Al cinema: Il re leone, di Jon Favreau

Cominciamo con qualche numero, visto che questi sono film che escono essenzialmente per fare numeri e dato che su queste pagine abbiamo da sempre un occhio attento al box office (perché non bisogna dimenticare che i soldi sono ciò che tiene a galla l’industria del cinema):

– quasi 3 milioni e 100 mila euro nella giornata d’esordio, il che vuol dire che Il re leone può vantare il quarto miglior esordio nella storia dei botteghini italiani, dietro a Quo Vado? (1.01.2016 – 7,3 milioni), Avengers: Endgame (24.04.2019 – 5,4 milioni) e Harry Potter e i doni della morte – Parte 2 (13.07.2011 – 3,2 milioni); un risultato straordinario, se si conta che i primi due della lista sono usciti in giornate festive o prefestive – e comunque non d’estate; giusto per capire la portata di questo esordio, Il re leone ha fatto meglio pure di Avengers: Infinity War, uscito il 25.04.2018 (un festivo, e non era agosto);

– 2 milioni e mezzo di euro nel secondo giorno di proiezioni; qui – riprendendo il confronto con le opere sopra citate – siamo dietro soltanto a Quo Vado? e Avengers: Endgame (che – lo ricordiamo – sono rispettivamente il secondo film con il maggior incasso di sempre in Italia e il film con il maggior incasso mondiale di sempre); i quali, però, avevano un secondo giorno, rispettivamente, di sabato (Zalone) e festivo (Avengers: Endgame);

– 2,6 milioni di euro al terzo giorno nelle sale; un dato praticamente uguale a quello di Avengers: Endgame;

– un quarto giorno da 2,7 milioni, che lo ha portato a raggiungere e superare i 10 milioni di incasso in soli 4 giorni (gli stessi impiegati da Avatar, il film con il maggior incasso di sempre nei botteghini italiani).

Dopo aver noiosamente snocciolato questi dati (e non biasimando coloro che li hanno saltati brutalmente), è il caso di dire qualche parola anche sul film, sebbene dare i numeri sia una mia innegabile vocazione.

Ma prima, qualche riflessione generale sugli incassi va ancora fatta, anche soltanto per sfatare il luogo comune secondo il quale d’estate gli italiani non vanno al cinema e che è assurdo far uscire certi film d’estate.

Intanto bisogna dire che le case di distribuzione sanno benissimo che gli ultimi dieci giorni d’agosto sono un ottimo periodo per i film per famiglie (ed infatti dopo Ferragosto escono puntualmente dei titoli importanti che puntano a questa fetta di mercato).

Il re leone ci mostra, poi, che gli italiani vanno al cinema anche ad agosto e anche col caldo. Lo fanno se ci sono titoli di grande richiamo e Il re leone è sicuramente uno di questi, partorito da mamma Disney essenzialmente per fare un sacco di soldi (a livello mondiale ha già superato il miliardo e mezzo di dollari – occhio però che da noi è arrivato tardi, e quindi il grosso ormai è andato).

Il timone di comando viene affidato a Jon Favreau, attore-regista già collaudato in questo tipo di operazioni (suo il live-action de Il libro della giungla, uscito tre anni fa) ed in generale esperto di film di grande richiamo popolare (i primi due Iron Man).

Qui, a differenza di The Jungle Book, non c’è il fattore umano (attori in carne e ossa – tre anni fa, il piccolo Mowgli), rendendo di fatto l’intera operazione un esercizio di tecnica e una cartina al tornasole dello stato dell’arte del comparto VFX.

Da questo punto di vista c’è poco da dire: gli effetti speciali sono semplicemente perfetti, straordinari, e all’Academy credo proprio che abbiano già infilato il bigliettino nella busta del vincitore dell’Oscar 2020 per i “Best Visual Effects”.

Occorre peraltro rilevare che gli effetti digitali restituiscono risultati visivi profondamente diversi da quelli ottenuti con l’animazione (e, in particolare, con l’animazione “tecnologicamente superata” di 25 anni fa). Chi ha in mente il campionario di espressioni che sfoggiavano le bestie del ’94 non può non notarlo, comparandole con la relativa monotonia espressiva degli animali di Favreau, uno degli aspetti sinora più criticati del film.

