Al cinema: C’era una volta a… Hollywood, di Quentin Tarantino

Uno dei più grandi poteri che si riconosce al cinema è quello di trasformare la realtà, mistificandola, volutamente o suo malgrado. È del resto nella natura della rappresentazione la possibilità di mutare ciò che si rappresenta, anche quando non lo si vuole. Perché la rappresentazione non potrà mai essere la realtà rappresentata e qualsiasi tentativo di farla sembrare più o meno verosimile si scontrerà sempre con la naturale predisposizione della realtà a sottrarsi ai tentativi di rappresentazione. Lo diceva – anche se non proprio in questi termini – Werner Heisenberg, enunciando un concetto cardine della meccanica quantistica, il principio di indeterminazione, che diede uno scossone al determinismo della fisica classica. E ciò che vale per la fisica delle particelle non muta se rapportato al mondo macroscopico che abitiamo.

Tutto questo pistolotto (non richiesto) per dire che Tarantino va ben oltre il dilemma della verosimiglianza della rappresentazione. Quelli che riempiono le pagine di Wikipedia snocciolando le “differenze tra realtà e finzione” lui se li mangia in un sol boccone.

Tarantino crea finzione dalla realtà.

Non è il primo a farlo, ovviamente. È un qualcosa che esiste dalla notte dei tempi, da quando l’uomo si dedica alle attività dell’intelletto. E non è una novità per lo stesso Tarantino, che aveva affrontato questa sfida già in Bastardi senza gloria. Quel film era un’ucronia come lo è C’era una volta a… Hollywood, ambientato nella Los Angeles del 1969, in cui si seguono le vicende di un attore televisivo, Rick Dalton, e della sua controfigura, Cliff Booth, che finiscono per intercettare le vicende criminali della Manson Family in una sorta di salto quantico (rieccoci con la fisica) che va a modificare la storia di Hollywood in uno dei suoi episodi più drammatici e truculenti, l’omicidio di Sharon Tate, moglie di Roman Polański, al nono mese di gravidanza.

Ucronia e meta-cinema.

Perché Tarantino è pur sempre un cinefilo e dopo averlo dimostrato a più riprese nei suoi precedenti film, finisce per dedicare un’intera opera alla Hollywood che si apprestava a passare dall’età classica, dalla sua Golden Age, a una nuova era, quella della renaissance.

Il protagonista del film è Rick Dalton, celebre attore televisivo che ha raggiunto la consacrazione sul finire degli anni Cinquanta nei serial western, pur senza mai sfondare nel solo modo in cui avrebbe davvero potuto farlo: quello di diventare un divo del grande schermo.

Con lui se la passa (necessariamente) male il coprotagonista Cliff Booth, controfigura del primo, nonché suo amico e factotum.

Siamo nel febbraio del 1969 e Dalton è sempre più ai margini, trovandosi ad accettare ruoli da villain in serial televisivi in cui non viene più nemmeno accreditato dello starring role. Per Cliff le cose vanno pure peggio, come c’è da aspettarsi per lo stuntman personale di un attore in decadenza.

Cliff è un tipo strano, sospettato di aver ucciso la moglie (e averla fatta franca) e ostracizzato dai set dopo una rissa con Bruce Lee durante le riprese di un episodio di The Green Hornet.

Sequenza tra le più esilaranti del film, a parere di chi scrive, ma che ha fatto discutere (e arrabbiare molta gente) in quanto decisamente irriverente nei confronti del guru del Kung fu, presentato come un tamarro di quartiere, un bulletto montato. Eppure, a ben vedere, l’intento di Tarantino non può che essere parodistico. E neanche di Bruce Lee, ma del Wasp di fine anni Sessanta e del suo atteggiamento nei confronti del diverso (siamo del resto in piena guerra del Vietnam e qualunque occhio a mandorla era da considerarsi un maledetto kong).

Rick e Cliff sono interpretati da un ottimo Leonardo DiCaprio e da un eccellente Brad Pitt, che si mette in gioco con un ruolo da spalla del primo (pur ritagliandosi i suoi momenti e diventando, di fatto, un coprotagonista della pellicola).

Accanto a loro un grandissimo come Al Pacino (nei panni del casting agent Marvin Schwarz, ruolo scritto apposta per lui da Tarantino) e la luminosa Margot Robbie, che interpreta Sharon Tate.

Proprio Schwarz propone a Rick di andare a lavorare in Italia, per girare un paio di spaghetti western in quel di Cinecittà. Più o meno quello che per un attore americano doveva essere ciò che per un calciatore dei giorni nostri è la proposta di andare a giocare in Qatar. Un caloroso invito ad avviarsi sul proprio viale del tramonto.

