Quell’assurda decina: #9 – Dogville, di Lars Von Trier

Correva l’anno 2003 quando Dogville viene presentato in concorso al Festival di Cannes. Lars Von Trier è reduce da una Palma d’Oro, vinta tre anni prima per Dancer in the Dark, e dalla fondazione del movimento Dogma 95 con cui, insieme all’amico regista Thomas Vinterberg, si proponeva di dare una scossa al cinema contemporaneo, con precise regole stilistiche e contenutistiche, formalizzate in un manifesto programmatico. Regole da cui gli stessi fondatori si discosteranno ben presto, rimanendo di fatto un esperimento effimero e incompiuto.

Se Idioti – sesto lungometraggio di Von Trier e secondo film del Dogma – rispettava quelle regole, già con Dancer in the Dark Von Trier se ne era di fatto discostato (e infatti il film non rientra nella continuity del Dogma). E fu un bene, c’è da dire, visto che con Dancer in the Dark Von Trier otterrà la ribalta internazionale, che probabilmente non avrebbe avuto rimanendo ancorato a quella forma di fondamentalismo registico.

Con Dogville si compie un ulteriore passo avanti nella poetica e nella definizione della cifra stilistica del regista danese.

Dogville è ambientato nell’omonimo piccolo villaggio delle Montagne Rocciose, un paesino che conta meno di una ventina di abitanti e che sorge vicino ad una miniera d’argento abbandonata. Tom Edison Jr., uno dei cittadini di Dogville, è un aspirante scrittore che nutre l’ambizione di diventare il leader morale della comunità. Quando nel paese arriverà una giovane ragazza, Grace Mulligan, che sta fuggendo da alcuni gangster messisi sulle sue tracce, Tom le troverà un rifugio e convincerà i suoi compaesani ad accoglierla. Per farsi accettare dalla comunità Grace cercherà di rendersi utile aiutando gli abitanti, ma quelli che all’inizio erano servigi riconosciuti e bene accetti diventeranno via via sempre più gravosi e umilianti per la donna…

Dogville è chiaramente un manifesto sull’ipocrisia dei benpensanti.

È l’egoismo che si cela dietro l’altruismo.

È un trattato sulla meschinità della natura umana.

Von Trier scombussola lo spettatore sotto un duplice profilo. Dapprima con la scelta di una scenografia a dir poco minimalista, un aspetto che aveva non poco incuriosito ed attirato le attenzioni del pubblico al momento dell’uscita del film. Il set è infatti ricavato all’interno di un hangar di Copenhagen, una sorta di mega-lavagna su cui si muovono e recitano gli attori, con i muri delle case soltanto abbozzati da tratti disegnati per terra, i nomi delle vie scritti come segnaletica stradale e solo un po’ di mobilia a riempire ambienti che diversamente sarebbero completamente spogli. Siamo sicuramente distanti dalla prima regola del Dogma 95, che prevedeva che le riprese venissero girate direttamente sulle location, senza scenografie ed oggetti di scena. Ma nel discostarsi da tale regola, Von Trier opta per un escamotage decisamente suggestivo e d’impatto, che è poi uno degli aspetti per i quali il film viene ancor oggi maggiormente ricordato dal grande pubblico.

L’altro profilo con cui Von Trier cerca di scuotere l’animo dello spettatore è invece ravvisabile dal punto di vista narrativo. Il regista danese crea una storia sconvolgente, che turba profondamente, fino all’apocalittico finale: un massacro e un’ecpirosi che rappresentano il giudizio universale che interviene a punire la bassezza degli istinti umani.

C’è molta simbologia cristiana in Dogville, ma nessuna redenzione.

Il comportamento remissivo, passivo di Grace (un’ottima Nicole Kidman che si è detta molto turbata dal fatto di aver girato un film del genere, salvo poi andarne a girare uno decisamente più disturbing, di recente, con Lanthimos), ricorda quello della protagonista di Dancer in the dark, capace di scuotere le viscere dello spettatore in maniera pari, se non superiore, a Dogville.

Il film ha avuto un’eco planetaria grazie al cast di prim’ordine (all’epoca la Kidman era all’apice della carriera e non è ovviamente abituale che un divo si metta in gioco con un film così sperimentale), nonché, appunto, per l’idea (per certi versi un po’ pretenziosa, c’è da dire) dell’assenza di una scenografia, che inizialmente scombussola lo spettatore salvo poi rivelare i suoi pregi in seguito: un’atmosfera teatrale che consente di concentrare l’attenzione sulle idee, senza distrazioni, esaltando peraltro la recitazione degli attori. Dopo qualche decina di minuti non ci si fa quasi più caso, infatti, se non per l’artificioso gesto dell’apertura e chiusura di porte fittizie, che si poteva forse evitare.

Eppure Dogville è decisamente più importante per i temi trattati che per queste scelte stilistiche. Resterà negli annali come una pellicola sui generis di un regista eclettico e controverso, ma sicuramente in grado di suscitare, nel bene e nel male, forti emozioni nello spettatore.

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Dogville (2003, Danimarca / Svezia / Italia / Norvegia / Paesi Bassi / Finlandia / Germania / Stati Uniti d’America / Regno Unito / Giappone, 138/171 min)

Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Lars von Trier

Fotografia: Anthony Dod Mantle

Scenografia: Simone Grau

Interpreti principali: Nicole Kidman (Grace Margaret Mulligan), Paul Bettany (Tom Edison, Jr.), Stellan Skarsgård (Chuck), James Caan (il grande uomo), Philip Baker Hall (Tom Edison, Sr.), Lauren Bacall (Ma Ginger), Ben Gazzara (Jack McCay)

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7 pensieri riguardo “Quell’assurda decina: #9 – Dogville, di Lars Von Trier

  1. Posso dirlo? Che stupidata il Dogma 95!!! Scusate, volevo liberarmi. :–)

    E che pesantezza Dogville! Il messaggio arriva forte e chiaro, Von Trier ha fatto un gran lavoro, ma per me è stato traumatico, non ho nessuna voglia di riguardarlo…

    1. il Dogma 95 è stato più che altro una provocazione…
      Dogville è sicuramente una visione “pesante”, come tutti i film di Von Trier… però a mio avviso ci sono quelli pesanti ma riusciti (per me Dogville è uno di questi) e quelli pesanti tout court (e ultimamente ne ha fatti tanti rientranti in questa categoria)…

    1. verissimo…
      beh, se posso darti un consiglio, se e quando vorrai iniziare a vedere i suoi film non cominciare dagli ultimi! 😉
      Dogville, invece, può essere una buona prima opera con cui approcciarsi a Von Trier… un’altra è Le onde del destino…

  2. Mi é piaciuto tantissimo, ho una vera e propria debolezza per questi espedienti tecnici che condizionano la forma di un film o di un libro, e anche in questo caso l’idea mi ha affascinato molto.

    D’altra parte, trovo sempre devastanti i film di Von Trier, ed é per questo che ne ho visti molto pochi; non é uno adatto a una maratona, ecco, a meno di non essere pronti a suicidarsi una volta finito!

    1. anche a me piacciono queste idee originali, anche quando sono esagerate, come in questo caso… però non devono mai prendersi completamente la scena, diventando l’elemento principale del film… qui il rischio c’è stato, ma con una narrazione comunque forte Von Trier ha dato forma a un film importante…
      per il resto, una maratona Von Trier penso sia insostenibile per chiunque… finirebbe per diventare una roba tipo Blue Whale :-O

Commenti

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