Fly Me to the Moon: #3 – Moon, di Duncan Jones

47314E se smettessimo di sognare la Luna, e finalmente riuscissimo ad arrivarci non solo come visitatori, ma in modo stabile? Non solo, cosa succederebbe se scoprissimo che la panacea ai peggiori mali del mondo, principalmente la crisi energetica, si trovasse proprio sulla superficie del nostro satellite, lontano, certo, ma relativamente a portata di mano? Da questo esile spunto narrativo parte Duncan Jones nel dirigere Moon, il suo lungometraggio di debutto, un film che rientra in quel filone della fantascienza introspettiva che viaggia lontano nello spazio per ritornare all’uomo e a tutto ciò che lo rende tale (và che bella frase, non l’avevo neanche pianificata, è uscita da sola).

Sam Bell (Sam Rockwell) è l’unico operatore sulla base lunare incaricata di estrarre dal suolo l’elio-3, di cui il terreno è abbondante, e spedirlo sulla Terra dove viene impiegato come fonte energetica; a distoglierlo dalla solitudine, la compagnia del robot GERTY e una corrispondenza più o meno fitta con la moglie e la figlia rimaste a casa. Il contratto triennale di Sam sta giungendo al termine quando inizia a soffrire di disturbi fisici sempre più gravi; in seguito a un incidente su un veicolo lunare, poi, Sam si risveglia misteriosamente nell’infermeria della stazione, accudito da GERTY. Ma le cose non sono davvero come sembrano, e anche lui non è esattamente lo stesso

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Per una volta voglio avvisarti sul serio: se non hai visto Moon, smetti di leggere e vai a vederlo senza che te lo rovini completamente con questo post, perché sarebbe davvero un peccato. Questo vale con ogni film, ma soprattutto in questo caso in cui, nonostante il punto sia sull’introspezione del protagonista, la trama è molto importante e si fonda su una serie di rivelazioni centellinate nel corso del racconto e che contribuiscono a costruire un’ottima storia, oltre che un bellissimo film. Moon riesce a unire il gusto per un bel mistero, magari non originalissimo ma capace di tenere desta l’attenzione e reggere anche a visioni successive, con un’attenzione speciale rivolta verso il suo protagonista, ritratto mentre si pone la fatidica domanda: chi sono io?

Una domanda che sicuramente non è il primo a porsi, e su cui gli autori di narrativa, e non solo, si scervellano da secoli trovando sempre nuovi modi di mettere in scena il difficile percorso dell’uomo verso la percezione del sé. Jones sceglie di usare le convenzioni della fantascienza e il tema del doppio, ambientato in una claustrofobica  location isolata, in modo molto simile a quanto farà successivamente anche in Source Code: è evidente che la natura del sé e la percezione, giusta o distorta che ne abbiamo, è un punto fermo del suo pensiero, su cui torna continuamente, ed è interessante vederlo trovare sempre nuovi modi per esplorare questo problema. Ma sto divagando.

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Il punto di Moon è la lenta presa di coscienza da parte di Sam di quanto la sua identità e la sua natura non coincidano, ma siano il frutto di un cinico progetto industriale sulla pelle di innocenti usa-e-getta. Sam è infatti un clone, uno dei tanti che si succedono ogni tre anni a lavorare nella base lunare e che, terminato il proprio arco vitale (di tre anni, come il contratto che crede di star rispettando) viene incenerito e sostituito. Segnali di questa verità sono disseminati fin dall’inizio del film, e diventa tanto più evidente nel momento in cui il secondo Sam entra in scena, iniziando a svelare pian piano il mistero. Sam (i vari Sam, in realtà) inizia quindi a interrogarsi non tanto su come cambiare l’ingiusto destino che gli è toccato in sorte, ma sulla sua natura, su cosa ci sia di vero nei tratti che lo compongono: quanto di Sam è originale, unico e irripetibile, e quanto invece è frutto soltanto del condizionamento operato dall’azienda? E se tutti i cloni hanno un’origine comune, c’è uno spazio per loro per sviluppare una propria identità che permetta loro di definirsi al di là del lavoro che svolgono?

