Al cinema: Dolceroma, di Fabio Resinaro

In questo cinema, un pomeriggio di un giorno feriale, ci siamo io e la corte dei miracoli, anzi evidentemente ne faccio parte. Serio, gente con delle grinte che forse nemmeno trovi nei cinema porno. Siamo in 7. Di questi, 3 abbandoneranno la sala prima della fine.

Il film parte con un flash avantendietro, la voce narrante è del protagonista, Andrea, scrittore spiantato che come vita fa il pulitore di morti all’obitorio, sognando il momento in cui potrà essere non solo protagonista ma artefice/manipolatore delle vite degli altri. Il momento sembra arrivare quando Oscar Martello (nientepopodimeno che Luca Barbareschi, produttore sia nella finzione che del film di essa fuori), un produttore della casa di produzione Incudine (sic) lo chiama a Roma per girare un libro dal suo film. Ehm. Forse il contrario.

Comunque, gli affianca un regista scemo (Fabrice, il “Tarkovsky dei poveri”), che gira tutto in scene lunghissime perché così al montaggio non si potrà cambiare niente (“non c’è per noi un campo lungo cinematograficoooo”), un’attrice cagna che si chiama Jacaranda, non so perché, che però è anche l’amante di Oscar e di cui Andrea si innamora. Il quale Oscar è sposato con la ricca ereditiera Nomeacaso, che è Claudia Gerini. La quale a sua volta passa il film a minacciare di lasciarlo e a mostrare che ha ancora due gran poppe, in una scena assurda dove esce da una vasca di marmo ripiena di miele (WTF???)

Insomma, il film nel film viene una merda (non si capisce perché visto che bastava usare un altro regista, ma serve al prosieguo del film fuori dal film), e allora per non rovinare le carriere di TUTTI Andrea e Oscar decidono di inscenare un rapimento di Jaca da parte della camorra, così il pubblico scemo andrà a vedere il film e sarà un successone.

Solo che, Jaca muore a Praga (ma… WTF?), e il trick alla fine della fiera è che Andrea non è così scemo come è sembrato nell’ora e mezza precedente ma davvero è diventato un machiavellico tessitore delle trame che reggono le storie degli altri.

Abbiamo: un film metafilm, all’intersezione tra Boris, i Soliti sospetti, Hotel Gagarin e quel regista francese che fa sempre dei film malati e di cui ora non mi viene il nome. Ma si potrebbero trovare mille altre cose, perché è un pastiche di tutto e di più. Barbareschi vulcanico e tonitruante, che da calci ai cani, vive da leone e brucia forte, fino all’esplosione finale.

Una serie di battute, come si dice, TOPPISSIME (scusate, vivo a Mi), tra cui ricordo con piacere:

“L’amore è una roba per cameriere”

-il bodyguard conduce il giovane scrittore nella ricca casa del produttore, passano accanto a un quadro, Andrea dice: “Ma è di Picasso!”. Risposta del bodyguard: “No, è di Oscar Martello”

-combattimento finale con le katane nella casa incendiata, Oscar si è visto per tutto il film che è fortissimo, Andrea no, il primo al secondo: “Ma… dove hai imparato a combattere?” Risposta: “Youtube”.

Ahimè tanti a questo punto del film già erano andati via.

Tratto da un romanzo, Fausto Brizzi condivide la paternità della stesura del soggetto con il regista – Barbareschi, dopo il metoo, ha avuto la brillante idea di sostenere che Brizzi fosse: a) vittima del sistema; b) un genio!

Ora qui non è più nemmeno metacinema, è metaBoris. Un trip mentale in cui mi sono infilato innanzitutto perché non avrei pagato il biglietto (sono abbonato, ho pure la poltrona vip, ma non la uso mai). Una cagna che dice cagna a sé stessa, o un bue che dice bue al bue, rimescolando tutto il cinema anni 90 e 00 e condendolo con fuoco e/o miele a piacere. La sceneggiatura mah, ha la sua dose di insensatezze, a una certa pensavo “ma toh, è quasi finito e non mi sono annoiato”, e subito dopo è partito l’intervallo di metà film. Doh! Barbareschi fin divertente nel suo essere un insopportabile burbero dal cuore marcio ma buono, Andrea ingobbito per tutto il tempo (forse a rimarcare la sua doppiezza, che si rivelerà nel non proprio imprevisto finale. Ho reminiscenze di Tersite quasi). Ma sempre con l’ultimo bottone della camicia abbottonato eh, sia mai, succeda quel che succeda. E comunque anche Andrea si farà un bagno nudo nel miele, cazzo! Beh era meglio la Gerini. Lo sfondo è Roma, intitolare si sarebbe potuto “la grande bruttezza”,  o meglio non la Roma dei marmi e delle opere ma quella dell’abiezione dei personaggi che in essa brulicano. Per cui qualche personaggio è serio, qualche altro sembra uscito da una sit com, qualche altro ancora da uno sketch di Zelig – il poliziotto, ma perché cazzo è così? Pecché? Non si capisce perché debbano convivere nel medesimo narrativo universo. Ma tanto c’è il miele che da collante fa al tutto.

Ah, il regista francese che fa film creepy e malati che non mi veniva è Ozon. Aggiungo anche che, spazio, avevo incrociato, spazio, Luca Barbareschi, spazio, a un evento fighetto, tre giorni prima. (Mi) è un postaccio e non si vede mai un VIP che lo sia davvero.

___

Dolceroma (2019, Italia, 105 min)

Regia e sceneggiatura: Fabio Resinaro

Soggetto: Fausto Brizzi e Fabio Resinaro, dal romanzo di Pino Corrias

Fotografia: Paolo Bellan

Musiche: Andrea Bonini

Interpreti principali: Lorenzo Richelmy (Andrea Serrano), Luca Barbareschi (Oscar Martello), Valentina Bellè (Jacaranda Ponti), Francesco Montanari (Raul Ventura), Armando De Razza (Remo Golia), Iaia Forte (Milly), Claudia Gerini (Helg)

4 pensieri riguardo “Al cinema: Dolceroma, di Fabio Resinaro

  1. Santamaria! Grande recensione, davvero con un ritmo rutilante, per un film che non andrò mai a vedere: 1) perché la tua recensione è stata chiara su quanto ci si può aspettare 2) Barbareschi è meglio per il cinema italiano che si dedichi al teatro (soldi pubblici risparmiati).

  2. Volevo troppo vederlo, ma a Cremona l’hanno già tolto dopo quanto, una settimana dalla sua uscita? Bah. Mi sa che lo recupererò in altri modi, perché davvero mi incurioscisce un sacco!

Commenti

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