Al cinema: Psicomagia – Un’arte per guarire, di Alejandro Jodorowski

Un uomo complessato perché il padre lo malmenava da piccolo viene mezzo seppellito vivo su uno scenario di colline. La testa protetta da una bolla di vetro traforata e lasciata fuori, sulla terra viva si sparge carne morta. Decine di avvoltoi arrivano al banchetto.

Alejandro Jodorowski è matto ma lo è da mo’, ora è un anziano matto e da anni si è inventato la psicomagia. La psicomagia vuole curare i traumi della vita delle persone da un binario parallelo alla psicoanalisi freudiana: come quella è basata sulla parola e sul raziocinio, la psicomagia punta forte sull’azione volta a colpire il vissuto e l’inconscio del soggetto, a risvegliare ricordi e curare delusioni seppellite nella memoria.

Un uomo di 47 anni si sente rimasto bambino. Jodo lo porta al parco vestito alla marinaretta (a fare ovviamente un po’ la figura del coglione e) fottere le giostre ai bimbi veri, il giorno dopo lo fa dipingere tutto tutto d’oro e, in una sorta di chiesa, gli stringe le palle urlando, come segno del suo passaggio all’età adulta. A finire, passeggiata dorata in centro. Oh, questo quasi quasi lo faccio anche io.

Jodorowski è il sacerdote, vero e proprio mago-terapeuta, forse un filino egocentrico, a cui persone (non si sa a dire il vero bene perché) si rivolgono per curare le loro sofferenze emotive. Lui taglia e cuce su esperienze misura per risvegliare, superare qualcosa, momenti in cui il tatto e il simbolo, l’azione e l’immagine la fanno da padroni. Quindi spesso anche assai cinematografiche. I suoi assistenti abbracciano e allattano chi non ha avuto la madre, una donna in un palazzetto gremito riceve l’energia positiva di tutti, e guarda un po’ è guarita dal cancro. Rischio qui fortissimo di Panzeronite o perv, idolatria o circonvenzione, ma tanto Jodo tira dritto su di un filo teorico-iniziatico che comunque tiene e poi, come tutte le religioni, occorre crederci. Sentiero difficile, atto di fede, il film è un susseguirsi di testimonianze reali (?) di persone che negli anni si sono rivolte a lui, che pare per anni a Parigi ricevesse le persone in un bar per parlargli dei loro problemi, di mercoledì. Come Topolino.

Senza perdere il gusto di provocare il disgusto, i suoi El topo e La montagna sacra sono degli anni ‘70 e ancora film di culto adesso, per chi voglia comporre una rassegna di trip cinematografici. Stiamo parlando di una persona che è riuscita a convincere svariate donne a mettersi nude, e a filmarle, in una stanza, con il mestruo, sedute per terra davanti a tele bianche, e a dipingere il proprio autoritratto col sangue, per restituire al ciclo la propria sacralità.

La collana di esperienze procede, ognuna preceduta da una propria autocitazione da scene di suoi film precedenti, con alcune più moscie (dire a una tizia il cui marito parà si è suicidato di buttarsi col paracadute, per superarla, beh, forse riuscivo pure io), altre più da raccolta di strano ma vero ma con metodo, e tutti alcuni mesi dopo sono assai soddisfatti. Il risultato è un un insieme, su pellicola, di performance teatrali, gesti avanguardistici, tuffi profondi nel passato per riabilitare il futuro, a volte tra lo yoga e il WTF???, con una tensione e convinzione che per curare i mali causati all’individuo alla società occorra andare oltre.

Titoli di coda come un unico muro di nomi e parole, film prodotto in crowdfunding, agitare bene prima dell’uso.

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Psychomagie, un art pour guérir (2019, Francia, 100 min)

Regia e sceneggiatura: Alejandro Jodorowski

Fotografia: Pascale Montandon-Jodorowski

Musiche: Adan Jodorowski

Interpreti principali: Alejandro Jodorowski (se stesso), un muro di nomi (tutti gli altri)

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