Al cinema: La caduta dell’impero americano, di Denys Arcand

Le persone intelligenti non succedono (???) nella vita, comprendendone la vacuità, mentre quelle stupide possono credere nel fatto che un aspirapolvere generi la felicità, e vivere meglio. La tesi questa esposta nel prologo da PierPiero, anzi no, Pierre-Paul, a una sua quasi ex che lo guarda con gli occhi stralunati. Stacco. PP è laureato in filosofia e cita classici random, fa il fattorino e il volontario, non nega mai due spicci ai barboni, che costellano le lisce strade di Montréal siccome le margherite il prato. Durante una consegna si trova col furgone dove c’è appena stata una rapina, due cadaveri e due borsoni pieni di canadian-dollah. Rapido sguardo periferico, prende i soldi e scappa. A questo punto ha alcune decine di milioni di $, dapprima prova a metterli in un cassetto.

Ovviamente, non ci stanno. Affitta un box, ce li butta dentro, si prende la main bitch più cara in da city, che cita Céline (diamine, o era Racine? No dai), Aspasia. Nel contempo contatta un truffatore uscito di galera, Sylvain, che gli da l’aria di essere uno che ci sa fare coi magheggi finanziari. Il trio riuscirà: a) a sfuggire alle gang di pessimi elementi che cercano i due borsoni, dove ovviamente stavano soldi sporchi della criminalità organizzata (ma se li han persi non troppo) che li rivorrebbe; b) ad elaborare, con un finanziere, un gioco di rimandi e scatole cinesi per trasferire i loro milioni di contanti su conti correnti, all’estero e intestati a una aleatoria associazione per la protezione dei bambini ; c) a sfuggire agli agenti Mulder e Scully che, pur chiamandosi con nomi diversi, li braccano ma come si bracca l’orizzonte, senza arrivarci mai; d) ad innamorarsi e scopare di brutto (Sylvain-less), e Aspasia/Camille è troppo troppo figa e mi sono innamorato. Tra l’altro, la gnocchissima attrice che la interpreta è una star televisiva québécoise (che già di suo è parola meravigliosa), e guarda caso non sta con un Pierre-Paul ma con un giocatore di hockey su ghiaccio.

Denys Arcand chiude con questo film una trilogia di fatto, iniziata ormai decenni fa con Il declino dell’impero americano e proseguita con il più successoso Le invasioni barbariche. Ma ahò, è passato così tanto tempo che probabilmente non se li ricorda più nemmeno lui, quindi figuriamoci io. Sì ok, c’era uno che moriva e blah. Questa comunque volta i personaggi cambiano (anche se l’attore di Sylvain era protagonista in entrambi i precedenti), aumenta l’inclinazione verso la commedia, resta immutato lo stile verboso e rigoroso delle sue sceneggiature. A tratti saccenti, didascaliche e snobbish, come il suo protagonista, ma con dei valori e una tesi, sintetizzata dal susseguirsi dei titoli, ben precisa. A impero ormai caduto, il denaro è padrone dei destini della società, PP ci mette ben poco a risolvere il suo dilemma morale, fare la scelta sbagliata e ritorcerla poi a fin di bene. Fu così che tutti i puzzle dei pezzi d’incanto si composero, e le giunture più inverosimili della sceneggiatura passano indenni una via l’altra. Alchè è forse diventata più una fiaba che altro, dove quasi hai un po’ paura che li becchino ma tanto non succede mai, rassicurante come i cartoni dove i buoni vincono sempre, e potranno passare il resto della vita a limonarsi Camille, che è pure intelligente e ganza, e a fare del bene ai barboni. Mentre intorno il mondo se ci guardi bene, hey, è in fiamme.

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La Chute de l’Empire Américain (2018, Canada, 127 min)

Regia e sceneggiatura: Denys Arcand

Fotografia: Van Royko

Musiche: Louis Dufort, Mathieu Lussier

Interpreti principali: Alexandre Landry (Pierre-Paul Daoust), Maripier Morin (Camille Lafontaine / Aspasia), Rémy Girard (Sylvain Bigras), Louis Morissette (agente Pete LaBauve), Maxim Roy (agente Carla McDuff)

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