Cronache semiserie dal TS+FF 2019 (in forma di top ten cinematografico-gastronomica) – parte seconda

Seconda parte di questa top ten cinematografico-gastronomica che rendiconta la mia esperienza al Trieste Science+Fiction Festival 2019 (qui la prima parte, per chi se la fosse persa).

Prima di riprendere con le cinque posizioni mancanti, vale la pena spendere due parole sul festival di quest’anno.

La rassegna, giunta alla sua diciannovesima edizione, ha visto trionfare lo svedese Aniara di Pella Kågerman e Hugo Lilja, vincitore del Premio Asteroide per il miglior film.

Ma a farla da padrone nella splendida cornice del Teatro Rossetti – per il terzo anno di fila sede principale del Festival – è stato Extra Ordinary, il film di Mike Ahern e Enda Loughman che si è aggiudicato ben quattro premi: il Méliès d’argent per il miglior lungometraggio, il Premio Nocturno Nuove Visioni e i premi della critica web e del pubblico.

La speranza è che un film che ha messo d’accordo tutti, raccogliendo un consenso pressoché unanime, possa arrivare presto nelle sale.

Ma andiamo avanti con la top 5 delle esperienze triestine.

La sonorizzazione live di Moon

Del film di Duncan Jones abbiamo già parlato, su questo sito, in occasione dello speciale dedicato ai film a tema lunare, uscito per celebrare i cinquant’anni dall’allunaggio dell’Apollo XI (precisamente qui).

Al TS+FF 2019 l’opera d’esordio del figlio di David Bowie, con protagonista Sam Rockwell, è stata oggetto di un inconsueto missaggio live da parte dell’artista Luca Maria Baldini.

Inconsueto, perché generalmente le sonorizzazioni live sono appannaggio dei film muti, per i quali si ricreano le condizioni di inizio Novecento, quando le pellicole erano solite essere accompagnate da musica dal vivo.

Più arduo, ovviamente, fare la medesima cosa con opere dotate di dialoghi e, soprattutto, di una propria colonna sonora (e che colonna sonora, firmata da Clint Mansell).

Eppure, l’esperimento può dirsi riuscito, con la musica elettronica di Baldini che si sposava perfettamente con le immagini e, soprattutto, con la O.S.T. della pellicola. I dialoghi talvolta sparivano per far prevalere l’accompagnamento musicale; in altre occasioni venivano anch’essi mixati sui piatti dal performer.

La jota triestina

Per la serie, i piatti poveri sono i migliori, ecco a voi, signore e signori, la jota triestina, ricetta antichissima e tradizionale della cucina giuliana.

Nata come piatto di recupero, gli ingredienti sono quelli che si possono trovare in una qualunque cucina, magari tra gli avanzi del giorno prima: fagioli, cavoli, patate e carne di maiale, uniti a formare una zuppa densa e saporita.

Nella versione dell’Akademia Trieste, viene servita con l’aggiunta di crosta di pane.

Straordinaria.

Il convegno di Paolo Attivissimo sulle moon oddities

Tra un film e l’altro c’è spazio anche per uno degli “space talks”, le chiacchierate spaziali al Teatro Miela.

Le Altre Facce della Luna è il titolo del monologo con cui Paolo Attivissimo, professione debunker, racconta “il Dietro le Quinte delle Missioni Lunari”.

Nel cinquantenario della missione che portò il primo uomo sulla Luna, non poteva del resto mancare una serata a tema lunare, che prende le mosse proprio dal programma Apollo per una ricca carrellata di fatti poco conosciuti e decisamente curiosi occorsi durante gli anni della corsa allo spazio.

Attivissimo smette per una volta i panni dello sbufalatore di complottisti e teorie cospirazioniste (anche se le domande su quei temi, nel Q&A finale, non potevano mancare) per indossare quelli del divulgatore, raccontando aneddoti, episodi e curiosità delle missioni spaziali degli anni Sessanta e Settanta, con focus particolare sulle missioni Apollo che toccarono il suolo lunare, dalla XI alla XVII (con l’intermezzo infelice dell’Apollo XIII).

Dai moduli doganali compilati da Armstrong e soci al momento del rientro negli Stati Uniti, agli oggetti più stravaganti portati dagli astronauti durante le varie missioni (ovviamente senza dir niente a nessuno, che sennò agli ingegneri – abituati a pesare e calcolare ogni grammo – sarebbe venuto un infarto).

