Su Netflix: Nell’erba alta, di Vincenzo Natali

p-nell-erba-alta-film01Attendere un nuovo adattamento di un’opera di Stephen King ha sempre in sé un certo grado di morbosità, come spiare un incidente stradale particolarmente brutto. Ci deve essere una maledizione che perseguita le storie del Re – e a questo punto della sua prole – e impedisce loro di diventare film soddisfacenti che mantengano intatto lo spirito dei racconti originali. Proprio di un racconto si tratta stavolta, una novella scritta a quattro mani da Stephen King insieme al figlio Joe Hill, scrittore a sua volta e altrettanto dotato, una storia che si legge nel giro di un’ora e ha il potere di perseguitarti per lungo tempo; un risultato che, neanche a dirlo, il film tratto da Nell’Erba Alta non raggiunge, sebbene ci provi. Anzi, ci prova anche troppo, arrivando a complicare e snaturare una storia semplice e ossessionante come quella dei due Re.

Protagonisti della vicenda sono Cal e Becky, due fratelli molto vicini non solo anagraficamente ma anche mentalmente: sono cresciuti in una tale simbiosi da condividere quasi i pensieri, e il loro affiatamento li porta a condividere qualsiasi esperienza. Quando li incontriamo, i due stanno compiendo un lunghissimo viaggio in auto diretti in Florida, dove Becky progetta, in teoria, di dare in adozione il bambino di cui è incinta da sei mesi. A un certo punto, un’improvvida sosta scatena l’orrore: da un campo di erba alta (alta per davvero, più di due metri) giunge la voce di un bambino che chiede aiuto, mentre, da un altro punto dello stesso prato, una donna cerca di farlo tacere per paura che lui li senta e li trovi. Per Cal è sufficiente, e si getta al salvataggio entrando nel campo di erba alta, seguito a breve distanza dalla sorella; ma il campo non è fatto di semplice erba, e ha un modo tutto suo di far perdere le persone per sempre.

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Nell’Erba Alta è una di quelle storie che ha il pregio di collocare il soprannaturale, l’inspiegabile, il weird in un contesto del tutto comune e perfino banale; in questo caso, un campo di erba alta diventa una trappola letale in cui le persone non solo smarriscono la strada del ritorno, ma perdono progressivamente anche la loro umanità sfociando in comportamenti bestiali e violenti. I mondi immaginari di Stephen King e Joe Hill sono pieni di queste twilight zones, posti in cui la realtà si fa sottile e tutto diventa possibile; sono luoghi in cui spesso ci si imbatte senza saperlo, e nelle cui trappole mortali si resta invischiati senza un motivo particolare, magari seguendo la richiesta d’aiuto di un bambino come accade a Cal e Becky in questo caso. È il tipo di fantastico che io preferisco, quello nascosto nel nostro mondo e in agguato dove meno lo si aspetta, per cui dalle premesse anche il film partiva molto avvantaggiato.

I problemi, però, iniziano già nella fase di sceneggiatura, nel momento in cui diventa evidente a tutti che una storia di cinquanta pagine scarse non offre materiale sufficiente per un lungometraggio; la parola d’ordine, quindi, è allungare. Vincenzo Natali, qui nella doppia veste di sceneggiatore e regista, si è inventato di tutto per arrivare ai cento minuti richiesti, a costo di snaturare completamente l’idea originale ed essere costretto a girare ancora e ancora intorno alle stesse situazioni. Purtroppo per lui sono dolorosamente evidenti le sequenze aggiunte in un secondo momento in confronto con quelle derivate dal racconto, al punto che è quasi possibile isolare il materiale originale e avere un’idea di come avrebbe potuto essere il film se, invece di un lungometraggio, fosse stato un cortometraggio.

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Il primo terzo del film procede seguendo la novella in modo abbastanza pedissequo, assicurandosi però di gettare le basi per il colpo di scena successivo; si tratta di un elemento che tu, lettore, riesci subito a individuare, potenzialmente intuendo molto presto dove il regista ha intenzione di andare a parare. La claustrofobia dovuta all’immersione nell’ambiente naturale è perfetta, le voci dei personaggi risuonano nel modo giusto, il lento climax di ansia nel momento in cui Cal e Becky si rendono conto di non poter uscire dal prato funziona; tutto molto bello, se non fosse che, a questo punto, Natali stacca e inizia a inserire personaggi e situazioni utili solo ad allungare, e di conseguenza diluire, la vicenda. Si comincia con l’introduzione di Travis, padre del bambino di Becky, che non solo aggiunge un personaggio superfluo alla storia, ma ha la colpa di uscire dal labirinto verde che non dovrebbe lasciarci nemmeno un attimo di scampo. Travis, che nella novella non solo non appare, ma non è nemmeno menzionato per nome, diventa a questo punto il vero protagonista del film, e attraverso i suoi occhi scopriamo la natura di loop temporale che caratterizza il prato. Se nella novella il labirinto era solo spaziale, con l’erba che muoveva qualsiasi essere vivente al suo interno, nel film è anche temporale, con passato, presente e futuro a ripiegarsi su loro stessi come origami

