contemporary stuff: Hunger Games, di Gary Ross (un approfondimento)

Esistono film che, per svariati motivi, non vengono compresi appieno. Non sto parlando di fraintendimenti evidenti, ma di temi che attraversano l’opera e non sono colti dalla critica o dal pubblico. Qualcosa che sfugge perché chi ha realizzato il film ha scelto di lasciarli sottotraccia, perché l’attenzione degli spettatori è catturata da argomenti più evidenti e chi doveva farli notare, la critica, non li ha colti, più o meno involontariamente.

Un esempio “storico” è Mary Poppins. La gagliarda tata, impersonata da una splendida Julie Andrews, è quanto di più singolare ci possa essere in una Londra imperiale: frequenta emarginati, persone anticonvenzionali e ha una visione molto critica del capitalismo finanziario.

A Walt Disney va senza dubbio il merito di aver saputo realizzare un film meraviglioso, salvando alcuni aspetti della storia originale e delle idee dell’autrice, che delle istituzioni bancarie non aveva certo un buon ricordo, ma di aver sfumato altri temi per rendere l’opera alla portata di un più vasto pubblico.

Saltando qualche decennio, qualcosa di simile si ritrova nella serie Hunger Games e, in particolare, nel primo lungometraggio della saga.

Il film è un’opera di fantascienza, ambientata in un futuro negativo, distopico appunto, dove l’autrice dei libri, Suzanne Collins, ha ricreato una nazione, Panem, dove al posto dei vecchi stati federali esistono dodici distretti, ciascuno specializzato nella produzione di beni e servizi, e una capitale che li guida, li sfrutta e, soprattutto, li opprime.

Ovviamente, in passato i distretti si sono ribellati alla tirannia di Capitol City, ma il loro tentativo non è riuscito, si è concluso con la distruzione del tredicesimo distretto, e la fallita rivolta viene ricordata ogni anno con gli Hunger Games, una sanguinosa cerimonia che si svolge in un’arena dove ventiquattro ragazzi, due per ogni distretto, si affrontano finché ne rimarrà vivo soltanto uno.

La saga ha avuto un successo più che meritato, anche se non tutti i film sono di uguale livello qualitativo, e ha ispirato nell’impianto narrativo altre serie analoghe (Maze Runner, Divergent) non altrettanto fortunate.

Il film, in effetti presenta parecchi punti a suo favore. L’idea di partenza, presa dalla trilogia letteraria, è interessante e sviluppata in modo più evoluto, rivolta a un pubblico adulto e non adolescenziale. Le situazioni e la psicologia dei personaggi sono più curati e realistici.

La recitazione è di buon livello come la tensione narrativa e il grado di coinvolgimento degli spettatori nelle vicende umane dei protagonisti. La ricostruzione scenografica e i costumi, infine, sono molto accurati, tanto da creare un mondo diviso tra luci e ombre, tra innocenza e peccato.

Date le premesse, non deve meravigliare che il libro e il gioco abbiano trovato manifestazione concreta persino nei giochi da tavolo, carte e board games, e che più di una ragazza abbia scelto d’indossare i panni di Katniss Everdeen – ma non solo – nelle varie manifestazioni dedicate al mondo dei Cosplay.

Tutto questo tripudio di colori e non colori, sentimenti e gesta sanguinose, ha però fatto passare in secondo piano, ma potremmo pure dire in terzo piano, un tema che invece può saltare agli occhi di un osservatore più attento, ovvero: nella realtà, chi sono “i buoni” e chi sono “i cattivi”?

Perché Hunger Games può essere interpretato sì come una grande metafora del mondo reale, ma la lotta feroce per la sopravvivenza, per la gloria – tema non originale, già affrontato in tanta letteratura di fantascienza, per esempio da Robert Sheckley – va a coprire un tema ancora più sottile e inquietante.

