Al cinema & Speciale Oscar 2019: Cold war, di Paweł Pawlikowski

Siamo in Polonia, nel 1949, e per terra c’è un sacco di fango ciac ciac. Il che già è tutto diverso dal trailer, insopportabile, con due tizi in abito da sera, lui che suona il piano e lei che canta, su basi jazz, ma languidamente. Ma è un processo, ci si arriva. Nel fango e nella pauta (sì, la PAUTA!) un direttore di coro sta cercando… il coro, letteralmente. Stanno mettendo insieme un gruppo folcloristico di giuovani che balli e canti le arie contadine. Fanno audizioni. Il  direttore è Wiktor, ha l’aria malinconica.

Nel coro entra Zula, una bella topa di cui si capisce e si dice che già tutti si innamorano. Partono le camporelle tra Wiktor e Zula, lei gli confessa che lo deve spiare (si sottende che Wiktor sia comunista, ma per chi sta sopra not enough). Il coro intanto è diventato una macchina da propaganda (probabilmente una Trabant), costretto a inframmezzare i canti di campagna a quelli sul grande leader Stalin, coi baffoni sullo sfondo.

Durante una tournée a Berlino est W. propone a Z. di andare luico (che è come seco, ma con lui) dall’altra parte (ancora il muro non v’è), ma lei gli da una buca clamorosa. Nel fumo di mille siga, lui se ne va.


Avanti veloce, W. suona in un trio jazz nei localini, lei è in giro col solito gruppo. Andirivieni, finalmente si ritrovano a Parigi, lui ha svariate amanti e una mansarda, lei un matrimonio con un italiano (wtf?) che le ha permesso di uscire dalla Cortina di ferro. Ci prova, Z., a fare una plongée nella vita da bohemienne, con l’aiuto di lui fa uscire un disco in francese (la stessa canzone che fa da leit motiv a tutto il film, ma in francese), ma finisce sbronza e ribelle alle feste degli intellettuali chic. Lei se ne va perché Parigi bella ma non ci vivrei (e poi i parigini stanno sul cazzo a tutti dai), lui vorrebbe seguirla ma non può perché è un esule e non è più polacco. Va lo stesso, e quindi…. GULAG! Tiè stronzo. Lei per farlo uscire – ma con calma eh, qua ogni volta passano anni – si sposerà un quadro del partito che se la voleva bombare fin dall’inizio e che ha fatto carriera. Al campo di lavoro a W. sono state spezzate un po’ di dita – che per un pianista è sempre positivo. C’è un finale bomba nel fango e nei luoghi dell’inizio, dove finalmente forse possono essere insieme.

Dopo Ida (di cui ricordo solo che mi era piaciuto, bravo, ben fatto, a veder tanta roba e poi scordare tutto), Pawlikowski riparte dal bianco e nero e formato quadrato (4:3), probabilmente lui vede tutto così. Per portare una storia vagamente autobiografica, ovvero non sua ma dei genitori, su cui ha ricamato ma che sono serviti da modelli per i due protagonisti, una storia che mischia le barriere e i muri emotivi e politici (come se nella vita non ci fossero già abbastanza problemi senza che qualche stronzo si faccia venire in mente di aggiungere dei confini/alzare un muro); l’amore di W e Z non può che finirne triturato e sofferto, tagliente come uno rottospecchio e impossibile da decifrare e usare per entrambi. Da un lato W è un personaggio abbastanza prevedibile (piano, jazz, scopare, birra, augh ahah no dai, però quasi), archetipo del musicista spiantato (in sensi i tutti), triste, spleeeeeen, stempiato, col fuoco dentro ma a suo modo coerente. Al solito più interessante (o imprevedibile) la psicologia femminile, con Z che è matta e insopportabile, al tempo stessa magnetica, ha un passato coi finestrini oscurati, e ribelle, prima, dopo, odia Parigi e probabilmente l’occidente decadente, e queste fisime da jazzisti sfigati non hanno senso. Mentre ce l’ha il sapersi l’una per l’altro, che diventa un ideale a cui entrambi si sacrificano, hopelessly, e come dice la canzone ohiohiohi (dice anche altre cose ma sono in polacco e non le capisco).

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Zimna wojna (2018, Polonia/Francia/Gran Bretagna, 84 min)

Regia: Paweł Pawlikowski

Sceneggiatura: Paweł Pawlikowski, Janusz Glowacki, Piotr Borkowski

Fotografia: Łukasz Żal

Interpreti principali: Joanna Kulig (Zuzanna “Zula” Lichoń), Tomasz Kot (Wiktor Warski), Borys Szyc (Lech Kaczmarek), Agata Kulesza (Irena Bielecka)

2 pensieri riguardo “Al cinema & Speciale Oscar 2019: Cold war, di Paweł Pawlikowski

  1. Pawlikowski vede tutto così😂😂
    Può essere e in tal caso bisognerebbe dare un premio al suo sguardo più che al DdF.
    Comunque gran bel film, forse questo rischia meno di essere dimenticato (soggettivamente) rispetto a Ida…
    Quel maledetto di Cuaron (no dai scherzo) gli fregherà tutti gli Oscar che forse meritava. Ma ciò non toglie nulla alla bellezza dell’opera

Commenti

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