Breve viaggio nell’horror classico (in 36 film) – parte prima

Per la sua trentasettesima edizione il Torino Film Festival si è dipinto di horror, genere a cui è stata dedicata la principale retrospettiva della rassegna. In particolare, l’ormai ex direttrice del Festival ha progettato un viaggio nel periodo classico del genere, proponendo trentacinque film horror “da Caligari a Romero”. Quest’ultimo in realtà escluso, in quanto padre fondatore del New Horror. Ed infatti la pubblicazione dedicata alla retrospettiva è stata più correttamente (rispetto alle notizie diffuse ante-festival) intitolata “Da Caligari agli Zombie”.

La selezione, in realtà, si spinge ben oltre Romero, in particolare fino al 1971 di Barbara, il mostro di Londra (Dr. Jekyll & Sister Hyde). Ma si tratta – c’è da dirlo – di una scelta operata per completare il discorso attorno alla Hammer, casa di produzione britannica specializzata nel genere.

Da trentacinque previsti, i film sono diventati trentasei a causa di uno scivolone organizzativo che ha portato alla proiezione del film sbagliato nel secondo giorno di festival: il Dracula di Fisher (1958) è stato sostituito da quello di Browning (e ovviamente è stata tutt’altro che una sfortuna). Insomma, si è cascati bene, ma la giustificazione fantozziana addotta al pubblico perplesso (“ci hanno mandato il film sbagliato”) è stata sicuramente rivelatrice di un’organizzazione non esattamente impeccabile.

Tant’è, e tanto vale scorrere velocemente la selezione festivaliera dell’horror classico, in un breve viaggio che ripercorre le origini e lo sviluppo di un genere apparentemente immortale, ancora oggi responsabile di una buona fetta degli incassi al botteghino (soprattutto di quelli estivi).

Con una doverosa premessa: come tutte le selezioni, anche la lista di 35 film horror del periodo classico rispecchia le scelte di chi l’ha fatta. E sarebbe stata probabilmente diversa se stilata da chiunque altro. Questa lista ha un suo perché e una sua logica, partendo dai classici imperdibili del genere – quelli usciti tra gli anni Venti e Trenta del Novecento – e prendendo poi una strada che, da un lato, tiene conto della presenza quale ospite e madrina della manifestazione dell’attrice britannica Barbara Steele; e che dall’altro riserva un corposo spazio alla già citata casa londinese della Hammer, famosa per le sue produzioni horror che contribuirono a rilanciare il genere a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta.

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Dalla nascita all’espressionismo tedesco

Il film dell’orrore si ispira, almeno nella sua fase iniziale, principalmente a fonti letterarie e, in particolare, al romanzo gotico, da cui riprende atmosfere, scenari, ambientazioni e personaggi idealtipici.

Tra il Frankenstein di Mary Shelley (1818) e il Dracula di Bram Stoker (1897) abbiamo tutta una serie di opere che verranno prese a fondamento dai cineasti dell’horror classico: in particolare, i racconti di Edgar Allan Poe e un romanzo breve di grande successo scritto dallo scozzese Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.

Fondamentale, perché un film possa essere inquadrato nel genere horror, è la presenza – più o meno marcata – di aspetti soprannaturali che intervengano nella narrazione e che siano rilevanti dal punto di vista contenutistico. E’ ciò che lo distingue dal thriller, in cui tali aspetti mancano del tutto.

Dopo sporadici esempi di film horror usciti nei primi due decenni del Novecento, è soltanto a partire dagli anni Venti che si può dire che il genere abbia finalmente raggiunto una sua definizione: non a caso, ciò avviene con uno dei più interessanti movimenti di avanguardia del muto, quell’espressionismo tedesco che aveva fatto dell’attenzione alle scenografie e alle atmosfere il suo leitmotiv.

Ed eccoci dunque al primo film della retrospettiva, Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene (1920), un caposaldo del muto che ancora oggi affascina con le sue inquietanti geometrie sbilenche, con le ambientazioni cupe e le sequenze oniriche. La storia – che per certi versi finisce per passare in secondo piano – è quella dell’ambiguo dottor Caligari e della sua “creatura”, il sonnambulo Cesare, che si aggira per la città compiendo i suoi delitti. Un’opera, quella di Wiene, che con le sue spigolose atmosfere sembra rappresentare un metaforico presagio di quanto sarebbe accaduto in Germania di lì a un decennio, con il passaggio dalla Repubblica di Weimar allo stato totalitario nazionalsocialista di Adolf Hitler e ai suoi orrori, quelli sì, reali.