Una scelta interessante, ma che finisce fin troppo presto per risultare un’insopportabile ridondanza nello svolgimento della trama. I personaggi finiscono per ripercorrere i medesimi passi ancora e ancora, in un eterno ritorno che ha il difetto, oltretutto, di non portare da nessuna parte, dal momento che i punti salienti dello svolgimenti restano quelli del racconto. Anzi, non solo la vicenda è allungata oltre ogni sopportazione, ma in questo modo risultano disinnescati anche i momenti più macabri e raccapriccianti della novella, come l’atto di cannibalismo che avrebbe dovuto rappresentare il climax della storia: qui, al contrario, appare come un avvenimento tra gli altri, e gli viene negata l’importanza fondamentale che aveva nella novella dal finale lieto che Natali sceglie di dare al suo film. Alla fine tutti stanno bene, nulla è accaduto e Cal e Becky possono continuare con le loro vite di sempre.

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Un pasticcio di sceneggiatura che però è parzialmente redento dalle bellissime immagini che Natali è in grado di costruire, immagini inquietanti e sinistre che raccontano l’atmosfera della novella molto meglio di quanto il copione abbia fatto a parole. Nonostante la fotografia brillante che, soprattutto all’inizio, caratterizza il film, l’atmosfera è cupa, carica di presagi fin dall’inizio, con quella lenta inquadratura in discesa verso un mare d’erba che pare quasi vibrare in attesa di poterti mettere le mani addosso. Natali dirige molto meglio di come scrive, e nelle scene più riuscite, come quelle del primo atto del film, la tensione ti si appiccica addosso e ti incanta lentamente fino a renderti impotente come i protagonisti del film.

Al netto della buona regia, comunque, Nell’Erba Alta non si può considerare un buon adattamento, né tantomeno un film riuscito. Sono troppe le divagazioni e il temporeggiare della sceneggiatura in attesa che il minutaggio scorra è evidente anche agli occhi di chi non ha letto la novella di King. Tra i due, anzi, leggi quella, che è più bella e ci metti forse meno tempo di quanto ti richieda questo film.

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In The Tall Grass (2019, USA, 101′)

Regia e sceneggiatura: Vincenzo Natali

Fotografia: Craig Wrobleski

Musiche: Mark Korven

Interpreti principali: Avery Whitted (Cal DeMuth), Laysla De Oliveira (Becky DeMuth), Will Buie jr. (Tobin Humboldt), Patrick Wilson (Ross Humboldt), Rachel Wilson (Natalie Humboldt), Harrison Gilbertson (Travis McKean).

9 pensieri riguardo “Su Netflix: Nell’erba alta, di Vincenzo Natali

  1. Perdona l’ignoranza, ma com’è che il figlio di King è diventato Hill?
    Pseudonimo, figliastro, o cosa?

    A parte questo, ottima recensione, utilissima.

  2. devo dire che a me non è dispiaciuto, anche se devo premettere che non ho letto il racconto da cui è tratto…
    concordo però sul fatto che la prima parte sia notevolmente superiore al resto, e sul senso di “allungamento del brodo” che inizia a percepirsi a metà pellicola…
    interessante la parte visiva, concordo anche qui con te, con tutti quei plongé fondamentali e insieme efficaci nell’economia narrativa…
    per quanto riguarda la questione spazio-temporale… non bisogna dimenticare che Natali è il regista (soggettista e sceneggiatore) di Cube – Il cubo… film che all’epoca destò un certo interesse e che ho ritrovato concettualmente in quest’opera… anche se sono passati oltre vent’anni da allora e magari il buon Natali si è arrugginito…
    ad ogni modo, mi interessa, a questo punto, recuperare il racconto, visto anche che non è una lettura troppo impegnativa in termini di tempo…

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