Al cinema: Cafarnao – Caos e miracoli, di Nadine Labaki

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Bambini perfetti: ***

Senso dell’abbandono: *******

Furberia e scaltrezza: ***

Sindrome del “dateme la statuetta”: *********

Di Nadine Labaki avevo visto Caramèl e l’avevo amato tantissimo. Lì, in quel centro estetico casinista nel bel mezzo della Turchia, c’era tanto amore e tanta tristezza da otturare le arterie di tutto il mondo. Nadine come regista e attrice era perfetta e la costruzione dei personaggi non era mai banale. Il dolore non era banale: veniva fuori nella poesia dei momenti di solitudine, nelle inquadrature in cui il personaggio rimaneva abbandonato con la sua mera intimità.

Qui….beh qui è andata diversamente. Qui è andata peggio.

Cafarnao (recentemente candidato all’Oscar come miglior film straniero) è una storia che pare messa in piedi per attirare premi come la carta moschicida attira gli insetti. Una vicenda piazzata in un contesto di degrado sociale della periferia di Beirut: povertà, incapacità di sottrarsi allo scorrere di una vita inerte, nessuna volontà di riscatto. Una coppia con troppi figli diventa l’emblema di cosa la povertà e la disgrazia possa fare all’affetto materno o paterno: lo annienta, perché amare e proteggere le tue creature non diventa più una cosa fondamentale.

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Unica luce nel buio più profondo è Zain, figlio della coppia: bambino bellissimo, educatissimo e pieno solo di buoni sentimenti verso il prossimo. Un angelo caduto dal Cielo che vive per far sì che chiunque attorno a lui stia meglio e che, a 10-12 anni, ha la prontezza di ragionamento di un adulto. Difende le sue sorelle dal male: soprattutto protegge Sahar, che si avvicina pericolosamente alla pubertà e quindi a diventare appetibile oggetto sessuale, il che significa “oggetto vendibile”. Zain è tanto altruista da rubare gli assorbenti alla sorella pur di aiutarla, e tanto sveglio da spiegarle che deve nascondere il fatto che sta crescendo.

Tutto è inutile: non importa quanto Zain sia il figlio modello, avrà sempre due genitori debosciati. Sahar verrà venduta a un mercante a 11 anni, rimarrà incinta e morirà di aborto spontaneo.

Vediamo così per due ore Zain dribblare tragedie immani che ci fanno pensare che non ci sarà mai una via d’uscita per lui: la fuga dalla famiglia, il nuovo rapporto con una donna e suo figlio, il tentativo di assassinio del marito della sua sorellina morta e la conseguente prigione. Qui, il peculiarmente sottile e intelligente Zain, cresciuto nel degrado e nella mancanza totale di acculturamento, decide di citare in tribunale i suoi genitori. L’accusa? Averlo messo al mondo ed averlo costretto a subire dolore e sofferenza, senza nemmeno prendersi la briga di procurargli un documento. Una strategia forense – che gli garantisce la notorietà mediatica- che nemmeno Perry Mason.

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Tutto è costruito in maniera da farci dire “OH MIO DIO FATEMI ADOTTARE QUEL BAMBINO PERFETTO” e, contemporaneamente, “OH MIO DIO LA VITA È ORRIBILE”. Il che ci dà da pensare nel momento in cui assistiamo a un lieto fine inaspettato e che suona troppo artefatto: ma come, Nadine, prima ci fai vedere che la vita è una merda e che nessuno è salvo e poi si rimette tutto a posto senza neanche un particolare sforzo? Non credo.

Per carità, ladies and gentlemen: siamo decisamente lontani dall’aver visto un film brutto. Regia che funziona, colonna sonora decisamente notevole, attori validi.

No, non è un film brutto. Semplicemente, non è un film vero.

___

Capharnaum (2018, Libano, 120 min)

Regia: Nadine Labaki

Fotografia: Christopher Aoun

Montaggio: Konstantin Bock

Musiche: Khaled Mouzanar

Cast: Zain al-Rafeea (Zain El Hajj), Kawthar Al Haddad (Souad), Fadi Kamel Youssef (Selim), Cedra Izam (Sahar)

8 pensieri riguardo “Al cinema: Cafarnao – Caos e miracoli, di Nadine Labaki

  1. il senso di artificiosità in effetti c’è, ed emerge già solo nella scena principale in cui il giudice interroga Zain sulle sue intenzioni…
    scena d’impatto, ma artefatta…
    scena madre attorno alla quale gira tutto il film, ma che risulta un mero espediente…
    scena madre un po’ gettata al pubblico per far parlare di sé, quasi con fini pubblicitari o di marketing (io stesso mi sono ritrovato a dire: “è il film in cui un bambino libanese denuncia i suoi genitori per averlo messo al mondo”… sintesi ovviamente approssimativa)..
    però come ben dici non è sicuramente un brutto film, anzi…
    anche perché, almeno per la confezione, i paragoni che sono stati fatti con il neorealismo (non da me) sono tutt’altro che peregrini…

    1. Diciamo che per “vero” intendo un prodotto cinematografico che esprime autenticità, emozioni non elemosinate ma che vengono suscitate in modo genuino, non con un lavoro artefatto in cui si spinge alla ricerca della lacrima a tutti i costi al fine di creare un film di cui sia politicamente scorretto parlar male…

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