Ghost Town Anthology, ovvero: il film canadese

Denis Côté è un regista e produttore indipendente canadese, abituato a girare i festival di tutto il mondo, ma che non era mai stato in Italia, come ha dichiarato candidamente all’auditorio del Rossetti. Per la sua prima volta ha scelto Trieste e il suo Festival della fantascienza, per una pellicola che – per almeno due terzi di durata – di fantastico sembrava avere ben poco.

Siamo a Irénée-les-Neiges, paesino di poco più di 200 anime sperduto tra le nevi del Québec (come suggerisce il nome). Tutti si conoscono, in quella che pare una grande famiglia allargata, unita dalla necessità di far fronte alle avversità meteorologiche e alla solitudine che pare connaturata al fatto di vivere in un posto come quello.

Una tragedia che colpisce la comunità è occasione per la cittadinanza per stringersi in una travagliatissima elaborazione collettiva del lutto. Ma costituisce anche l’inizio di una serie di avvenimenti misteriosi che scuoteranno la popolazione di quella località e del Canada intero.

Un’opera davvero interessante, che mescola i toni del dramma a suggestioni fantastiche, con punte di horror, che si appalesano soltanto nella seconda metà della pellicola.

Protagonisti sono gli sconfortati e mesti abitanti di Irénée-les-Neiges, un non-luogo che fa da perfetta ambientazione ad un film dal titolo decisamente evocativo (anche nella sua variante originale, in francese: Répertoire des villes disparues).

Starship Troopers (con tifo da stadio)

Diciamo la verità: molto spesso il meglio dei festival non arriva tanto dalle novità, dalle anteprime, dai film in concorso, sui quali spesso aleggia un grosso punto interrogativo.

Il bello dei festival è sovente la riscoperta su grande schermo di classici o cult che magari non siamo riusciti a vedere al cinema (per motivi anagrafici, generalmente) o che se anche li avessimo visti sono ormai relegati a lontani ricordi.

Il clima festivaliero contribuisce ad elevare l’esperienza della visione, soprattutto se è un clima goliardico e spensierato come quello di un festival nerd come il TS+FF.

E così tra gli sci-fi classix del 2019 – sezione che ha omaggiato i quarant’anni di Alien e dello Star Trek di Robert Wise, i trent’anni di Society e i venti di Matrix – un posticino di tutto rispetto se l’è ricavato lo Starship Troopers di Paul Verhoeven, ormai assurto al rango di cult con i suoi aracnidi succhiacervello e sputafuoco, i temibili insetti alieni provenienti dal pianeta Klendathu che impensieriscono una futuribile civiltà terrestre governata da un regime totalitario. Una Terra militarista in cui solo chi si arruola nelle forze armate è degno di avere la cittadinanza.

Il film è stato portato al diciannovesimo TS+FF come straordinario esempio dell’arte visiva di Phil Tippet, il maestro dell’animazione stop motion – già vincitore di due premi Oscar per Il ritorno dello Jedi e Jurassic Park – che a Trieste è stato insignito dell’Asteroide d’oro alla carriera.

Da vero maestro del mestiere, Tippet – che nella sua lunga carriera è stato l’ideatore di Jabba The Hutt, ma anche il coordinatore del team che ha curato l’animazione dei dinosauri del capolavoro di Spielberg – non si è certo dato per vinto dopo il passaggio al digitale e ha continuato a dire la sua, come dimostrano gli insetti alieni di Starship Troopers, in buona parte derivati dalle sue idee.

Tippet – lunga barba da boscaiolo del Wyoming, sebbene sia californiano di Berkeley – ha regalato una lunga introduzione al film, in cui ha ripercorso a suon di aneddoti alcune ghiotte vicende produttive dell’opera di Verhoeven, tratta dal romanzo “fascista” di Heinlein. Un classico della fantascienza, vincitore del Premio Hugo, che il regista olandese ha rielaborato in chiave fortemente ironica, con un acume che va colto in tutta la sua potenza e irriverenza.

Farsi presentare un film come Starship Troopers da un due volte premio Oscar è una di quelle esperienze da Festival che restano per sempre, come i diamanti.

Per il resto, a rendere memorabile la visione ci hanno pensato i ragazzi del DAMS di Gorizia (come mi ha suggerito l’autoctono @Paolo), che hanno alternato un religioso silenzio ad entusiastiche esultanze nelle scene chiave del film, che nel finale hanno raggiunto livelli da tifo da stadio.

7 pensieri riguardo “Cronache semiserie dal TS+FF 2019 (in forma di top ten cinematografico-gastronomica) – parte seconda

    1. assolutamente!
      il TS+FF è un festival davvero interessante, ancorché “di genere”…
      e poi Trieste è davvero una bella città… si prendono due piccioni con una fava, come si suol dire…

Commenti

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