Giornata della memoria: tre film sull’olocausto, per non dimenticare

Oggi si celebra il Giorno della memoria, la ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite per commemorare le vittime dell’olocausto. La data del 27 gennaio fu scelta in quanto in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, che avanzavano verso la Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, abbandonato dalle S.S. non dopo aver cercato di eliminare (almeno in parte) le prove dello sterminio.

Con l’occasione vi presentiamo tre importanti film sull’olocausto, che descrivono tre diverse fasi della tragedia che visse il popolo ebraico in quei drammatici anni.

Si tratta di tre pellicole uscite in periodi differenti e di diversa provenienza. Un film americano, uno di produzione prevalentemente italiana e uno ungherese.

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La persecuzione e la cattura

Il diario di Anna Frank, di George Stevens

L’arduo compito di mettere su pellicola un soggetto tristemente famoso come il Diario di Anna Frank tocca – per la prima volta nella storia del cinema – all’americano George Stevens, reduce da due premi Oscar come miglior regista per Un posto al sole e Il gigante.

La scelta è quella di rappresentare la drammatica storia della famiglia Frank (e degli altri coinquilini) come un lungo flashback che il padre, unico sopravvissuto ad Auschwitz, rivive leggendo le pagine scritte dalla figlia durante i due anni di dura segregazione nel rifugio di Amsterdam.

Il Diario di Anna Frank è forse l’opera che meglio avvicina i ragazzi al dramma della Shoah e questa di Stevens ne è la degna rappresentazione cinematografica, nonostante la riduzione di un progetto che voleva essere più ampio e che è stato ulteriormente tagliato in alcuni Paesi, tra cui l’Italia.

Premiate con l’Oscar la scenografia inevitabilmente claustrofobica e la fotografia in bianco e nero di William C. Mellor, che si esalta nella scena del primo bacio tra Anna e Peter.

Unico difetto (abbastanza evidente) della pellicola è la scelta di far interpretare la tredicenne Anna Frank – una normale ragazzina tedesca cresciuta negli anni Trenta – dalla ventenne Millie Perkins, volto aggraziato alla Audrey Hepburn e acconciatura appositamente studiata per tentare di ringiovanirla, a fronte di un trucco che va invece a sottolinearne l’avvenenza. Tutto nella norma nella Hollywood dell’età classica, ma con il metro di oggi non può che risultare una nota stonata.

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Il dramma dei lager

Il figlio di Saul, di László Nemes

I film contemporanei hanno raggiunto un grado di riproduzione della Shoah sempre più crudo e diretto, sempre più verosimile.

Il figlio di Saul catapulta letteralmente lo spettatore all’interno della drammatica esperienza dell’olocausto, grazie soprattutto alla modalità prescelta per la rappresentazione, i continui piani sequenza che accompagnano ogni gesto del protagonista, con la macchina da presa che lo segue o lo precede a poco più di qualche palmo di distanza.

Quello di László Nemes, allievo di Béla Tarr, è un macigno psicologico. Un pugno nello stomaco che mostra il livello di bestialità che può raggiungere la malvagità umana. I cadaveri dei prigionieri gassati diventano i “pezzi”, materiale da smaltire alla stregua di rifiuti.

L’utilizzo continuo dello sfocato, di diaframmi estremamente aperti che riducono la profondità di campo, ha come risultato quello di isolare il protagonista dall’orrore che lo circonda, con una duplice funzione di pudicizia – nell’evitare di eccedere nel mostrare ciò che è già abbastanza evidente – e, contemporaneamente, di coinvolgimento dello spettatore nelle sorti di Saul, facendolo identificare in lui.

Una pellicola di questo tipo non poteva stare in piedi se non grazie ad una magistrale prova di attore del protagonista, il poeta Géza Röhrig, al suo (più che eccellente) debutto cinematografico.

I suoi occhi assenti e smarriti sono il più efficace specchio degli orrori dell’olocausto.

Röhrig interpreta Saul, un ebreo ungherese membro del Sonderkommando, il gruppo di prigionieri costretto ad assistere i tedeschi nell’opera di sterminio che si perpetra all’interno dei campi di concentramento. Fanno confluire i prescelti nelle camere a gas, danno loro le istruzioni (illudendoli circa il lavoro che li aspetterebbe usciti da lì), raccolgono le loro vesti una volta entrati nelle “docce” e smaltiscono i cadaveri quando è terminata la mattanza. In una di queste occasioni Saul sembra scorgere suo figlio tra le vittime. Cercherà così di trovare un rabbino che possa dargli una degna sepoltura, per non finire nel crematorio insieme a tutti gli altri cadaveri.

Pluripremiato a livello internazionale (Oscar e Golden Globe come miglior film straniero, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes), Il figlio di Saul è destinato a rimanere nel tempo come un’opera di primo piano nel panorama delle pellicole che trattano il dramma della Shoah.

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La condizione dei sopravvissuti

La tregua, di Francesco Rosi

Come detto, nel gennaio del 1945 l’Armata Rossa giunge presso il campo di sterminio di Auschwitz, abbandonato in fretta e furia dai nazisti, che hanno bruciato i registri che documentavano i loro crimini.

I pochi sopravvissuti vengono presi in carico dai soldati russi, che li fanno lavorare per loro e di tanto in tanto li avvicinano verso le rispettive patrie, con viaggi ferroviari sempre più lunghi e complessi.