Questo è altro succede nella Hollywood del 1969. E dopo essersi preso una clamorosa rivincita dimostrando di essere tutt’altro che una meteora, Rick decide comunque di lasciare la propria villa con piscina sulle colline di Los Angeles per andare a Roma.

Quella villa che confina con la nuova residenza dei coniugi Polański.

Roman è il simbolo della nuova Hollywood (con la n minuscola), uno dei nomi più caldi del momento dopo il successo di Rosemary’s Baby. Rick sembrava esaltato dalla possibilità di girare un film col suo nuovo vicino di casa. Ed invece finisce con Sergio Corbucci a fare gli spaghetti western. Paparazzi, cibo buono, e gli altri soliti cliché.

Il finale viene introdotto da un’ellissi temporale che spedisce i protagonisti dal febbraio 1969 all’estate di quello stesso anno, nel giorno (8 agosto) in cui, nella storia-quella-vera, avvenne l’omicidio di Sharon Tate e dei suoi amici da parte di alcuni adepti della Manson Family.

E qui interviene il Tarantino quantistico, che porta la storia sui binari della finzione revanscista, proprio come in Inglourious Basterds.

Nell’epilogo, peraltro, si vede sbucare (stilisticamente parlando) il vero Tarantino, fino a quel momento relegato a poco più di un paio di inquadrature fetish di piedi femminili.

Lanciafiamme e testate contro le cornette del telefono. Oh, là!

Il buon Quentin non ce la fa a restare troppo a lungo lontano dalla macchina da presa, e resta da vedere se rispetterà la sua “promessa” di fermarsi a dieci regie cinematografiche, per poi dedicarsi alla scrittura e ai documentari. Intanto è arrivato a nove, e ha già rubato materiale destinato ad altre forme d’espressione, se è vero che C’era una volta a… Hollywood avrebbe dovuto essere un romanzo.

Un romanzo, proprio così, e non per niente il pezzo forte del film resta la sceneggiatura, mai ridondante nonostante i 160 minuti di durata, senza passaggi a vuoto, con un ritmo sinusoidale pressoché perfetto.

Del resto, stiamo parlando di Tarantino, uno che le sceneggiature te le costruisce col calibro. Uno che ti crea due scene da un quarto d’ora ciascuna (quelle di Cliff con il cane e di Rick con il lanciafiamme) per giustificare due momenti del finale che diversamente sarebbero potuti risultare forzati.

Eppure… c’è un eppure.

Perché in C’era una volta a… Hollywood uno dei cavalli di battaglia di Quentin, i dialoghi incontenibili e irresistibili, sono decisamente sotto la media. Tarantino si costruisce delle occasioni ghiottissime ma le spreca clamorosamente.

Tutta la questione dello spaghetti western era un invito a nozze, liquidato in poche battute degne di questo nome e relegato, per il resto, a una scontatissima voice-over. E se Quentin si affida a una voce narrante là dove avrebbe potuto sfoderare dei dialoghi da mettere tutti al tappeto la cosa deve quanto meno essere evidenziata con tono di biasimo.

Quello che invece sorprende positivamente è il fatto che Tarantino ponga al centro delle vicende una tematica così poco tarantiniana: quella dell’amicizia, e in particolare del rapporto di lungo corso tra Rick e Cliff.

Una storia basata su un vero sodalizio, quello tra il mitico Burt Reynolds e il suo stuntman Hal Needham. Reynolds, che avrebbe dovuto interpretare il ruolo di George Spahn, poi affidato a Bruce Dern dopo la sua morte.

Gli stessi personaggi interpretati da DiCaprio e Brad Pitt sono ispirati a figure di attori e stuntman realmente esistiti nella Hollwood degli anni Cinquanta e Sessanta. Rick Dalton, in particolare, è stato forgiato (meravigliosamente) da Tarantino prendendo spunto da quegli attori che avevano compiuto la transizione, quasi inevitabile, tra serial tv western e spaghetti western, ma anche da quegli interpreti che si erano visti improvvisamente rottamati dall’avvento di una nuova generazione di attori, che sarebbero diventati i grandi interpreti della New Hollywood.

E poi c’è la musica, altro cavallo di battaglia tarantiniano, con la corsa in auto di Polański e Sharon Tate verso la Playboy Mansion di Hugh Hefner, sulle note di Hush dei Deep Purple, a regalare uno dei momenti più memorabili sotto il profilo audio-visivo.

Meno convincente, invece, la scelta di Mrs. Robinson, buttata lì, un po’ a caso, in una delle varie scorribande automobilistiche di Cliff per le strade di L.A..

