touch of modern: Una poltrona per due, di John Landis

Ci sono tre cose che non mancano mai la sera della Vigilia di Natale: la cena, i regali e il film Una poltrona per due. Ebbene sì, il celebre lungometraggio è diventato, da tempo, un appuntamento televisivo fisso, un rito al quale non ci si può sottrarre, perché “fa Natale” come il Presepe e l’Albero, i panettoni e i torroni. Un appuntamento giunto alla sua trentesima ricorrenza: la sera della vigilia del 1989 Italia 1 lo trasmette per la prima volta, riproponendolo negli anni a seguire in modo costante.

Parlare del film è, quindi, una cosa quasi inutile, perché così conosciuto e famoso da avere persino una pagina Facebook “Quanti giorni mancano a Una poltrona per due” dove il countdown inizia con largo anticipo, già un anno prima, scandito e accompagnato dai commenti dei followers. Semmai, quello che desidero evidenziare in queste poche righe sono solo alcuni dei motivi che potrebbero spingere lo spettatore a vedere per l’ennesima volta quest’opera. Senza annoiarsi.

Innanzitutto, i ritmi quasi perfetti e la struttura narrativa interessante.

A livello di sceneggiatura il lungometraggio si può dividere in due tempi:

  • la discesa di Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd) agli inferi ad opera dei due terribili fratelli Mortimer e Randolph Duke (Don Ameche e Ralph Bellamy), che per una scommessa para-sociologica hanno deciso di sostituirlo con un senzatetto, Billie Ray Valentine (Eddie Murphy);
  • la risalita di Louis, che assieme a Valentine, al fedele maggiordomo Coleman (Denholm Elliott) e alla prostituta Ophelia (Jamie Lee Curtis), organizza una terribile vendetta a danno dei due sadici fratelli.

Un’altra interessate analisi della sceneggiatura, in voga nella Hollywood dell’epoca, ipotizza che questa sia ripartita in tre atti e comprenda un punto di svolta.

I tre atti sono, rispettivamente, la caduta di Louis Winthorpe III, il piano per colpire i fratelli Mortimer nella cosa più cara che hanno, i soldi, e la vendetta consumata a Wall Street. Il punto di svolta è l’intervento di Billie Ray Valentine, che soccorre il febbricitante Winthorpe III, prossimo alla fine.

Se vogliamo proprio trovare un difetto nella sceneggiatura, un pelo su fotogramma, questo si evidenzia nella seconda parte (nella vita reale non è facile risalire con successo una così devastante caduta) e nel divertente, ma un filo demenziale, viaggio carnevalizio in treno, dove fa una fugace apparizione nel ruolo di Harvey, un passeggero, James Belushi ovvero il fratello minore di John Belushi. Ma si tratta di poca cosa.

Tra gli attori si evidenziano felici contrasti e buone integrazioni, perché, è bene ricordare, le opere artistiche di qualunque genere si reggono sul contrasto tra persone e situazioni.

Abbiamo tre coppie che si contrappongono e si completano al tempo stesso:

  • Louis Winthorpe III e Billie Ray Valentine, prima nemici e poi amici, profondamente diversi eppure complementari fra loro: mai due attori sono stati così perfetti per un simile ruolo;
  • i fratelli Duke, uno più cauto nelle sue azioni, l’altro più propenso a correre rischi;
  • infine, una coppia particolare: Penelope Witherspoon (Kristin Holby) e Ophelia. In questo caso si tratta di un contrasto a distanza: le due donne si sfiorano appena, ma rappresentano quanto di più antitetico possa esistere a livello di femminilità e ruoli sociali.

A questo punto rimane da spiegare perché vedere Una poltrona per due per l’ennesima volta. Magari assaporando dell’ottimo salmone (barba esclusa!).

Ebbene, immaginiamo che i film siano creazioni artistiche come i libri (non tutti in realtà, ma immaginiamo che sia per tutti così) e in quanto tali si possano riunire in tre grandi categorie.

Abbiamo le opere immortali, in genere assai poche, perché con uno stile elegante e profondo affrontano temi universali e senza tempo come il senso della vita, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, l’amore, l’odio, Dio eccetera. Si tratta complessivamente di un numero esiguo di creazioni artistiche.

All’opposto ci sono la maggior parte delle opere, quelle che per contenuto e stile non brillano e, in tempi più o meno brevi, sono destinate all’oblio.

Nel mezzo – si fa per dire – abbiamo un consistente gruppo di opere ben realizzate, che interpretano alla perfezione un periodo storico, rappresentandone lo spirito. Dei classici, insomma, e tra queste mi sento di collocare Una poltrona per due.

Detto questo, non mi resta altro che augurarvi Buona Visione, Buon Natale, Buone Feste e Felice Anno Nuovo!

E arrivederci al 2020!

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Trading Places (1983, USA, 117 min)

Regia: John Landis

Soggetto e Sceneggiatura: Timothy Harris, Herschel Weingrod

Fotografia: Robert Paynter

Musiche: Elmer Bernstein

Interpreti principali: Dan Aykroyd (Louis Winthorpe III), Eddie Murphy (Billie Ray Valentine), Ralph Bellamy (Randolph Duke), Don Ameche (Mortimer Duke), Denholm Elliott (Coleman), Jamie Lee Curtis (Ophelia), Paul Gleason (Clarence Beeks), Frank Oz (poliziotto corrotto), James Belushi (Harvey)

Andrea Coco

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