Al cinema: La vita invisibile di Euridice Gusmao, di Karim Aïnouz

C’è una foresta con delle foglie grosse e verdi così, Cristo di Rio (ahah che sembra una bestemmiahah) clorofilla dappertutto, e una tempesta in arrivo. Euridice e Guida (che però, per amor di portoghesità, chiameremo Euridis e Ghida) sono due sorelle Avere 20 anni che tornano a casa, si perdo(na)no e richiamano. Figlie di famiglia conservatrice, che ruota intorno ai baffi del padre panettiere – in una società se una persona sola ha i baffi è stile, se ce li hanno tutti è bigottismo – la prima sogna di diventare pianista a Vienna, la seconda di bombare tantissimo. Sembrano entrambi sogni legittimi. Il problema è che sei donna negli anni ‘50: una sera, coperta da Euridis, Ghida esce con una marinaio greco, che la prende e se la porta in Grecia per sposarla. Ok, le avremmo potuto dire tutti quanto geniale un’idea non fosse. Torna l’anno dopo incinta e il padre, che nel frattempo ha fatto sposare quella rimasta con un raccapricciante omuncolo medioborghese, la caccia di casa e le dice che Eu è partita per l’Austria.

Da qui si dipanano le storie, ormai parallele, delle due sorelle, opposte nei caratteri e nelle traiettorie: Ghida, la ribelle, passa da Guida per la sorella a Giuda per il padre, e da ragazza madre deve ricostruirsi una vita, e a furia di sangue e sacrifici riesce a ricomporre per se stessa un quadro familiare altro (famiglia è dove c’è l’amore, che era anche una pubblicità mi pare) vivendo dignitosamente tra i poveracci; Eu, quella remissiva e placida e mansueta, destinata già dal nome a rimanere sola tra gli altri, accetta la famiglia piovuta dall’alto, ricalcando il modello di famiglia paternalista, con upgrade sociale dovuto al cash del marito, per cui vestiti eleganti e ristoranti cool. Ma un ruolo di casalinga e gente che la insulta non appena osa avere un sogno, e un investigatore privato per cercare la sorella.


Ma Rio è grande e la gente non mormora (questa forse era l’unica debolezza di trama), la narrazione segue un filo epistolare di lettere mai arrivate, da Ghida a Eu, dove il legame loro si esplicita e dettaglia, forte e appassionato, quasi simbiotico, con la speranza sottile sempre del futuro da passare insieme. Il tutto tra il verde e case arroccate come castelli, un film di spazi angusti e oppressivi ma che poi dentro hanno dell’altro verde madido, e un sacco di volte sta per piovere, con immagini patinate e colorate di anni ‘50 e nostalgia. Il film, tratto da un romanzo da parte di un regista mezzo installazioni videomaker parole a caso, è lungo e #maiunanoia, si partecipa e soffre di e con loro, si tifa contro gli schifosi maschi (no serio, quasi diventavo femminista – ce ne fosse uno normo-bravo),  a tratti le linee quasi s’intersecano per allontanarsi di nuovo e siamo tutti lì lì per… e comunque lo devo dire che dopo due ore e venti e decine di anni diegetici che le due sorelle non siano riuscite a ********** mi ha fatto incazzare come una biscia. Agghiacciande è invece la quantità di sopportazione che Eu riesce a digerire nell’arco della vita intera, tra l’altro tutto determinato dallo sliding doors della sorella in fuga, e durante ma anche a posteriori questa vita subita non la guarda col rancore e disgusto che viene allo spettatore ma con una rassegnazione quasi da sacrificio cristiano, e gli impulsi di ribellione sono furenti ma restano lettera morta, e le lettere le torneranno in mano e capirà.

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A vida invisível de Eurídice Gusmão (2019, Brasile, 139 min)

Regia: Karim Aïnouz

Sceneggiatura: Murilo Hauser

Fotografia: Hélène Louvart

Musiche: Guilherme Garbato

Interpreti principali: Carol Duarte (Eurídice Gusmão giovane), Gregório Duvivier (Antenor), Julia Stockler (Guida Gusmão), Flávia Gusmão (Ana Gusmão), António Fonseca (Manoel), Maria Manoella (Zelia), Bárbara Santos (Filomena), Fernanda Montenegro (Eurídice Gusmão anziana)

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