Cronache semiserie dal TS+FF 2019 (in forma di top ten cinematografico-gastronomica) – parte prima

Anche quest’anno mi sono concesso una toccata e fuga in quel di Trieste per il piccolo – ma degno di nota – Science+Fiction Festival. Ancora una volta la traversata west to the east (come in Easy Rider) dell’Italia settentrionale, rigorosamente in Frecciarossa. Da un capo all’altro della Pianura Padana, dalla provincia più occidentale del Nord Italia, quella di Torino, a quella più orientale.

Anche quest’anno una full immersion di anteprime, classici, convegni, documentari. Con il fil rouge della fantascienza o, per meglio dire, della fanta+scienza come suggerisce il titolo anglofono della rassegna giuliana. Perché la fantascienza è composta da queste due parti ineliminabili ed essenziali, la fiction e la scienza. Due parti che, tuttavia, vivono di vita propria, come dimostra questo festival, attento anche alle tematiche scientifiche (quest’anno, forse, più dell’anno scorso) e a quel fantastico che non è esattamente Sci-Fi.

Senza ulteriori indugi, ecco una top ten con i momenti migliori della mia partecipazione al XIX Trieste Science+Fiction Festival. Un excursus attento anche alle esperienze gastronomiche vissute durante il Festival, perché… va bene strafogarsi di film, ma si dovrà pur mangiare per vivere

I titoli di coda di Jesus Shows You the Way to the Highway

Proprio così. Solo i titoli di coda, perché il resto del film (e intendo TUTTO il resto del film) è assolutamente impresentabile. Il pastiche surrealista di Miguel Llansó mescola grottesco, spy story e dinamica da videogame, per un’opera sconclusionata che può essere apprezzata soltanto da chi non accusa un’istantanea crisi di rigetto.

Il titolo è di quelli che già da solo ti spingono alla visione, e anche le due righe di trama che si possono leggere nel press book sono formulate in modo da far montare a mille la curiosità. Ma quando comincia la visione le attese cedono il posto alla fremdschämen, e si comprende perché il regista, prima della proiezione, si sia appellato al buon cuore degli spettatori, in quello che sembrava un routinario gesto di umiltà nei confronti dell’audience.

E invece no: lo diceva proprio per non farsi mettere le mani addosso!

Il protagonista deforme, ammogliato con la corpulenta donna dell’est Europa, risveglia tutti i cliché dello humor freak. L’ironia politica è sagace solo a tratti. La struttura è originale ma alla lunga ripetitiva.

E c’è un gay-batman etiope (BatFro) che regala la prima risata di pancia (quando si fa leccare l’alluce a bordo piscina da un toy-boy) per poi risultare per lo più stucchevole per il resto della pellicola.

Interessante, invece, l’escamotage di rappresentare una buona parte del film in forma di videogame arcade anni ’80-’90, per mezzo di immagini proiettate a scatti in una sorta di stop-motion realistico, con i protagonisti travisati da maschere di carta durante i momenti in cui sono calati nella realtà virtuale à la Matrix.

Insomma, pare tutto un pretesto (esattamente come il titolo) per mettere in pista le allucinazioni visive dello stravagante (solo per le idee) regista spagnolo.

E allora non resta che farsi rapire da quei meravigliosi titoli di coda, in versione videogioco arcade. Costati due lire e mai così coinvolgenti.

Lo vedremo nelle sale? Assolutamente no, film ultra-sperimentale, da Festival.

Midday Demons, ovvero: il film italo-irlandese

Un horror d’atmosfera che punta tutto (fin dal titolo) sullo schema hitchcockiano della suspense alla luce del giorno. Eppure, il film ricorda anche Il signor diavolo di Pupi Avati, per gli intrecci tra religione, mistero e questioni familiari, e per alcune ambientazioni cupe.

La storia è quella dell’irlandese Megan, pittrice affermata, che si reca in Puglia con il marito Leo, originario di quelle parti, per risolvere alcune questioni legate all’eredità di uno zio di lui, vescovo in odore di santità.

Sceneggiatura interessante, recitazione discreta e fotografia accattivante.

Lo vedremo nelle sale? Credo di sì. Intanto perché è una co-produzione italiana. Poi, perché la regista, Rossella De Venuto, sembra avere il curriculum giusto perché qualche distributore si interessi all’opera (ha scritto la sceneggiatura di un film di Tirabassi ed è stata assistente alla regia con Franco Citti). Non ultimo: perché nelle sale italiane c’è molto di peggio…

Last Sunrise, ovvero: il film cinese

Primo film cinese presentato al Trieste Science+Fiction Festival (e uno dei pochi di fantascienza cinese che girano per il circuito festivaliero), Last Sunrise è un’opera che prende le mosse dall’ipotesi fanta+scientifica della catastrofe solare.

Cosa succederebbe alla Terra se il sole, d’un tratto, scomparisse ingoiato da un buco nero generato (forse) dalla sua stessa massa? È quello che accade nella prima parte di Last Sunrise, film che segue i destini dell’astronomo Yang e della sua vicina di casa Mu, in un road movie post-apocalittico affascinante ma piuttosto convenzionale, tenuto a galla da un’eccellente fotografia, che avrà assorbito buona parte dello scarno budget di produzione su cui ha potuto contare il film (poco più di 200.000 euro).

Lo vedremo nelle sale? Difficile. Più probabile che vada a finire su qualche piattaforma come Netflix o Amazon Prime Video.

Lo street food serbo

Chi bazzica quella parte d’Italia (Trieste e dintorni, la periferia nord-orientale del Belpaese) magari c’è pure abituato.

Ma per un sabaudo come me vedere una bancarella di street food di sola cucina serba è un qualcosa di decisamente inconsueto. Del resto, dalle nostre parti siamo decisamente più avvezzi ai transalpini dalla erre moscia, che a quelli di etnia austro-ungarico-slava.

La cucina serba si fonda prevalentemente su piatti di carne e una delle sue portate più famose, da me provata per l’occasione, è costituita dai ćevapčići, salsicciotti di carne trita di manzo e agnello, speziati (ma non troppo), cotti alla piastra e serviti dentro un panino simile alla pita greca (tale lepinja).

Eccezionale! Vale il viaggio fino a Belgrado (no, scherzo, ma se li trovate in giro provateli).

Il documentario ecologista

Nell’anno di Greta Thunberg non poteva mancare il documentario ecologista, di produzione franco-belga, diretto da Jean-Robert Viallet.

Breakpoint. A Counter History of Progress racconta due secoli di progresso, dalla rivoluzione industriale ai giorni nostri, con un’attenzione particolare agli effetti dello sviluppo umano sull’ambiente.

Necessario e dettagliato, ha riscosso grande interesse nella comunità locale e nei frequentatori del festival, con il Teatro Miela di Trieste che ha registrato il pienone per un appuntamento molto più di carattere science che di intrattenimento da fiction.

La vedremo nelle sale? No, ma lo vedranno probabilmente i ragazzi del Fridays For Future, magari durante un’occupazione scolastica in stile Sessantotto. E non ne rimarranno pienamente soddisfatti, credo, perché l’opera è tutt’altro che viscerale, bensì ragionata e razionale, pragmatica e non polemica a prescindere.

… continua qui

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