touch of modern: Un uomo da marciapiede, di John Schlesinger

Premiato con tre oscar di peso (miglior film, regia e sceneggiatura non originale), Midnight cowboy è un film a suo modo epocale, una delle pellicole che diedero il via all’esperienza della New Hollywood, la corrente che rivoluzionò il cinema americano tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Coevo del più celebre e celebrato Easy Rider, i due film apparirono sul grande schermo a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro: il 12 maggio del 1969 l’opera di Dennis Hopper sbarcava a Cannes, tra le pellicole in concorso; tredici giorni dopo, il 25 maggio dello stesso anno, esattamente cinquant’anni fa, si teneva a New York City la premiere di Midnight Cowboy.

La storia è quella del texano Joe Buck, stancatosi di fare da lavapiatti in una tavola calda di provincia e trasferitosi a New York in cerca di una nuova vita. Avendo sentito dire che le donne della Grande Mela sono disposte a pagare per andare a letto con giovani aitanti come lui, Joe si propone come cowboy-gigolò senza tuttavia riscuotere il successo sperato. A New York Joe incontra uno storpio italo-americano che diventerà un amico con cui condividere la dura vita della metropoli.

Introducendo il tema del “loser” e mostrando il vero volto della vita nei grandi centri urbani, Un uomo da marciapiede abbandona i lustrini dell’età classica portando lo spettatore a fare i conti con una visione disincantata dell’America.

I protagonisti sono, per l’appunto, un gigolò improvvisato – che gira con il suo abito da cowboy, segnando simbolicamente il tramonto dell’epoca dei duri dei film western – e uno storpio che vive di espedienti e abita in un appartamento pericolante, abbandonato in attesa della demolizione.

Due personaggi come loro non si erano ancora visti in una pellicola di Hollywood. Eppure abbondavano per le strade, a dimostrazione di quanto distante dalla realtà fosse il cinema dell’età classica, borghese e asettico.

Il tema del sesso fa prepotentemente ingresso sui grandi schermi americani dopo essere stato sdoganato nel Sessantotto: da un lato, c’è il ruolo del protagonista, che fa l’amore a pagamento (non sempre riuscendoci) con donne dell’alta società newyorkese; dall’altro, abbiamo il tema dell’omosessualità (lo stesso Joe, nel periodo più difficile del suo soggiorno nella Grande Mela, non può che constatare come gli unici clienti interessati a lui siano quelli del suo stesso sesso); infine, assistiamo alla rappresentazione piuttosto esplicita (almeno per l’epoca) di alcuni incontri sessuali.

Niente di che, col metro di oggi, ma a quei tempi certe scene fecero scandalo, portando (non solo in Italia, dove ciò era la regola, bensì negli stessi Stati Uniti) ad un visto censura di quelli che si riservavano ai film pornografici o pseudo-tali.

Jon Voight, al suo primo ruolo da protagonista (discreta la sua prova), è affiancato da un ottimo Dustin Hoffman, lanciatissimo, dopo Il laureato, nel panorama degli interpreti americani di nuova generazione.

Lascia tuttavia perplessi il suo doppiaggio: non di certo per la voce del grande Ferruccio Amendola, bensì per la scelta del dialetto partenopeo che connota la parlata di Rico Rizzo alias Sozzo.

Indimenticabile la canzone scelta per accompagnare varie scene del film, la bellissima Everybody’s Talkin’ di Harry Nilsson.

Schlesinger, l’ennesimo regista inglese prestato a Hollywood, si sbizzarrisce nei flashback in cui Joe ricorda il suo passato segnato da bigottismo e violenze (domestiche e non solo) con ricostruzioni frenetiche segnate da un montaggio ai limiti del subliminale.

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Midnight Cowboy (1969, USA, 113 min)

Regia: John Schlesinger

Soggetto: James Leo Herlihy

Sceneggiatura: Waldo Salt

Fotografia: Adam Holender

Musiche: John Barry

Interpreti principali: Jon Voight (Joe Buck), Dustin Hoffman (Enrico Salvatore Rizzo, detto “Sozzo”), Brenda Vaccaro (Shirley), Sylvia Miles (Cass)

12 pensieri riguardo “touch of modern: Un uomo da marciapiede, di John Schlesinger

  1. tutto vero, gran film, epocale, attori straordinari e colonna sonora da ricordare. Bravissimo il regista, giusto per dimostrare che gli inglesi hanno più “coraggio” degli americani (!)

  2. Come recitava il titolo del primo album di Luca Carboni: “…intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film”, frase che andava bene fino alla metà degli anni ’80. Un uomo da marciapiede è senz’altro uno dei suoi film più memorabili.

  3. L’ho visto che ero troppo giovane per notare il doppiaggio zoppicante o apprezzare la tecnica del Flash back. Però non ho mai dimenticato l’intensità di questo film, la bellissima canzone che hai citato, le labbra di John Voight che ancora non aveva regalato a sua figlia Angelina, l’orrore della prostituzione e la mancanza di speranza del finale

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