Al cinema: Sofia, di Meryem Benm’Barek

All’ingresso della sala mi chiedono se so che il film è in lingua originale. Capisco il loro scrupolo, rispondo “Meglio!”, vorrei comunque cinema dove piuttosto la cassiera si scusa perché il film NON è in lingua originale. Passano 30 secondi di film prima che Sofia, durante una cena in cui genitori e zii parlano di un investimento TBD, si renda conto che le si sono appena rotte le acque e di essere incinta (negazione di gravidanza). E a quel punto salta su Pozzetto a dire “Ellamadonna!”. Invece no, perché siamo a Casablanca e la cugina Lena la porta in ospedale. Però però col cazzo che puoi partorire in Marocco se non c’è il padre, e i rapporti fuori dal matrimonio sono punibili col carcere. Trafila burocratica, ti facciamo partorire ma deve saltar fuori il padre. Sofia ha vent’anni e della famiglia è il brutto anatroccolo – anche perché con tutto quel che le succede tiene due occhiaie tante per tutto il film.

La cugina Lena è più gnocca, più imparata (sa il francese e specializzanda in oncologia), progressista, un po’ forse grulla a stupirsi del fatto che il codice marocchino sucks. Intanto lo scoprono i genitori (e zii) di Sofia; i secondi già benestanti, i primi che puntano a diventarlo facendo affari coi secondi, i quali del tutto tirano le redini, in particolare la zia. C’è da trovare il padre, che sembra essere Omar, un ragazzo di famiglia povera che vive nei quartieri poveri ed è povero e forse puzza pure un po’ di povero. Lui nega, ma dopo una ripassata in carcere tutti son d’accordo, il matrimonio s’ha da fare. Per evitare il carzaro e le voci di parenti e vicini e per carità, salvaguardare l’investimento. C’è ancora un twist verso il finale, del tutto ininfluente, fa soltanto cambiare l’intera prospettiva. Ma non le decisioni prese, che convengono a tutti (tranne che a quella zuccona sporca idealista, forse comunista, di Lena): perché la famiglia di Omar (da leggersi come Guarda o mar quant’è bbell) è contenta perché così uscirà dalla povertà, Omar l’accetta ma sa che non amerà mai Sofia, la famiglia di Sofia potrà fare big money evitando lo scandalo che tutto avrebbe compromesso, Sofia non è contenta ma Omar era l’unico ad averla trattata bene e sa di aver scelto il meno peggio. Questa la tesi: in una società ancorata a un codice civile e morale che sa di tradizione e medioevo, l’obiettivo è la sopravvivenza e il miglioramento della propria condizione tramite il meno peggio.


L’amore non esiste, lo dicono anche i Baustelle (ah no era la morte). E questa sopravvivenza passa attraverso le donne, facendone un film femminile e femminista, che non so quanto possa scuotere in Marocco ma il suo grano di sabbia lo porta, e qui fa sempre la sua porca figura. Donna è la regista esordiente, donne sono i personaggi che valgono qualcosa, persino il bebè è femmina. I maschi si limitano allo sguardo triste del padre di Sofia, quello severo del commissario che “convince” Omar e quello disperato di Omar. A essere, nominalmente e per la società, padri di famiglia e responsabili delle vite di mogli e figlie, praticamente e tra le mure domestiche vittime quanto le donne (e per di più smidollati), lasciando a queste ultime la parte di Wolf e i problemi da risolvere. Gli interni, resi in scene dalla spesso ricercata e perfetta composizione simmetrica, sono lo sfondo del dolore, della contrattazione e delle decisioni, dove letteralmente le donne mandano avanti le cose.

Si diceva del v.o., il film è in originale per scelta distributiva, dato che tutti parlano un miscuglione di francese e arabo impossibile da rendere in traduzione, se non perdendolo, e che invece è una tessera del mosaico.

E comunque la bambina, con tutto il bailamme che le succede intorno, tipo essere eiettata fuori dall’ospedale subito dopo il parto ecc, non rompe quasi mai i coglioni.

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Sofia (2018, Francia / Qatar / Belgio, 85 min)

Regia e sceneggiatura: Meryem Benm’Barek

Fotografia: Son Doan

Interpreti principali: Maha Alemi (Sofia), Lubna Azabal (Leila), Faouzi Bensaïdi (Faouzi), Nadia Benzakour (Fatiha), Nadia Niazi (Zineb), Sarah Perles (Lena)

4 pensieri riguardo “Al cinema: Sofia, di Meryem Benm’Barek

  1. Interessante recensione!

    Quella del doppiaggio in italiano purtroppo è una piaga nazionale che ha radici che vengono da lontano (il ventennio fascista) e che non è sradicabile…

    1. Sradicabile no, però qualche cinema che l’ha capito e addirittura ci punta c’è, alla fine esiste una nicchia di pubblico che se può scegliere va al cinema con i sottotitoli, più la nicchia si ingrosso più diventa appetibile. In effetti per i film grossi dubito si possa mai applicare questa cosa :/

      1. Si, più di una nicchia non potrà mai essere. La gente è troppo abituata, e poi c’è un’industria del doppiaggio che è dura a morire!

Commenti

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