Fly Me to the Moon: #1 – i film di Georges Méliès

Questo viaggio tra i film “sulla Luna” non poteva che cominciare da Georges Méliès, colui che è pressoché unanimemente ritenuto il padre degli effetti speciali e del cinema di fantascienza, ma anche, in senso lato, del cinema di finzione in generale.

Se i fratelli Lumière, infatti, sono considerati i padri del cinema inteso come strumento e mezzo tecnico che aprì le porte allo sviluppo di una nuova forma d’arte, è innegabile che il cinema inteso come invenzione e come finzione nasca soltanto grazie all’opera di Georges Méliès.

Fin dalle sue prime opere Méliès inizia ad occuparsi di fantascienza (ante litteram, dato che il termine doveva essere ancora coniato, come abbiamo spiegato qui). E in tale ambito un’attenzione particolare non poteva non andare all’oggetto celeste che da sempre affascina l’uomo: la Luna.

Già nel 1898, ancor prima del cambio di secolo, Méliès gira La luna a un metro, uno dei suoi film più articolati (per durata e intreccio) tra quelli degli esordi.

Il regista francese fonde scienza, magia e fantasia, gettando le basi per la futura definizione dei canoni del genere: protagonista è infatti un mago, che però utilizza un telescopio (uno degli strumenti scientifici per eccellenza) per le sue osservazioni astronomiche. Il fantastico si affaccia sia per la presenza di alcuni personaggi secondari (come il diavoletto che importuna il protagonista), sia durante lo sviluppo dell’intreccio, quando la Luna diventa sempre più grande fino a entrare nella stanza in cui si trova il mago, divorandosi il telescopio, in una delle scene più memorabili del cinema degli esordi.

Tra gli effetti speciali utilizzati da Méliès in questo corto, vi è il consolidato arresto di ripresa, oltre ad uno dei primi esperimenti di scatto singolo (quello che consente di animare la lavagna dell’astronomo): una tecnica che evolverà nello stop-motion utilizzato per King Kong o per gli AT-AT di Star Wars.

Siamo tuttavia ancora agli albori della settima arte e un grosso passo avanti verrà fatto dallo stesso Méliès quattro anni dopo, nel 1902, con uno dei film più celebri del periodo del muto, ritenuto ancora oggi un caposaldo che non ci si può esimere dal citare in qualunque storia della fantascienza cinematografica che si rispetti (e in qualunque storia del cinema).

Viaggio nella Luna costituisce la summa dell’opera di Méliès. È il film in cui il regista francese sfrutta tutte le sue invenzioni stilistiche, abbracciando il tema già trattato in La Luna a un metro ma con uno stile decisamente più raffinato, un intreccio complesso e una durata più estesa.

Ispirato dai romanzi Dalla Terra alla Luna, di Jules Verne, e I primi uomini sulla Luna, di H.G. Wells, del film esistono molteplici versioni, sia in bianco e nero che a colori (con fotogrammi dipinti a mano, uno per uno). È un film cosiddetto “a quadri”, ossia girato con differenti scene a inquadratura fissa, con cambiamento di scenografia (alla maniera del teatro) e con dissolvenza tra i vari quadri.

I quadri sono diciassette, gli ultimi due dei quali si credevano perduti fino a pochi anni fa. Una versione restaurata, colorata e digitalizzata è stata presentata al Festival di Cannes del 2011, dopo un lungo lavoro su una pellicola ritrovata nel 1993.

Al congresso degli astronomi il presidente Barbenfouillis espone il progetto di una missione sulla Luna. Viene costruita la navicella spaziale (un tozzo involucro della forma di un enorme proiettile), che infine parte verso il satellite terrestre, lanciata da un gigantesco cannone. Giunti sulla Luna, gli astronomi ne cominciano l’esplorazione: passano una notte all’addiaccio, ammirando il firmamento, finché una nevicata non li costringe a rifugiarsi in un cratere. Al suo interno trovano un paesaggio entusiasmante, ma anche un popolo, quello dei Seleniti, che si dimostrerà subito ostile. Catturati e presentati in pompa magna davanti al re dei Seleniti, gli astronomi riescono a fuggire e a tornare sulla Terra, ove vengono accolti in un generale clima di giubilo.

La scena del razzo che si conficca nell’occhio di una Luna che sembra sbuffare infastidita (oltre che dolorante) può essere considerata la prima scena cult della storia del cinema, indimenticabile per ironia e potenza visiva. Per il resto, l’opera nasconde dietro un’ironia sagace le inevitabili imperfezioni tecnico-scientifiche (il proiettile – che torna sulla Terra come se cascasse da un precipizio – viene involontariamente aiutato da un maldestro Selenita).

