contemporary stuff: Lazzaro Felice, di Alice Rohrwacher

Lazzaro-felice_Locandina-300x421Ormai ti ho già parlato infinite volte della scarsa lungimiranza che mi affligge e che mi porta a ignorare bellamente quelli che si rivelano poi essere dei grandi film. Mi è accaduta la stessa cosa anche con Lazzaro Felice: ci ho ronzato intorno per un po’, mi sono ripetuto un sacco di volte che dovevo vederlo, e poi l’ho lasciato andare senza mai preoccuparmi di recuperarlo. Per fortuna ci sono i premi, e dal momento che il film è candidato, tra le altre cose, come Miglior film ai David di Donatello 2019, ho deciso che era il momento di guardarlo. E finalmente, direi, perché Lazzaro Felice è un ottimo film di cui andare fieri.

Lazzaro è un ragazzo caratterizzato da un’innocenza e un candore che stridono nel duro mondo contadino in cui è nato. Insieme agli altri contadini, infatti, Lazzaro è il mezzadro della Marchesa Alfonsina de Luna, e contribuisce a mandare avanti la piantagione di tabacco della nobildonna in condizioni al limite della schiavitù. Le cose cambiano nel momento in cui la Marchesa stessa giunge a visitare i suoi possedimenti insieme al figlio, Tancredi. Annoiato e disgustato da quello che considera “un inganno” della madre, Tancredi si allontana dalla magione della Marchesa e fa amicizia con Lazzaro. I due ragazzi sono così uniti da un legame immediatamente strettissimo, che riesce a superare gli ostacoli costituiti dallo spazio e dal tempo riallacciandosi, molti anni dopo, in modi inaspettati e imprevedibili.

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E’ difficile riassumere la trama di Lazzaro Felice senza rovinare i colpi di scena e i misteri che accompagnano la visione del film. Alice Rohrwacher scrive e dirige un film capace di reinventarsi in continuazione, di incuriosire lo spettatore all’inizio e affascinarlo man mano che procede grazie alla delicatezza della storia che racconta e alle bellissime immagini che mette in scena, su cui dominano i paesaggi naturali di un’Italia rurale e spesso inospitale. Lazzaro Felice cambia molto spesso passo e registro per seguire la sua storia, una storia in cui c’è molto da scoprire fin dall’inizio, quando dopo i primi minuti capisci immediatamente che qualcosa non funziona come dovrebbe aprendo la strada alla prima delle grandi rivelazioni che permettono alla trama di avanzare. Rivelazioni che non giungono mai impreviste: dalla nostra posizione privilegiata di spettatori siamo in grado di capire abbastanza velocemente quale sia “l’inganno” di cui parla Tancredi, grazie all’inserimento, non sempre raffinato, di elementi così vistosamente anacronistici che sembrano gridare per attirare la nostra attenzione. Una caduta di stile, per certi versi, ma che si fa perdonare dal momento che non è quello il punto.

Se il fulcro della trama è il mistero della comunità contadina, il punto del film è proprio Lazzaro, protagonista silenzioso e dimesso che osserva ciò che lo circonda piuttosto che prendervi parte. Lazzaro, interpretato da un ottimo Adriano Tardiolo al suo debutto cinematografico, è una persona buona, un’anima pura che chiede solo di essere utile ed essere amato senza pretendere niente in cambio. Una persona così dolorosamente fuori posto da palesare immediatamente la sua natura aliena al mondo contadino in cui è cresciuto, una natura che si esplicita nella seconda parte del film fino ad assimilare il personaggio di Lazzaro alle grandi figure religiose della cultura cattolica.

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Lazzaro Felice è il racconto di un’agiografia contemporanea, con il protagonista che ripercorre la strada di quegli stessi Santi che alla tenuta dell’Inviolata ancora venerano con superstiziosa devozione, fino al martirio finale. Lazzaro compie miracoli, certo, ma a stabilire fin dall’inizio la sua santità è proprio la bontà che lo caratterizza e che lo porta a sacrificarsi continuamente per gli altri portando, alla fine, le persone intorno a sé a fare lo stesso, donando quel poco che hanno senza chiedere nulla in cambio. Lazzaro si fa portatore di un bene puro e disinteressato, una rivoluzione pacifica che sembra chiedersi, attraverso i grandi occhi del protagonista, se c’è ancora posto per la bontà tra gli uomini, e se un uomo buono possa avere qualche possibilità di sopravvivere in un mondo dove la prevaricazione e lo sfruttamento formano una catena di cinismo e violenza che stritola le persone e annulla la loro dignità di esseri umani.

