Addio a Bruno Ganz: La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, di Oliver Hirschbiegel

Berlino è la città in cui sono ambientati i due film per i quali era maggiormente conosciuto, e proprio mentre si svolgeva la sessantanovesima Berlinale è giunta la notizia della morte di Bruno Ganz, attore svizzero di madre italiana nato a Zurigo il 22 marzo del 1941.

La Berlino grigia e malinconica di Wim Wenders in Der Himmel über Berlin (Il cielo sopra Berlino), il film che ha consacrato Ganz a livello internazionale con il ruolo da protagonista dell’angelo Damiel.

E la Berlino del 1945, devastata e circondata dai russi, di Der Untergang, il film scelto per ricordare questo grande interprete del cinema europeo.

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Io sento di… sì… dover essere molto dura verso quello che ero allora – sprovveduta e infantile – e di non poterle perdonare di non aver realizzato quali orrori stava compiendo quel mostro e di non essersi resa conto di quello a cui andava incontro e soprattutto di aver detto sì in modo così sconsiderato, dal momento che io non ero una fervente nazionalsocialista. So bene che quando arrivai a Berlino avrei potuto dire “No, non lo voglio questo lavoro e non voglio far parte del quartier generale”, ma non lo feci. Anche perché la curiosità era troppo grande. E anche perché allora non potevo lontanamente pensare che la sorte mi avrebbe condotta in un luogo in cui io vorrei tanto non aver messo piede. Nonostante ciò, di questa cosa non riesco ancora a perdonarmi.

Le parole pronunciate da una donna nell’incipit – tratto da immagini di repertorio – di Der Untergang introducono quella che sarà la co-protagonista del film di Oliver Hirschbiegel. È il 1942 quando la ventiduenne Traudl Junge viene assunta come segretaria personale di Adolf Hitler dopo un colloquio nel bunker di Rastenburg, da cui il Führer sta dirigendo l’Operazione Barbarossa. Circa due anni e mezzo dopo, sul finire del mese di aprile del 1945, la ragazza è ancora al suo fianco nei drammatici giorni finali della guerra, dal compleanno del Führer (20 aprile) fino al suo suicidio, avvenuto poche ora prima della presa di Berlino da parte dell’Armata Rossa.

La caduta è una ricostruzione fedele degli ultimi dieci giorni di vita di Adolf Hitler e della fase finale della guerra in Europa, prima della resa tedesca. Il film è del resto basato su testi storici e sulle memorie di colei che, fino all’ultimo, restò a fianco del Führer come sua segretaria personale.

Oltre che in apertura di film, la donna appare anche nel finale, per un totale di due interventi decisamente significativi in cui recita un mea culpa parzialmente autoassolutorio (non ero iscritta al partito nazista; non conoscevo cosa avveniva nei Lager), in cui il tentativo di dissociarsi da quegli eventi avviene anche a livello linguistico, mediante il riferimento alla se stessa da giovane usando la terza persona.

La Junge, d’altro canto, fu soltanto una goccia nell’oceano di delirio collettivo che portò il popolo tedesco ad appoggiare Hitler nella sua ascesa al potere e nelle sue mire di dominio, più o meno direttamente.

Ciò che emerge con nettezza dalla pellicola è il surreale clima di follia che regnava nel bunker della Cancelleria di Berlino negli ultimi giorni della guerra: non solo il Führer che vaneggia di improbabili capovolgimenti delle sorti belliche per effetto dell’intervento di armate che praticamente non esistono più; la follia è anche quella del suo stato maggiore, che si rifiuta di contraddirlo pur consapevole dello stato di alienazione mentale in cui si trova il leader.

È la cieca fedeltà degli accoliti, che anche dopo la morte di Hitler preferiscono mettere fine alla propria vita piuttosto che accettare la resa, perché – a loro dire – non possono sopravvivere al Führer.

È la follia di chi decide di assecondare Hitler nel proposito di combattere fino all’ultimo uomo, pur sapendo che ciò porterà alla disfatta di quel che resta dell’esercito tedesco.

Il clima tesissimo delle riunioni degli ultimi giorni è reso in modo impeccabile, con scene che sono entrate nell’immaginario collettivo anche a causa della loro attitudine ad essere usate per scopi parodistici. Ciò che manca è la percezione dei crimini e delle crudeltà compiute dal nazismo e dal suo leader, che sembrano così lontane dalle asettiche mura in cemento armato del bunker.

Le caratterizzazioni dei componenti dell’entourage sono nettamente divise tra quelle dei fanatici (i coniugi Goebbels che uccidono i figli piuttosto di farli vivere in un mondo senza nazionalsocialismo; Eva Braun che organizza feste sotto il fuoco dell’artiglieria; qualche ufficiale delle S.S. che ripete acriticamente le parole del Führer) e quelle degli adulatori timorosi ma consapevoli della disfatta imminente (Speer, Himmler e molti dei generali componenti lo stato maggiore).

La recitazione di Bruno Ganz è assolutamente straordinaria e memorabile: il suo Adolf Hitler è stravolto per effetto della propria stessa follia, è in preda ai tic, ma sa mantenere, nei rapporti privati, quel tocco di pacata cortesia che rende la situazione ancor più surreale.

Di pari livello – se non addirittura superiore – è l’interpretazione di Ulrich Matthes di un Joseph Goebbels totalmente folle, silenziosamente rancoroso e lucidamente proiettato verso l’annichilimento suo e della propria famiglia in nome di un ideale.

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Der Untergang (2004, Germania, 150 min)

Regia: Oliver Hirschbiegel

Soggetto: Joachim Fest, Traudl Junge

Sceneggiatura: Bernd Eichinger

Fotografia: Rainer Klausmann

Musiche: Stephan Zacharias

Interpreti principali: Bruno Ganz (Adolf Hitler), Alexandra Maria Lara (Traudl Junge), Corinna Harfouch (Magda Goebbels), Ulrich Matthes (Joseph Goebbels), Juliane Köhler (Eva Braun), Heino Ferch (Albert Speer), Christian Berkel (Ernst-Günther Schenck), Ulrich Noethen (Heinrich Himmler), Mathias Gnädinger (Hermann Göring)

5 pensieri riguardo “Addio a Bruno Ganz: La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, di Oliver Hirschbiegel

  1. Un grande dispiacere la perdita di questo stupendo attore. Io mi innamorai di lui già con “Dans la ville blanche” di Tanner dell’83. E da allora, passando per “Pane e tulipani” del nostro Soldini è stato amore costante e duraturo. Rohmer, Herzog, Wenders, Giuseppe Bertolucci, Angelopulos, Coppola, Lars von Trier, Bolognini, Ridley Scott, Billie August, Jonathan Demme… sono solo alcuni dei grandi registi che lo hanno voluto per i loro film… ci mancherà la sua faccia buona e il suo sguardo intelligente.

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