Al cinema: Martin Eden, di Pietro Marcello

Locandina Martin EdenFresco fresco di premio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove si è portato a casa la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, è da qualche giorno nelle nostre sale Martin Eden, film di Pietro Marcello liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Jack London. Ammetto che la curiosità non era tantissima e che sono andato a vederlo solo in seguito al premio vinto da Luca Marinelli, ma mi sono trovato di fronte a un buon film, solido e interessante, che ti consiglio di recuperare assolutamente. Nel frattempo, lasciando le polemiche sterili e assurde ad altri, ti dico la mia.

Martin è un giovane marinaio napoletano. Un giorno salva da un pestaggio Arturo, il giovane rampollo della famiglia borghese Orfini, e una volta a casa sua conosce la sorella, Elena. Tale è l’infatuazione per lei, che Martin decide di migliorare la propria condizione, soprattutto intellettuale, per entrare a far parte del suo mondo e sposarla. Da ignorante semianalfabeta, quindi, Martin diventa un raffinato autodidatta e uno scrittore, iniziando a osservare con occhi diversi il mondo intorno a sé e farsi coinvolgere nelle violente lotte sociali per i diritti dei lavoratori.

Martin Eden è un film molto denso, perché nelle sue due ore tratta moltissimi argomenti non banali e solleva diverse questioni su cui ti lascia interrogare anche al termine della visione. È un film che ti fa pensare, insomma, e rifiuta una visione passiva prediligendo un pubblico attivo, almeno con la mente, con cui confrontarsi e discutere. Un’interpellazione che passa anche attraverso la regia di Marcello, ricca di primi piani e rotture della quarta parete in cui i personaggi comunicano direttamente con noi, a parole o semplicemente con lo sguardo, per darci una visione privilegiata sul loro mondo o spingerti a formulare un’opinione, che non deve necessariamente combaciare con la sua.

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Il punto del film, infatti, è essere in grado di decodificare la realtà, interpretarla e, sulla base di queste conoscenze, agire per modificarla. Martin Eden non è tanto, infatti, la storia di uno scrittore, ma la storia di un uomo che scopre la cultura e l’istruzione come potente mezzo di evoluzione personale, di crescita e miglioramento: studiando, Martin è in grado di emanciparsi dalla realtà povera, economicamente e mentalmente, che lo circonda, è in grado di dare un volto e un nome alle ambizioni che sente divorarlo dall’interno, e riesce a dare voce ai pensieri prima confusi che si agitavano nella sua mente. Martin Eden è un grande inno al potere e al valore della cultura e della conoscenza, alla curiosità e alla sete di imparare, all’istruzione come unica arma necessaria e fondamentale per farsi strada in un mondo che non esita a ingannarti e manipolarti se scopre di avere il potere di farlo.

Ed è qui che subentra il discorso politico. Mentre Martin apre progressivamente gli occhi sulla realtà che lo circonda e inizia a mettere nero su bianco le sue osservazioni e i suoi pensieri, viene lentamente coinvolto nella lotta del nascente socialismo che cerca, nella figura di Russ Brissenden, di indirizzare la sua arte e il suo talento a favore della causa. Martin, però, ormai perfettamente in grado di orientarsi, non esita a individuare nel socialismo organizzato in sindacati quello stesso cancro che sta lentamente uccidendo i lavoratori, e si fa portatore di una nuova ideologia, quella individualista che vede il singolo al centro della rivoluzione sociale mettendo di nuovo al centro di tutto l’istruzione: solo con la crescita intellettuale dei singoli individui si può sperare in una rivoluzione sociale che permetta a ognuno di essere finalmente libero. Un messaggio, questo, che purtroppo non incontra il favore né dei lavoratori né dei padroni, conducendo Martin in una situazione di completo isolamento: non è più accettato dalla borghesia imprenditrice e non può tornare tra il proletariato, è un paria sociale, con l’unico sollievo dato dalla scrittura.