Alice Rohrwacher costruisce un racconto affascinante muovendosi con agio tra ambienti e mondi completamente diversi, riuscendo a usare stili e registri molto diversi tra loro ma incredibilmente coerenti l’uno con l’altro. La prima parte riprende, inevitabilmente, la lezione di maestri come Ermanno Olmi nella descrizione, affettuosa e compassionevole, della civiltà contadina in cui è cresciuto Lazzaro, un piccolo mondo antico fuori dal tempo e isolato dal resto dell’umanità, autosufficiente e richiuso in sé stesso. Un mondo ancora scandito dal ritmo delle stagioni e dai piccoli riti comunitari, come la serenata a una ragazza e il successivo fidanzamento, che cementificano sempre di più un’identità individuale e collettiva allo stesso tempo, inscindibile dal senso di appartenenza al gruppo; tant’è vero che Lazzaro, sempre ai margini della vita sociale, è l’unico a non sapere chi sia e da dove venga, a non conoscere le proprie radici, dissolvendosi completamente all’interno della comunità contadina. La narrazione, in questa prima parte, è dominata dai maestosi paesaggi laziali, una terra riarsa in cui lo sguardo è chiamato a perdersi grazie all’abbondanza di riprese aeree e di campi lunghi; completa il quadro il formato dell’immagine, con gli angoli arrotondati e i bordi frastagliati, come a voler dare l’impressione di una vecchia fotografia rovinata dal tempo.

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Dal mondo rurale alla città, Lazzaro Felice è una storia che non si risolve, ma rimane in sospeso per aprirsi all’interpretazione. Più di tutto, però, chiede di essere visto e compreso, con la stessa compassione che Lazzaro dimostra a tutti e il candore del suo sguardo, quel candore a tratti infantile che può aiutarci a credere che un santo, in fondo, può ancora nascere anche oggi per portare del bene nel mondo.

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Lazzaro Felice (2018, Italia, 130 min)

Regia e Sceneggiatura: Alice Rohrwacher

Fotografia: Hélène Louvart

Interpreti principali: Adriano Tardiolo (Lazzaro), Alba Rohrwacher (Antonia adulta), Nicoletta Braschi (Marchesa Alfonsina de Luna), Luca Chikovani (Tancredi ragazzo), Tommaso Ragno (Tancredi adulto), Natalino Balasso (Nicola)

12 pensieri riguardo “contemporary stuff: Lazzaro Felice, di Alice Rohrwacher

  1. davvero un ottimo film, forse l’anno scorso è passato in sordina anche per la concomitante uscita di Dogman e – se non ricordo male – per la presenza in sala di Loro…
    eppure Lazzaro Felice sta di diritto tra i migliori film italiani del 2018 (se la gioca con quello di Garrone, mentre è a mio avviso ben superiore rispetto a quello di Sorrentino)…
    straordinario Tardiolo nei panni del protagonista, soprattutto nella postura e nella mimica facciale…
    bellissima la sceneggiatura, giustamente premiata a Cannes…
    se devo trovare un difetto: la sequenza finale del “martirio” (che me l’aspettavo) non mi ha convinto del tutto come ambientazione… in una banca, durante una presunta rapina… mi è sembrata fuori contesto rispetto al resto del film…

    1. Non sono d’accordo, alla fine muore facendo quello che ha sempre fatto, cioè cercare di aiutare gli altri. La sua innocenza non lo porta a considerare il clima di tensione che avrebbe potuto generarsi e il fatto che la fionda avrebbe potuto essere presa per un’arma, e le persone alla banca non gli lasciano il tempo per spiegare. E’ vero però che si tratta di una scena molto veloce, forse troppo, e che avrebbe giovato di una maggiore pianificazione, invece di avvenire così brutalmente; sembrava quasi che dovesse chiudere il film in fretta e furia e ci abbia appiccicato il primo finale che le sia venuto in mente.

      1. non mi sono spiegato bene: il tentativo di aiuto è assolutamente in linea con il resto del film, su questo non ci piove…
        è l’ambientazione che non mi ha convinto, in un’asettica filiale di banca, quando il resto del film si è sempre sviluppato in ambienti quando non bucolici almeno spartani…
        vero che, da un lato, la naiveté di Lazzaro risalta ancor di più in un ambiente così diverso, forse può essere questa la ragione che ha portato la regista a scegliere di chiudere in quel modo…

  2. Sono d’accordo su tutto quanto dici, Vincenzo, ma non mi dispiace il finale in banca durante una rapina. Se non ricordo male lui finge di rapinare perché vuole aiutare Tancredi. Quando si scopre che non ha nessuna arma, i clienti della banca, in preda alla paura e alla rabbia, lo linciano. La banca rappresenta la circolazione del danaro, oggetto quanto mai lontano dalla prospettiva di Lazzaro e dalla sua anima. Qui non può difendersi, non è nel suo territorio, come quando muore la prima volta, precipitando nel burrore. Ma anche adesso, come allora, arriva il lupo che, anche se non può salvarlo, gli dà la sua vita e mi pare che alla fine, proprio nelle ultime inquadrature, si vedono dei lupi correre felici tra il traffico cittadino.

      1. E ovviamente un bravo a Daniele per aver parlato del film, in effetti è stato, con Dogman, il più bel film italiano dello scorso anno. Anche Sorrentino però ha fatto un bel lavoro.

  3. L’anno scorso è stato un anno interessante per il cinema italiano. Sono usciti film molto belli e Lazzaro Felice è uno di questi. Davvero ottima la tua recensione che riesce a descrivere perfettamente le sensazioni che trasmette la pellicola.

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