Tra gli ex prigionieri c’è il torinese Primo Levi, che da questa sua esperienza trarrà un libro, La tregua, che insieme a Se questo è un uomo costituisce il più celebre dittico di testimonianze dirette di partecipanti italiani al dramma dell’olocausto.

Francesco Rosi ne fa una trasposizione con qualche licenza, dopo che, circa vent’anni prima, aveva tratto un altro film da un romanzo di un altro Levi (Carlo): Cristo si è fermato ad Eboli, incentrato sulle persecuzioni fasciste durante il ventennio.

La tregua, assolutamente onesto nei suoi propositi e poco tendente alla spettacolarizzazione, è stato ingiustamente maltrattato dalla critica. Il film si fa invero apprezzare per l’interpretazione del protagonista – magari non particolarmente brillante, ma efficacemente pacata – da parte di John Turturro. La regia di Rosi è semplice ma solida, mentre la fotografia di Pasqualino De Santis (un grandissimo del mestiere, che peraltro morì durante le riprese) non può non ricevere encomi.

Straordinari, in particolare, i primi minuti di pellicola, che ritraggono la liberazione degli internati da parte dei russi. Più lineare il seguito, in cui appaiono via via tutta una serie di discreti caratteristi (tra cui un Claudio Bisio che negli anni non ha mai cambiato il suo modo di recitare).

L’ultima pellicola firmata da Francesco Rosi ha avuto la sfortuna di uscire nello stesso anno di La vita è bella, fenomeno mediatico e cinematografico di ben altra portata, che ha finito per offuscare una storia, quella di Levi, che è forse arrivata troppo tardi sul grande schermo, quando sulla Shoah era già stato detto davvero tutto e si puntava a qualcosa di nuovo. Un qualcosa che Benigni sarà in grado -sicuramente più di Rosi- di regalare al pubblico internazionale.

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The Diary of Anne Frank (1959, USA, 172 min)

Saul fia (2015, Ungheria, 107 min)

La tregua (1997, Italia / Francia / Germania / Svizzera, 125 min)

15 pensieri riguardo “Giornata della memoria: tre film sull’olocausto, per non dimenticare

  1. sì, indubbiamente. anche tre modi diversi di concepire sia il cinema sia la produzione.
    però Notte e nebbia di Resnais rimane fondamentale nel suo essere propedeutico; Il dottor Korczak di Andrej Wajda perché è il ponte che conduce al film per eccellenza, Schindler’s List, che sarà gorgeous, talvolta didascalico, tendente a un eccesso di retorica nel finale ma è il modo più diretto e sconvolgente di far conoscere a chiunque cosa sia stata la Shoah.
    Senza dimenticare Holocaust di Marvin Chomsky, lo sceneggiato televisivo, come si chiamavno una volta, il cui valore si può discutere ma che nel ’78 ebbe l’indubbio merito di riattualizzare un discorso al quale nessuno pareva più interessato.
    ciao vincenzo, buona domenica

    1. Ciao Giampiero, assolutamente d’accordo su Schindler’s list e grazie per aver ricordato altre tre opere importanti, due delle quali devo recuperarle. Buona domenica anche a te

  2. Forse non sarà il giorno giusto per parlare di questioni antipatiche, ma non mi è mai stato chiara – e mai penso lo sarà – la questione del presunto plagio di “La vita è bella” a sfavore di “Train de vie”. Film che, fra parentesi, preferisco a quello di Benigni.

    1. Mihaileanu è stato un signore, ma le sue “accuse” sono precise e circostanziate, e alcuni fatti se non sbaglio li confermò lo stesso Benigni… che peraltro era già stato accusato niente meno che da Jerry Lewis di avergli “rubato l’idea”… La vita è bella è stato un successo mondiale, ma è anche vero che ha diviso profondamente, è stato amato ma anche detestato, ad esempio da Lanzmann, che però, c’è da dire, aveva detestato anche Schindler’s list…

    1. Sì diciamo che non sono i soliti film sulla Shoah e come si diceva giustamente nei commenti qui sopra sono opere molto diverse anche per questioni produttive e registiche. Grazie!

  3. Qualche film sul tema ne ho visti ma ho poi smesso perché il solo pensiero dell’olocausto mi fa un malstare pazzesco. Che possano essere fatte atrocità del genere è un pensiero quasi insostenibile. Ma è certamente doveroso e obbligatorio ricordare.

    1. Vero, forse il cinema è il medium che riesce a rendere nel modo più efficace (so che è brutta dirla così) la tragedia dell’olocausto. Il che comporta però anche una certa intollerabilità della visione, soprattutto per film crudi come Il figlio di Saul. Però se davvero non si deve dimenticare è giusto far vedere le cose come realmente sono andate…

  4. Bellissimo e doveroso post, e soprattutto bella la scelta di non ricordare i “soliti” Schindler’s list di Spielberg e The pianist di Polanski, che pur essendo ottimi non hanno bisogno di essere ricordati! Grazie!

    A proposito, le mie recensioni di questi due che ho nominato, per completezza!

    https://vengonofuoridallefottutepareti.wordpress.com/2018/07/30/schindlers-list-roba-forte/

    https://vengonofuoridallefottutepareti.wordpress.com/2018/07/27/the-pianist-mi-ha-lasciato-a-bocca-aperta/

  5. Il film, il figlio di Saul, è il film che meglio fotografa L realtà della tragedia:non ha enfasi, non ha retorica, appunto fotografa!!

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