Le domande, come già detto, non sono proprio originali, ma riescono a non apparire banali o ripetitive, grazie alla bravura di Jones e del ristretto cast: Sam Rockwell regge interamente Moon sulle sue spalle interpretando tutti i personaggi che appaiono in carne e ossa davanti alla macchina da presa. I suoi cloni non sono esattamente diversificati, ma svolge comunque un ottimo lavoro soprattutto nelle scene in cui essi si trovano a interagire, interpretando nella stessa scena emozioni e pensieri così diversi e contraddittori. Al suo fianco, GERTY, doppiato in originale da Kevin Spacey, che rappresenta gli occhi e le orecchie dell’azienda nella stazione ma sviluppa inaspettatamente un genuino affetto per Sam fino al punto da aiutarlo a fuggire dalla Luna. Un personaggio, quello di GERTY, che sovverte qualsiasi aspettativa nei suoi confronti rovesciando il prototipo di Hal 9000, il primo riferimento che viene subito in mente in situazioni di questo tipo: nonostante le similitudini, GERTY è un robot amichevole che ha come unico interesse il benessere del suo ospite, dedicandosi al suo compito con una passione che travalica la sua natura meccanica per diventare quasi umana.

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Pochi personaggi e un’unica location, quindi, immersi nell’atmosfera magica costituita dal panorama lunare. Aliena ma affascinante, la Luna è dominata da bellissime scale di grigio che sembrano brillare come pietre preziose, e sovrastata da un cielo perennemente trapunto di stelle ad aumentare la natura sognante del luogo. Solitaria come il suo unico abitante, la Luna è l’unica testimone silenziosa del dramma umano che si sta svolgendo sulla sua superficie, mentre l’umanità ha iniziato a intaccare anche la sua superficie alla disperata ricerca di una fonte energetica che possa sostenere il suo folle stile di vita. Ormai non più obiettivo da desiderare ma semplice colonia, la Luna non stupisce più l’uomo ma diventa un terreno come un altro, un panorama affascinante ma ormai quotidiano, talvolta ostile, ma con il quale è possibile confrontarsi senza timore o meraviglia, in una rappresentazione piuttosto realistica di come potrebbe essere la colonizzazione lunare tra qualche secolo.

Girato con un budget ridicolo, Jones ha saputo sfruttare il poco a sua disposizione per realizzare un ottimo film sorretto da una buona sceneggiatura e alcune accorte scelte di regia che riescono a mascherare la natura economica del progetto. Moon è un piccolo, bellissimo film di fantascienza che non ha la pretesa di rivelare molto di nuovo, ma che nonostante ciò è in grado di risultare affascinante ed emozionante. Assolutamente da vedere!

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Moon (2009, Regno Unito, 97′)

Regia: Duncan Jones

Sceneggiatura: Nathan Parker

Fotografia: Gary Shaw

Musica: Clint Mansell

Interpreti principali: Sam Rockwell (Sam Bell), Kevin Spacey (GERTY – voce)

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7 pensieri riguardo “Fly Me to the Moon: #3 – Moon, di Duncan Jones

  1. Questo è un film veramente stupendo. Intanto complimenti a Sam Rockwell per la sua interpretazione e per essere riuscito a gestire l’enorme peso (ha recitato con se stesso) e soprattutto al regista Duncan Jones che ha diretto veramente bene questa pellicola, portando tematiche interessanti sullo schermo e riuscendo a creare un paesaggio straordinario ed evocativo nonostante fosse molto limitato a livello di budget.

    1. Alla fine il budget conta poco se hai dalla tua una buona idea e sai come metterla in scena al meglio: Jones aveva entrambe queste cose, e il risultato è ottimo. Forse con un budget superiore a disposizione non avremmo avuto un film così originale: la scarsità di mezzi ti costringe a tirare fuori le idee!

  2. Si può dire che il tema della clonazione sia abusato nella moderna fantascienza, eppure questo film è riuscito ad utilizzarlo con un interessante taglio sociologico…

  3. Gran bella recensione per un grandissimo film! Duncan Jones prometteva così bene, peccato si sia infangato nel mega colossal Warcraft che, a quanto pare, è andato bene solo in Cina… In questo low budget movie è riuscito a tirar fuori davvero un piccoll capolavoro (e di Rockwell non si può mai parlare bene abbastanza)!

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