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Già, la scrittura; ma quale scrittura? Quasi tutti i personaggi interpellati hanno una propria opinione su cosa Martin dovrebbe scrivere, quali argomenti dovrebbe trattare, quale scopo perseguire. I suoi primi esperimenti veristi sono rifiutati dalla sorella, oltre che dalle case editrici, perché troppo tristi, incapaci di accattivarsi il favore del grande pubblico mostrandogli la realtà nuda e cruda, mentre, al contrario, Brissenden crede che debba essere ancora più brutale nel suo dedicarsi a un’arte che deve essere al servizio della politica. Idee e sensibilità contrapposte che danno voce all’annoso e mai risolto dibattito sulla natura della scrittura, sul suo valore e le sue finalità: deve essere un’attività commerciale rivolta al grande pubblico o deve essere svolta nella sacralità di un impegno civile e politico? La letteratura deve essere d’evasione o deve essere uno strumento brutale che riporti sempre e solo a quella realtà squallida e dolorosa dalla quale prende vita? Martin rifiuta entrambi gli estremismi, e a fronte di una scrittura, si desume, sanguigna e violenta non accetta nemmeno che la sua arte sia cinicamente sfruttata per una causa in cui non crede, e il suo nome accostato a quello di attivisti che disprezza e odia.

Martin si destreggia, con risultati altalenanti, in mezzo a queste contraddizioni e spinte opposte, in quel panorama sempre più complesso che in realtà non è altro che il nostro mondo, mosso nei suoi passi prima incerti e via via sempre più sicuri dall’interpretazione straordinaria di Luca Marinelli. Giustamente premiato per il lavoro che compie, Marinelli cambia completamente nel corso del film seguendo di volta in volta l’evoluzione del suo personaggio, dal ragazzo innamorato che decide di studiare per fare colpo su una ragazza di buona famiglia allo scrittore ormai consapevole delle leggi che regolano il mondo ed esperto nel muoversi al loro interno, fino al folle nichilista che appare nelle ultime scene, quando ha ormai perso qualsiasi speranza di amore e felicità anche attraverso la propria arte. Marinelli si trasforma, sia nel linguaggio, e il merito di questo va alla buona sceneggiatura di Maurizio Braucci e dello stesso Marcello, ma anche nella postura, nel modo di muoversi e di parlare, nello sguardo con cui osserva, studia e infine giudica il mondo che lo circonda, uno sguardo che da ingenuo si fa tagliente e quindi disperato e sconfitto. Luca Marinelli non è più, ormai, solo una promessa, ma è a tutti gli effetti uno dei più grandi attori del nostro cinema contemporaneo, capace da solo di reggere sulle sue spalle il peso di un’opera comunque imperfetta.

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Sì, perché di imperfezioni, in Martin Eden, ce ne sono, soprattutto per via di una sceneggiatura a volte troppo verbosa e di una regia che, nella sua magniloquenza, rischia di risultare confusa e priva di coesione nelle sue parti. Se da un lato, infatti, Marcello indugia spesso sui primi piani, soprattutto nella prima parte del film, è altrettanto vero che si lascia andare a digressioni e inserti quasi documentaristici suggestivi ma che poco hanno a che fare con la storia che ci viene raccontata, in un recupero di immagini dal passato che spezza la narrazione senza aggiungere nulla che la ricostruzione storica non avrebbe potuto da sola adeguatamente mettere in scena. Una ricostruzione che sceglie però di tagliarsi fuori dalla storia, in un’ucronia impossibile da collocare con certezza a dimostrazione della natura senza tempo della storia di Martin Eden e del suo messaggio.

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Martin Eden (2019, Italia, 127′)

Regia: Pietro Marcello

Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Pietro Marcello

Fotografia: Alessandro Abate, Francesco Di Giacomo

Musiche: Marco Messina, Sacha Ricci

Interpreti principali: Luca Marinelli (Martin Eden), Carlo Cecchi (Russ Brissenden), Jessica Cressy (Elena Orsini).

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