Oltre ai numerosi effetti speciali cinematografici (tra cui spicca quello che provoca la dissoluzione dei Seleniti non appena vengono colpiti), troviamo altre tra le tecniche più suggestive sperimentate in precedenza da Méliès: ad esempio, la ripresa effettuata posizionando un acquario davanti all’obiettivo, per simulare l’ambiente marino in cui termina la corsa del razzo tornato dalla missione lunare (una tecnica già usata da Méliès, quattro anni prima, in Visite sous-marine du Maine).

Agli occhi dello spettatore di inizio Novecento questo film non poté che apparire come un assoluto prodigio.

Lo stesso spettatore che aveva iniziato ben presto a stancarsi dei soggetti realistici e documentaristici proposti dai Lumière vedeva nei film di Méliès qualcosa di veramente ed essenzialmente nuovo.

Il fatto che sia passato oltre un secolo e l’inevitabile obsolescenza di una pellicola pionieristica non devono inficiare il giudizio su quello che può essere considerato il primo capolavoro della storia del cinema.

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La Lune à un mètre (1898, Francia, 3 min)

Le voyage dans la Lune (1902, Francia, 15 min)

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22 pensieri riguardo “Fly Me to the Moon: #1 – i film di Georges Méliès

  1. Doveroso e bell’inizio! E da Melies (che, se non mi sbaglio, finì in bolletta) il pensiero va a “Hugo Cabret”… E la Luna mi fa subito venire in mente “Un chien andalou”: che film a “tema lunare” non è, ma il cui prologo vede la Luna protagonista, per pochi ma indimenticabili fotogrammi.

  2. Un articolo veramente stupendo! Il mondo intero deve tanto a Melis e al modo con cui ha rivoluzionato il cinema. Grazie alla sua fantasia e alla tecnica del montaggio ha dato vita al cinema che tutti conosciamo.
    Compliementi!

  3. Ogni regista che ha usato colori acidi per la fotografia, è stato definiti “visionario”, ok, ma allora Georges Méliès come lo vogliamo etichettare? 😉 Un capolavoro, che ha influenzato tutti, dagli Smashing Pumpkins a Scorsese, il post rende davvero giustizia al filmone che è. Cheers!

  4. Quest’anno ho fatto vedere Méliès a una classe delle elementari, e le loro reazioni sono state molto interessanti. Intanto Le voyage dans la Lune è chiaramente troppo lungo, oggi, per un pubblico così giovane e non abituato al muto, ma i corti più brevi gli sono piaciuti un sacco. Soprattutto ad una prima visione sono stati in grado di intuire, da soli, come erano stati realizzati i trucchi, dai più semplici (stop e sostituzione del soggetto) a quelli più elaborati (il mascherino e le sovraimpressioni).
    Andrebbe fatto conoscere molto di più, anche perché, come dici tu, tutto il cinema fantastico fino agli Avengers che oggi pigliano tutto al box office nasce proprio grazie a lui, e vale sempre la pena sapere quali sono le origini di ciò che guardiamo oggi.

      1. Lo spero! Vedessi, in classe abbiamo fatto anche dei video in stop-motion, ero troppo orgoglioso! Uno poi si è appassionato un sacco e ne ha fatti anche a casa con dei mezzi di fortuna, ed è stato anche bravo.

  5. Doveroso quanto bello questo post su uno dei maestri del cinema! Non sapevo del finale ritrovato e restaurato nel 2011! Vidi Voyage in un museo del cinema credo prima di quell’anno, quindi mi sa che non ho mai visto gli ultimi due quadri!

  6. No potevate che iniziare così: ed è giusto.
    Ovviamente ho questi cortometraggi, imprescindibili.
    Il secondo è iconico oltre ogni dire. Avete ragione: è la prima scena cult del cinema (oddio, la seconda: il treno dei Lumière fu la primissima^^)

    Moz-

  7. Ci sarebbe da fare un bell’approfondimento, bello denso e ghiotto, sull’immaginario e sul sistema visivo del cinema «primitivo» (termine ormai desueto), tra «attrazione mostrativa», «integrazione narrativa» e «istituzione del linguaggio»… — o anche no! chi è interessato certe cose le saprà di già! — ma di certo ci sarebbe da “comunicare” questo tipo di cinema molto di più: studiando il “muto”, o meglio, studiando il cinema 1895-1915, si capisce davvero la modalità rappresentativa di quest’arte…

    1. Hai assolutamente ragione… io il mio periodo di approfondimento del muto, e in particolare dei primi anni, l’ho avuto qualche tempo fa, ed è stato interessantissimo!!
      Al di là degli aneddoti, che sono ghiotti, scoprire come si è formata la grammatica cinematografica è davvero illuminante, o almeno lo è stato per me…

Commenti

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