Fly Me to the Moon: #4 – L’uomo che comprò la Luna (e di come si può realmente comprare pezzi di Luna)

Gli Americani saranno anche i primi (e finora gli unici) ad averci messo piede, ma la Luna è prima di tutto proprietà di pescatori e poeti, quelli che la conoscono per davvero o che grazie ad essa tirano a campare. È il messaggio che trasmette L’uomo che comprò la Luna, secondo film di Paolo Zucca, una di quelle commedie sui generis, fuori dagli schemi, che fanno nutrire ancora qualche speranza per il cinema italiano.

Qualche considerazione va fatta, innanzitutto, sulla fortuna che questo film sta ottenendo nei cinema della penisola: uscita in sordina a inizio aprile e distribuita inizialmente (per quasi un mese) nella sola Sardegna, l’opera è giunta poi nelle principali città italiane, con una distribuzione sicuramente non capillare ma efficace. E lo dimostra il fatto che il film sia ancora proiettato sui grandi schermi a distanza di quasi tre mesi dall’uscita, grazie al più classico dei passaparola, strumento che, come sappiamo, può spesso costituire la fortuna del cinema d’autore di nicchia, quello che non può contare su budget di produzione importanti o sull’aiuto dei grandi distributori.

Il film è partito col botto, facendo registrare medie copia importanti per tutto il mese di aprile, che hanno addirittura superato quella di Avengers: Endgame nella settimana dal 2 all’8 maggio, quando la pellicola è approdata in quattro piazze importanti come Torino, Milano, Bologna e Roma (a Firenze è arrivata due settimane dopo). Numeri impressionanti per un’opera che ha avuto una distribuzione limitata (in media tra le dieci e le venti copie), riscuotendo tuttavia risultati che molti film italiani ben più pubblicizzati possono soltanto sognarsi.

Lo spunto narrativo è sicuramente originale, anche se con il passare dei minuti si rivelerà poco più di un escamotage attorno al quale viene costruita una commedia per molti aspetti tradizionale: due agenti segreti italiani vengono a conoscenza dai loro omologhi americani che qualcuno in Sardegna è diventato proprietario della Luna, sfruttando alcune falle nel diritto internazionale. Scoprire chi sia questo misterioso uomo, in una terra tradizionalmente diffidente, non sarà semplice e così i due agenti reclutano per la missione un militare di rinnegate origini sarde.

Gavino Zoccheddu ha cambiato il suo nome in Kevin Pirelli e vive e parla come un milanese, ma in realtà arriva proprio dalla terra del pecorino e del mare cristallino. Mancando però da lunghissimo tempo da quei posti, viene affiancato, per un rapido addestramento, al rude Badore, che dovrà trasformarlo in un sardo doc. Solo allora Kevin si imbarcherà per la Sardegna, alla ricerca del fantomatico proprietario della Luna.

L’opera di Zucca ruota quasi interamente sulla sardità oltranzista, sul dialetto isolano (rectius, lingua), e sulle usanze, modi di fare, gesti e costumi di un popolo. L’ironia che ne sprigiona è a tratti irresistibile, con le macro-sequenze dell’addestramento e dell’arrivo di Kevin / Gavino al paese fittizio di Cuccurumalu a farla da padrone.

La Luna, gli agenti segreti, la missione… tutto si rivelerà dunque un pretesto per portare lo spettatore sulla strada della commedia regional-dialettale, densa di cliché, che potrebbe sembrare un modo abbastanza comodo e semplice per fare humour, ma bisogna pur sempre essere in grado di farlo, soprattutto se si vuole far ridere con intelligenza, mischiando sapientemente ironia e autoironia.

La sceneggiatura scritta dallo stesso regista, da Barbara Alberti e dal volto noto della tv Geppi Cucciari funziona – pur con qualche forzatura – e dopo una parte centrale picaresca conduce ad un finale onirico e favolistico, forse un po’ banalizzato in certe trovate, ma neanche più di tanto se lo si considera nella sua connotazione parodistica e farsesca (i due agenti segreti interpretati da Stefano Fresi e Francesco Pannofino sarebbero infatti imbarazzanti, se non giudicati con questo criterio).

Benito Urgu, gran veterano della comicità made in Sardegna è colonna portante di tutta la prima parte, ma anche il protagonista Jacopo Cullin se la cava ottimamente, in un crescendo che segue un inizio forse un po’ banale.

Certo, il film sconta una struttura frammentata, in cui le gag e gli sketch prevalgono sullo sviluppo dell’intreccio. Per certi versi eccede anche nell’orgoglio regionalista, con la sequenza dei “grandi di Sardegna” che pare sinceramente fuori luogo nel suo essere palesemente autocompiacente. Eppure, la pellicola è estremamente godibile e insieme foriera di riflessioni, con un taglio che sembra più vicino a quello delle sagaci commedie francesi che a quelle nostrane, mediamente più banali.

Ma la Luna ha un proprietario? (approfondimento non scontato)

Tra le riflessioni che il film fa insorgere, una sicuramente è quella che desta maggiore curiosità nello spettatore: quanto c’è di vero tra tutti quei vaneggiamenti su diritto internazionale e proprietà della Luna?

In buona sostanza: la Luna si può davvero possedere?

La questione è tutt’altro che banale, anche perché tra i piani avveniristici di certe multinazionali e di alcuni Paesi (tra cui, ovviamente, un ruolo di primo piano spetta agli Stati Uniti e alla Russia) vi è quello di progettare e sviluppare – in un futuro che sembra sempre meno lontano – la nuova frontiera del turismo spaziale, nonché la costruzione di colonie lunari o lo sfruttamento del nostro satellite a scopi di procacciamento energetico.

