touch of modern: Easy Rider, di Dennis Hopper

Esattamente cinquant’anni fa, il 12 maggio del 1969, al ventiduesimo Festival di Cannes veniva presentato Easy Rider, quello che diventerà il road movie per eccellenza, un film assolutamente rivoluzionario ed epocale.

Se molti fanno risalire la nascita della Nuova Hollywood ai precedenti Il laureato e Gangster story, con Easy Rider si cancella quanto meno qualsiasi dubbio sul fatto che il cinema americano sia profondamente cambiato e che sul classicismo hollywoodiano si sia definitivamente abbassata la saracinesca.

Il viaggio on the road dei due protagonisti, su quei chopper che hanno fatto epoca, è compiuto verso est (dalla California alla Florida), anziché verso ovest, chiudendo così emblematicamente la tradizione del western e dei pionieri.

In ciò Easy Rider può essere visto come un viaggio di ri-scoperta, come il tentativo di riappropriarsi del Paese da parte di una controcultura (quella hippy), di una generazione (quella dei giovani degli anni ’60) e – più in generale – di un way of life (quello di coloro che si ritenevano liberi e anticonformisti).

Il road movie si pone così come continuatore del genere western, ma in chiave moderna. Dai cavalli si passa alle motociclette, con un’evoluzione immortalata nella sequenza del ranch, in cui i due protagonisti si fermano a riparare la moto mentre il fattore sta ferrando gli zoccoli del cavallo (l’alternanza tra le due azioni è evidenziata da un montaggio che mescola fotogrammi dell’una e dell’altra).

C’è uno scontro generazionale in corso, ma anche uno scontro tra vecchia e nuova America.

Siamo nel 1969, del resto, l’anno successivo al fatidico ’68, con le sue ribellioni e rivendicazioni; l’anno che chiude un decennio cruciale per la lotta ai diritti civili.

Significativa l’ambientazione negli Stati del sud, quelli dei rednecks conservatori, reazionari e razzisti, pronti ad utilizzare la violenza per difendere la loro intollerante visione della società.

Easy Rider registrò un successo clamoroso per una produzione indipendente, convincendo le majors a investire sul rinnovamento: pellicole di autori di nuova generazione, create per un pubblico giovane.

È un film che affronta con disinvoltura il tema delle droghe, le quali devono aver peraltro pesantemente condizionato gli autori nello scrivere la sceneggiatura (e il regista nell’adattarla su pellicola): basta ascoltare alcuni dialoghi surreali, in special modo quelli pronunciati nel serale e ricorrente momento di riflessione attorno al falò.

Spiragli di cinéma vérité si innestano qua e là: dalle scene in presa diretta del carnevale di New Orleans, a quella girata nel caffè di provincia, dove Hopper reclutò attori non professionisti, gente del posto a cui chiese di dire le prime cose che passavano loro per la testa ipotizzando che quei tre che sarebbero entrati nel locale fossero “capelloni” che avevano molestato alcune donne del paese.

Pure il montaggio è da strafatti, con molte transizioni che mostrano l’alternanza tra i fotogrammi della sequenza entrante e di quella appena conclusa, con effetto psichedelico.

Così come psichedelica e lisergica è la scena dell’acido consumato in un cimitero di New Orleans dai due protagonisti, in compagnia delle due prostitute adescate poco prima. Anche in questo caso un montaggio serratissimo, con un mix di sacro e profano, sia per quanto riguarda le immagini, sia per il sonoro (le preghiere pronunciate in sottofondo).

Chiude la pellicola un finale tragico, sconvolgente, che si racconta abbia raccolto liberatori applausi scroscianti nelle cittadine di provincia del sud, a conferma della profonda divisione sociale che la pellicola era andata a fotografare.

Contribuiscono a rendere immortale il film la memorabile colonna sonora pop-rock – capace di combinarsi con le immagini anche da un punto di vista contenutistico – e le meravigliose location, tra cui quella Monument Valley tanto cara a John Ford (a riconferma dei collegamenti col western).

Ottima interpretazione degli attori protagonisti (anche se meglio il dimesso e disilluso Peter Fonda) e non protagonisti (un grande Jack Nicholson nel ruolo dell’avvocato dei diritti civili). Personaggi che – come diventerà prassi del cinema della New Hollywood – si rivelano agli occhi dello spettatore come anti-eroi, perdenti sconclusionati, ben lontani dalla tradizione dei bikers del cinema classico, quelli de Il selvaggio, i macho alla Marlon-Brando-anni-Cinquanta.

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Easy Rider (1969, USA, 94 min)

Regia: Dennis Hopper

Soggetto e Sceneggiatura: Peter Fonda, Dennis Hopper, Terry Southern

Fotografia: László Kovács

Interpreti principali: Peter Fonda (Wyatt “Capitan America”), Dennis Hopper (Billy), Jack Nicholson (George Hanson)

6 pensieri riguardo “touch of modern: Easy Rider, di Dennis Hopper

  1. Grandissimo classico e ottima recensione, grazie! Ho avuto la fortuna di vedere questo film, oltre che in DVD, a un cinema all’aperto tre anni fa ed è stata una grande esperienza, con quella colonna sonora esagerata e quest’America scoperta a bordo di una motocicletta… davvero geniale, ha segnato un’epoca!

    1. Vederlo sul grande schermo è già di suo una grande esperienza. Poi una visione all’aria aperta devo dire che intercetta alla perfezione lo spirito del film!

  2. Io l’ho visto quando è uscito, e poi rivisto, naturalmente mantenendo lo stesso spirito. Mi piacerebbe sapere le sensazioni dei tanti, più giovani di me, che lo hanno visto “dopo” in un momento storico diverso. Se hanno capito, respirato proprio tutto

    1. difficile provare le stesse sensazioni di chi lo vide in quegli anni.
      però si può quanto meno immaginare l’effetto dirompente che ebbe un film del genere all’epoca…

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