C’era una volta a… Hollywood è nel complesso un ottimo film, uno dei più equilibrati del Tarantino degli ultimi anni e uno dei suoi film più maturi. Tuttavia – e per quanto sia difficile dare un giudizio di posterità a caldo e a distanza di pochi giorni dall’uscita nelle sale – difficilmente quest’opera potrà essere considerata, ora o in futuro, alla stregua di un capolavoro, anche soltanto limitatamente alla filmografia del regista di Knoxville, che in altri tempi ha saputo imprimere una scossa destabilizzante alla settima arte, ma che, con ogni sua nuova opera, sembra sempre meno possibile che possa rifarlo in futuro.

___

Once Upon a Time in… Hollywood (2019, USA / Regno Unito / Cina, 161 min)

Regia e Sceneggiatura: Quentin Tarantino

Fotografia: Robert Richardson

Interpreti principali: Leonardo DiCaprio (Rick Dalton), Brad Pitt (Cliff Booth), Margot Robbie (Sharon Tate), Emile Hirsch (Jay Sebring), Margaret Qualley (Pussycat), Timothy Olyphant (James Stacy), Julia Butters (Trudi Fraser), Dakota Fanning (Lynette “Squeaky” Fromme), Bruce Dern (George Spahn), Mike Moh (Bruce Lee), Luke Perry (Wayne Maunder), Damian Lewis (Steve McQueen), Al Pacino (Marvin Schwarz)

13 pensieri riguardo “Al cinema: C’era una volta a… Hollywood, di Quentin Tarantino

  1. Sarò sincero, non l’ho amato; sarà che mi aspettavo un film di Tarantino e ho trovato qualcosa di diverso, ma non ho sentito il bisogno di rivederlo subito. Come dici anche tu, i dialoghi mi sono sembrati molto sotto tono, e in generale mi sembra che il film manchi quasi del tutto di coesione. Molto bella l’ultima mezz’ora, eh, ma credo ci si sarebbe potuti arrivare in modo diverso. Cast stratosferico, ma non so se me li aspetterei agli Oscar come in molti vanno dicendo, sebbene Di Caprio sia stato davvero molto bravo.

    1. Sì DiCaprio in gran forma, detto da uno che è sempre molto critico nei suoi confronti… l’attore che fa l’attore è sempre una sfida interessante e, credo, difficile… e qui lui l’ha superata alla grande…

  2. Vero sui dialoghi, ma anche in Kill Bill latitavano. Insomma, la formula è ampia, gli ingredienti sono quelli ma non si ripetono proprio ad ogni film, e ci sta.
    Questo, oltre che un film sull’amicizia (ma forse sul doppelgangerismo…) è anche il suo film più maturo, filosofico e metaforico^^

    Moz-

  3. Gran bella recensione, piena di spunti interessanti! Anche io spero che Tarantino non si fermi a dieci film, ma a occhio credo che lo farà: ha sempre avuto questa fissa di contare il numero di film fatti…

    Vi ho linkato sotto la mia recensione del film! :–)

  4. Questo film di Tarantino mi è piaciuto molto. Il regista lascia scorrere tutto il suo amore per il cinema in questa pellicola. Dai picchi vertiginosi di alti e bassi nei quali il cinema ti porta (un DiCaprio prima famosissimo poi dimenticato), all’arte di arrangiarsi pur di starci dentro (un Pitt scalcinato e poverissimo ma tenacemente fedele). Los Angeles fa da sfondo intonatissimo, nei suoi spazi vuoti adatti a contenere qualunque narcisistico eccesso o volubile cambiamento, alla girandola di coprotagonisti che punteggia il ricamo di un disegno che si compone via via. Mi sono piaciuti anche quei momenti nel quali la logorrea di Tarantino lascia il posto alla quiete di una mente mediocre ma riposante, perché talento non vuol dire necessariamente intelligenza (e Rick-DiCaprio non è certo una cima). Ma è nel finale che l’amore di Tarantino esplode, quando fa fare al cinema quello che la realtà non ha potuto. Salvare la dolcissima Sharon Tate e punire quei mostri senza cuore che l’hanno uccisa. Io, se fossi stato Polański, nel vedere quell’immagine finale, quell’anomala – per Tarantino – inquadratura dall’alto che ci allontana dall’azione per rispetto e per omaggio, mi sarei messa a piangere di gratitudine. Tarantino lo sa: chiunque lo voglia col cinema può fare giustizia, perché se noi amiamo il cinema, il cinema ama noi.

    1. Wow, ben detto… il potere taumaturgico del cinema, ma anche il potere di alleggerire la realtà e un quotidiano che troppo spesso si dice influenzato dal cinema, quando invece è vero il contrario…

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