizzati però in una trama completamente riscritta che non recupera nessuna delle sue geniali intuizioni, sostituite da una banale retorica tipicamente americana sull’eroe contro la tirannia. Restando in ambito televisivo, è meno interessante anche del peggior episodio di Black Mirror.

1. Macchine mortali, di Christian Rivers. Un kolossal-wannabe che vomita effettacci visivi per cercare di distrarti dalle incongruenze di una trama che fa acqua da tutte le parti. Si tocca l’apice del ridicolo in un momento “Luke, sono tuo padre” in cui cercano di creare suspense rivelando un colpo di scena che tutti in sala hanno già intuito da almeno un’ora e mezza, e nel finale con asiatici buoni che accolgono incomprensibilmente i bianchi cattivi che hanno appena sterminato migliaia dei loro, e che, si vede, erano soliti massacrare a vista. Ah, le magie della politica!

MARCO:

Notti magiche, di Paolo Virzì. Quando anziché simpatizzare per dei personaggi macchiettistici hai voglia di picchiarli in faccia con un cric c’è qualcosa che non va in fase di scrittura.

Chiamami col tuo nome, di Luca Guadagnino. La scena della pesca, la scena della pesca, la scena della pesca, la scena della pesca, la scena della pesca, la scena della pesca…

A casa tutti bene, di Gabriele Muccino. Massì dai, litighiamo un po’. Non so a quanti succeda, io in genere più vedo i film di Muccino più mi incazzo. Tipo a guidare l’auto nel traffico, che ci si incazza sempre.

VINCENZO:

Ore 15:17 – Attacco al treno, di Clint Eastwood. Mi autocito nuovamente, avendone parlato qui: “settanta minuti di inutilità seguiti da venti di buon cinema”… ossia una cosa che a Clint Eastwood non può essere perdonata…

Game Night – Indovina chi muore stasera?, di John Francis Daley e Jonathan Goldstein. Capita che in un anno solare si finisca per vedere robe di questo tipo… può capitare, non è che uno deve farsene una colpa o stringersi il cilicio alla coscia…

Quello che non so di lei, di Roman Polanski. Di fronte al binomio Polanski – Assayas un film di questo tipo non è accettabile. Non mancano buoni momenti e una gestione magistrale della tensione, ma eccettuato quest’ultimo aspetto nel complesso il risultato è insufficiente… [ne ha parlato Daniele qui]

Annientamento, di Alex Garland. Ho già spiegato ampiamente qui cosa non va di questo film; forse però da parte mia c’è anche un po’ di acredine per questo tentativo (andato malissimo) di emulazione di uno dei miei film preferiti, nonché capolavoro della fantascienza: lo Stalker di Andrej Tarkovskij…

Solo – A Star Wars Story: diciamo subito che non mi è dispiaciuto questo film… forse inferiore alle attese, questo sì… ma non mi è dispiaciuto… si tratta di un flop oggettivo, più che soggettivo, dato che è stato il film che ha dimostrato (con i suoi incassi decisamente al di sotto di quanto preventivato da mamma Disney) che non bisogna esagerare, sia nell’andare a toccare i mostri sacri, sia nella periodicità delle uscite… Star Wars vive del cosiddetto hype e un film ogni sei mesi non gioca a favore della saga più celebre della storia del cinema… ed infatti dopo Solo la LucasFilm ha rivisto non a caso la sua politica sugli spin-off… [ne ha parlato Paolo qui]

10 pensieri riguardo “i nostri top & flop del 2018

  1. Commento solo riguardo a Solo, per evitare di scrivere un poema, film sul quale sono documentato e sopratutto, Star Wars è una delle mie saghe preferite.
    Secondo me il problema del film è che è fallimentare in sè. L’insieme degli elementi che lo compone lo rende apatico, senza infamia e senza lode. La trama non è malvagia, nemmeno gli attori, nemmeno gli effetti speciali… Però si ferma lì ed è stato sicuramente un flop.
    Probabilmente il fattore tempo ha inciso, come avete detto giustamente voi, la politica sugli spinoff è stata rivista in seguito.
    Ci sono voci contrastanti su ciò che avverrà in merito, vedremo!

    1. eh sì… da un lato mi spiace, perché solo l’idea di uno spin-off su Obi Wan Kenobi mi mandava in brodo di giuggiole… però è giusto così, è giusto far montare l’attesa e far aspettare la gente, sennò il rischio flop è dietro l’angolo…

  2. Quanti bei film che avete citato!!! E quanti cessi, ma d’altronde coi flop non si può fare altrimenti…
    Bellissimi L’uomo che uccise Don Chisciotte, BlacKkKlansman, L’isola dei cani…
    Tra questi tre difficile dire il migliore per me, sono indecisissimo tra Spike Lee e Terry Gilliam!
    https://vengonofuoridallefottutepareti.wordpress.com/2018/11/04/blackkklansman-spike-lee-e-parecchio-arrabbiato/
    https://vengonofuoridallefottutepareti.wordpress.com/2018/06/06/the-man-who-killed-don-quixote-epico-e-visionario/

  3. Insomma, anche voi confermate che Tully e BlacKKKlansman sono da recuperare.
    Lieta di vedere Annientamento in almeno un elenco di flop, diludendo sotto molti aspetti…

    1. Il mio giudizio su BoRhap è positivo, ma ti dirò che da qui a inserirlo nella top five dell’anno ce ne passa, almeno nel mio caso 😉😉
      Tu l’avresti messo tra i tuoi top?

Commenti

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