Eppure, si tratta di una scelta anche – e direi soprattutto – di realismo. Perché nella Savana i leoni non fanno facce da emoticon, bisogna che ce lo ricordiamo.

Realismo è una parola chiave per capire questa nuova trasposizione del soggetto di Irene Mecchi, Jonathan Roberts e Linda Woolverton. Intanto c’è da dire che da molte parti si parla di live action in maniera impropria. La Disney lo definisce “un medium tutto nuovo”, Wikipedia parla di “animazione computerizzata fotorealistica”, altri ancora fanno un minestrone e dicono trattarsi di un mix di live-action, realtà virtuale, CGI, animazione e immagine digitale fotorealistica. Sta di fatto che questa parola, “realismo”, ricorre in quasi tutte le definizioni, e del resto il realismo visivo era nella testa dei produttori quando hanno concepito l’opera (giusto per fare un esempio, Simba ha gli occhi azzurri – a differenza del cartoon, ma come accade nella realtà ai cuccioli di leone).

Poco da dire sulla storia, con una sceneggiatura che ricalca – in larghissima parte – quella del cartoon anni Novanta, con qualche variazione interessante (il maggior peso dato al volatile Zazu) e con un umorismo adeguato ai tempi (e che infatti strappa qualche risata, sebbene l’opera resti di taglio drammatico).

Rimane da spendere qualche parola sul doppiaggio, che in opere di questo tipo finisce per costituire un aspetto fondamentale (e per uccidere il realismo tout court, relegandolo al solo comparto visivo).

La Disney non ha certo badato a spese, e ha voluto i grandi nomi del doppiaggio italiano (Luca Ward, ottimo Mufasa), attori di buon livello come Stefano Fresi e Edoardo Leo (che se la cavano alla grande prestando le voci alla pazza coppia formata dal facocero Pumbaa e dal suricato Timon), attori-doppiatori come Massimo Popolizio (nel primo ruolo, ottimo ne Il divo e in Sono tornato; nel secondo, ancora oggi gli fischiano le orecchie per il doppiaggio di Tom Cruise in Eyes Wide Shut).

Epperò la Disney ha anche voluto i grandi nomi “a prescindere” da sbattere sulla locandina e nei trailer nostrani, chiamando nientemeno che Marco Mengoni a dar la voce a Simba ed Elisa ad affiancarlo prestando l’ugola alla leonessa (di nome e di fatto) Nala.

Risultato pessimo, inutile girarci intorno.

Va bene le canzoni, dove effettivamente i due riescono a dare qualcosa in più, ma Mengoni è davvero poco credibile come voce di Simba-adulto, mentre Elisa è semplicemente anonima e fuori luogo. Il doppiaggio è un’arte, soprattutto nel nostro Paese, e improvvisare due popstar in quelle vesti non può che portare a risultati deleteri.

___

The Lion King (2019, USA, 118 min)

Regia: Jon Favreau

Soggetto: Irene Mecchi, Jonathan Roberts, Linda Woolverton

Sceneggiatura: Jeff Nathanson

Fotografia: Caleb Deschanel

Musiche: Hans Zimmer

2 pensieri riguardo “Al cinema: Il re leone, di Jon Favreau

  1. Interessantissima la parte dei dati.
    Tantissimi sono andati a vederlo, ma almeno su WordPress non ho ancora visto un commento positivo al film, perché sono tutti frutto di analisi ben fatte e oggettive come la tua.
    Non ho visto il film, ma ero certo che Mengoni ed Elisa non fossero all’altezza. Come hai detto tu, sono pop star. Inoltre, rifare un film basato su musiche e canzoni stupende é un’impresa ardua

    1. Meno male che c’è qualcun altro a cui piacciono i numeri😉
      Sì è un’impresa difficile, ma personalmente non mi sento di bocciare l’operazione (nel mio piccolo, s’intende)…

Commenti

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