Lo scrigno: i film “minori” di Gillo Pontecorvo (nel centenario della nascita)

Esattamente cento anni fa, il 19 novembre del 1919, nasceva a Pisa Gilberto Pontecorvo, meglio noto come Gillo, partigiano, giornalista, regista e sceneggiatore scomparso nel 2006. Autore tra i più impegnati del cinema italiano del Novecento, Pontecorvo fu relativamente poco prolifico nella sua carriera, avendo girato soltanto cinque lungometraggi a soggetto, che vanno però ad aggiungersi ad una decina di documentari e a un mediometraggio e un corto diretti per due film a episodi.

Pontecorvo è ricordato soprattutto per quello che rimane il suo capolavoro, La battaglia di Algeri, uscito nel 1966 e vincitore del Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia (il film ricevette anche tre nomination all’Oscar, per il miglior film straniero, miglior regia e miglior sceneggiatura originale).

Ma per questa ricorrenza lo vogliamo ricordare con una breve analisi degli altri quattro suoi lungometraggi a soggetto, film “minori” non sicuramente per la loro qualità, essendo ancora oggi molto apprezzati dai cinefili e dagli addetti ai lavori.

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La grande strada azzurra (1957)

Nel suo primo lungometraggio a soggetto Pontecorvo affronta i temi sociali già al centro della sua opera d’esordio, il mediometraggio Giovanna, facente parte del film a episodi La rosa dei venti (Die Windrose).

La grande strada azzurra è tratto da un romanzo di Franco Solinas, Squarciò, soprannome con cui è conosciuto il protagonista, un pescatore di frodo che pratica temerariamente la “pesca con le bombe”, lanciando ordigni in mare aperto e recuperando i pesci morti con l’aiuto dei suoi figlioli Tonino e Bore.

Tollerato dai suoi colleghi soltanto perché mette in atto questa pratica a molte miglia dall’arcipelago, Squarciò non si rassegna alla miseria che accomuna i pescatori del luogo, che tuttavia stanno cercando di alzare la testa contro chi sfrutta il loro lavoro, organizzando una cooperativa. Ma Squarciò è tipo che ama agire in solitaria. Non è fatto per le società, figurarsi per le cooperative. E continua così la sua attività di “bombarolo”, finché non viene messo alle corde dal nuovo maresciallo della guardia di finanza giunto dal continente.

L’individualismo e la successiva redenzione a favore della solidarietà di classe erano già al centro di Giovanna, e Pontecorvo ripropone questo tema in un’opera intensa e struggente, debitrice soprattutto del primo neorealismo.

Un grande cast, con il protagonista Squarciò interpretato da Yves Montand, affiancato da Alida Valli nei panni della moglie (invero un po’ defilata). C’è anche un giovanissimo Terence Hill (quando ancora veniva accreditato con il suo vero nome, Mario Girotti) che insieme alla affascinante attrice teatrale Federica Ranchi (che interpreta la figlia di Squarciò) intesse la trama secondaria dell’amore tra due giovani.

Ambientato nell’Isola della Maddalena, il film fu realizzato a colori, un qualcosa di sicuramente inusuale per il cinema italiano dell’epoca, che evidenzia – assieme all’impiego di due stelle come Montand e la Valli – come Pontecorvo abbia potuto contare su un budget sicuramente importante per il suo primo lungometraggio.

Eppure, come ebbe modo di affermare in seguito il regista, questo fu anche un limite per un film che Pontecorvo avrebbe voluto girare con attori non professionisti o comunque più vicini ai personaggi che dovevano interpretare (Yves Montand avrà sicuramente attirato gente nelle sale – come volevano i produttori – ma vederlo nei panni di un pescatore maddalenino solleva non poche perplessità).

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La grande strada azzurra (1957, Italia / Francia / Germania / Jugoslavia, 103 min)

Regia: Gillo Pontecorvo

Soggetto: Franco Solinas

Sceneggiatura: Ennio De Concini, Gillo Pontecorvo, Franco Solinas

Interpreti principali: Alida Valli (Rosetta), Yves Montand (Squarciò), Francisco Rabal (Salvatore), Federica Ranchi (Diana), Mario Girotti (Renato)

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Kapò (1959)

Due anni dopo La grande strada azzurra Pontecorvo torna a lavorare con Franco Solinas, che insieme al regista pisano scrive e sceneggia questo dramma incentrato sulla storia di un’adolescente ebrea durante la seconda guerra mondiale. Una ragazza che, cedendo alla paura, diventa carceriera in un lager nazista.

Kapò è una storia di ordinaria, umana decadenza, nella cornice dell’Olocausto, descritta da Pontecorvo con il consueto approccio realista. Il messaggio di fondo è quello dell’inevitabilità del declino morale in contesti drammatici quale quello della prigionia durante una guerra. La giovane Edith / Nicole (interpretata dalla figlia di Lee Strasberg, celebre direttore dell’Actor’s Studio), così buona e generosa, muterà presto il suo carattere in nome dello spirito di sopravvivenza, nascosto dietro una malcelata rassegnazione.

L’integrità morale è fine a se stessa e non può che condurre all’autoannientamento, soprattutto quando ci si rende conto di non potervi far fronte nel lungo periodo: è ciò che accade al personaggio di Terese, che si lancia contro i reticolati dell’alta tensione non appena si rende conto di essere diventata ciò che fino a poco tempo prima biasivama profondamente.

La seconda parte della pellicola vira sul melodrammatico, con scelta forse discutibile.

Inevitabile per la protagonista – anche in questo caso – il finale redentivo.

Pontecorvo mette in pratica l’esperienza nella direzione di documentari cercando di rendere le immagini quanto più realistiche possibili, e lo fa usando la tecnica del controtipo. Un’attenzione alla forma che tornerà nel suo capolavoro La battaglia di Algeri.

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Kapò (1959, Italia / Francia / Jugoslavia, 118 min)

Regia: Gillo Pontecorvo

Soggetto e Sceneggiatura: Gillo Pontecorvo, Franco Solinas

Interpreti principali: Susan Strasberg (Edith / Nicole Niepas), Laurent Terzieff (Sascha), Emmanuelle Riva (Terese)

…continua qui

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