Si è anche parlato (da parte dell’amministrazione Trump) di sonde da inviare per rivendicare diritti di proprietà sul suolo lunare (evidentemente in funzione di quanto sopra).

Se si va a guardare quello che già esiste nel diritto internazionale, il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, firmato nel 1967, stabilisce che il nostro satellite non può essere oggetto di appropriazione nazionale tramite rivendicazione di sovranità, occupazione o altri mezzi.

A tale Trattato è seguita, nel 1979, la sottoscrizione del Trattato sulla Luna, più preciso e specifico nel proibire ogni sfruttamento militare e commerciale di ogni corpo celeste. Peccato però che il “Moon Treaty” sia stato firmato da meno di una ventina di Nazioni, tra cui nessuna delle potenze aerospaziali (guarda caso).

Lasciando tuttavia da parte, per un momento, Stati e Organizzazioni sovranazionali, occorre rilevare come anche singoli individui abbiano rivendicato – esattamente come nel film di Paolo Zucca – diritti sul nostro satellite: il caso più interessante è quello di Dennis Hope, un imprenditore che nel 1980 ha cominciato a vendere appezzamenti di terreno sulla Luna.

Le cose andarono più o meno così: Hope scrisse all’ONU rivendicando la proprietà del nostro satellite, dato che il trattato del ’67 proibiva l’appropriazione nazionale ma non – a rigore – quella da parte di privati. Non avendo ricevuto alcuna risposta, considerò accolta la sua istanza per silenzio-assenso.

Pare che da allora – ossia da quando iniziò a vendere gli appezzamenti di terreno sulla Luna – Hope abbia guadagnato milioni e milioni di dollari, annoverando tra i suoi clienti anche ex presidenti USA e primarie catene alberghiere che evidentemente non volevano doversi pentire in futuro di essersi fatti scappare una chance per ottenere gli spazi per i primi resort lunari.

Da allora, la sua attività si è espansa a dismisura ed è ormai possibile comprare appezzamenti di terreno lunare anche su internet, con prezzi in costante aumento (si parla di un aumento del 165.000% in 20 anni).

Si starà creando anche in questo caso una bolla speculativa in stile bitcoin? Può darsi, e forse anche qualcosa di più (anzi, sicuramente).

C’è anche da dire che in questo terreno privo di regolamentazioni c’è spazio per le più curiose interpretazioni estensive, come quelle di chi applica per analogia il diritto marittimo (sostenendo che, se basta una sonda sottomarina con telecamera per rivendicare la proprietà di un relitto, perché una sonda spaziale non basterebbe per appropriarsi di un pezzo di terreno nello Spazio o di un corpo celeste?). E cosa dire dello sfruttamento di risorse senza appropriazione del suolo?

Insomma, sembra riproporsi la vecchia corsa al Far West, su dimensioni ben più ampie e su scala interplanetaria.

Affrettatevi, pochi lotti di Luna ancora disponibili

E comunque la storia di Dennis Hope sembra proprio quella del protagonista del film di Zucca, se si escludono gli intenti prettamente venali – da un lato – contrapposti a quelli romantici – dall’altro.

Ad ennesima riprova di come la realtà superi spesso la finzione.

[Qui l’intervista a Dennis Hope, il “proprietario della Luna”]

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L’uomo che comprò la Luna (2018, Italia / Albania / Argentina, 105 min)

Regia: Paolo Zucca

Sceneggiatura: Paolo Zucca, Barbara Alberti, Geppi Cucciari

Fotografia: Ramiro Civita

Musiche: Andrea Guerra

Interpreti principali: Jacopo Cullin (Kevin Pirelli), Stefano Fresi (Pino), Francesco Pannofino (Dino), Benito Urgu (Badore), Angela Molina (Teresa)

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E perché non dare un’occhiata al blog Cose Preziose, che ha iniziato un viaggio tra le canzoni a tema lunare? Ecco qui il primo post.

10 pensieri riguardo “Fly Me to the Moon: #4 – L’uomo che comprò la Luna (e di come si può realmente comprare pezzi di Luna)

  1. Film incantevole. In parte è una parodia del genere bondesco (ma qui l’agente segreto Gavino passa al nemico), in parte una dichiarazione d’amore per il popolo sardo.
    L’ho visto e lo rivedrò in dvd. Devo imparare bene come si improvvisa una Battorina.

  2. Qui in Sardegna si pratica il campanilismo a livello olimpionici – come se un qualsiasi primato positivo, ma marginale, potesse spazzare via tutti i problemi della regione. 😛
    Detto ciò, il film sarei curioso si vederlo 😉

    1. Vero… a me ha fatto pensare soprattutto alle questioni “proprietarie” che ho provato ad approfondire ed esporre, ma ciò è colpa della mia deformazione professionale e sicuramente il film è foriero di riflessioni anche meno burocratiche😁😁

      1. è un po’ tutto un insieme di verità come spesso succede nelle rappresentazioni artistiche, ed è giusto che ognuno si faccia emozionare dalla sua sensibilità, ma penso che tu abbia ragione.

  3. Uh, un altro film che non conosco! A occhio questo all’estero non verrà distribuito, non sarà facile per me vederlo… Però sembra interessante, così come l’aneddoto su Hope! X–D

Commenti

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