A vederli con occhi diversi, Capitol City e i dodici/tredici distretti assomigliano moltissimo agli USA e al resto del mondo, ma, ragionando per categorie assolute, possono benissimo rappresentare la superpotenza di turno e i paesi satelliti.

E quindi, se vogliamo attribuire ad Hunger Games una tale chiave di lettura – il tema della lotta tra dominatori e dominati, tra sfruttatori e sfruttati -, il film possiede un messaggio molto più profondo e inquietante. Più politico.

Un monito, rivolto a chi domina, a non pensare che è stato e che sarà sempre così. Prima o poi gli schiavi marceranno sulla capitale per mettere fine alle loro sofferenze. Perché tutti gli imperi prima o poi decadono.

E un consiglio rivolto ai ribelli a non farsi guidare dal primo che passa, a non innalzare un nuovo dittatore pur di scacciare quello del momento.

Sempre convinti che Hunger Games sia un film per adolescenti e Young Adult?

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The Hunger Games (2012, USA, 142 min)

Regia: Gary Ross

Soggetto: Suzanne Collins

Sceneggiatura: Gary Ross, Suzanne Collins, Billy Ray

Fotografia: Tom Stern

Musiche: James Newton Howard

Interpreti principali: Jennifer Lawrence (Katniss Everdeen), Josh Hutcherson (Peeta Mellark), Liam Hemsworth (Gale Hawthorne), Woody Harrelson (Haymitch Abernathy), Elizabeth Banks (Effie Trinket), Donald Sutherland (Presidente Coriolanus Snow), Lenny Kravitz (Cinna), Stanley Tucci (Caesar Flickerman), Wes Bentley (Seneca Crane), Toby Jones (Claudius Templesmith)

Andrea Coco

6 pensieri riguardo “contemporary stuff: Hunger Games, di Gary Ross (un approfondimento)

    1. Certamente l spetto intrattenimento resta importante, forse a chi ha realizzato l opera è sfuggito, in modo più o meno involontario, questa analisi che arricchisce l opera di in nuovo significato.

  1. Proprio questo sottotesto ha decretato, secondo me, la sua fortuna, al contrario dei suoi epigoni che hai citato nel testo. E’ anche importante il fatto che Hunger Games non ti lascia con un lieto fine: non c’è un’apoteosi per Katniss, porta semplicemente a casa il miglior risultato che riesce con la mano di carte che ha avuto a disposizione. Ha un finale molto cinico e amaro, in cui ti rendi conto che l’eroina in realtà era solo una pedina manipolata da eminenze grigie che avevano già deciso tutto in precedenza.
    E’ vero, gli imperi non durano per sempre; ma oltre a fare attenzione a chi si mette al posto di un dittatore Hunger Games ti avverte anche a tenere sempre gli occhi aperti e controllare chi sta muovendo i fili. Perché raramente il popolo si muove di sua spontanea volontà, senza qualcuno dietro a spingerlo e guidarlo, più o meno apertamente.
    Per cui sì, credo che sia comunque una storia per adolescenti; ma dove sta scritto che non possa parlare di argomenti importanti?

    1. Concordo. Questa è la dimostrazione che in messaggio può viaggiare su più canali e rivolto a più fasce di età e pubblico.

  2. A me la trama é piaciuta nella sua interezza e credo che tutti i film che hanno cercato di copiarlo in qualche modo (vedi Maze Runner) abbiano fallito malamente, perché all’inizio gettano un alone oscuro oroginale sulla vicenda, poi diventano come tanti altri film e lo spettatore perde interesse di conseguenza

    1. Si, la serialità uccide la fantasia e la creatività. E’ successo con Hunger Games, il secondo episodio era pari al primo, il terzo….lasciamo perdere! L’ultimo recupera ma siamo in “zona Cesarini”. Maze Runner e Divergent, pur avendo degli spunti interessanti, non sono andati oltre il primo. Hanno avuto dei sequel non proprio entusiasmanti.

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