Della medesima corrente fa parte uno dei più grandi classici del genere, Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau (1922), liberamente tratto dal Dracula di Bram Stoker, ma camuffato per una questione di diritti (vicenda che finì male per il regista e per la casa di produzione, costretti, il primo, a distruggere tutte – o quasi – le copie in circolazione del film, e la seconda a dichiarare bancarotta per il lungo contenzioso con gli eredi di Stoker). Ancora oggi Nosferatu – a quasi un secolo dalla prima, tenutasi a Berlino nel marzo del 1922 – riesce a impressionare e a regalare suggestioni che solo il cinema muto (e in particolar modo quello delle avanguardie) ha saputo preservare così bene dall’ineluttabile trascorrere del tempo. La straordinaria fotografia (che a seguito dei vari restauri ha acquisito tonalità decise, dal giallo delle scene girate alla luce del sole al blu di quelle in notturna), le lunghe ombre (tra le più celebri della storia del cinema) e l’impareggiabile inquietudine che genera il protagonista Conte Orlok (il semi-sconosciuto Max Schreck, truccato in maniera impeccabile per ottenere un memorabile effetto di ripugnanza e orrore) rendono Nosferatu un film da scoprire e riscoprire.

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L’orrore arriva a Hollywood

La retrospettiva non approfondisce ulteriormente l’horror europeo degli anni Venti, che pure aveva annoverato diversi altri grandi film: da Il carretto fantasma di Victor Sjöström (1920) a Pagine dal libro di Satana di Carl Theodor Dreyer (1921); da La stregoneria attraverso i secoli di Benjamin Christensen (1922, meglio noto con il suo titolo originale, Häxan), ad uno dei primi adattamenti dai racconti di Edgar Allan Poe, La caduta della casa Usher di Jean Epstein (1928).

Ci spostiamo invece a Hollywood, dove l’horror esploderà soltanto con il sonoro, grazie ad una delle mini-major, la Universal di Carl Laemmle e Carl Laemmle Jr., quest’ultimo degno prosecutore dell’opera del padre e responsabile – di fatto – della nascita di quello che diventerà famoso come il “ciclo dei Mostri”.

La Universal – con i suoi mostri – fu negli anni Trenta e Quaranta ciò che la Marvel è oggi con i suoi supereroi. In quegli anni apparvero infatti una miriade di film basata sui personaggi classici del gotico, con tanto di sequel, crossover e spin-off (ante litteram).

Eppure, già prima dell’avvento del sonoro la Universal di Carl Laemmle Sr. aveva intrapreso la strada dell’horror con un adattamento di un romanzo di Gaston Leroux: Il fantasma dell’Opera di Rupert Julian (1925) è un vero e proprio gioiello, grazie soprattutto alla prova di un grande nome del muto come Lon Chaney, nei panni del fantasma che abita nel ventre dell’Opera di Parigi e ama la giovane cantante Christine, per la quale è pronto a tutto. Chaney ideò anche le fattezze del suo personaggio, una maschera di trucco divenuta iconica e che fa del fantasma dell’opera il precursore dei Mostri della Universal.

Come detto, fu tuttavia soltanto con l’avvento del sonoro che il cinema horror hollywoodiano si svilupperà costantemente. Alla Universal, al fondatore Carl Laemmle Sr. subentra suo figlio Carl Laemmle Jr., che nei primi anni Trenta produce Dracula di Tod Browning (1931). È il primo film americano con protagonista il personaggio ideato da Bram Stoker, questa volta con tanto di diritto ad utilizzarne il nome, permettendo così che l’opera venga adattata nella sua integrità, priva degli aggiustamenti che aveva dovuto operare Murnau. Il celebre vampiro è interpretato da Bela Lugosi, attore ungherese naturalizzato statunitense che regalerà uno dei più memorabili Dracula del grande schermo. Ed è principalmente grazie a lui – nonché grazie al fatto di essere stata il capostipite dell’horror americano anni Trenta – che quest’opera viene ricordata, non essendo di certo uno dei migliori film di Tod Browning, che darà il meglio di sé in altre occasioni.

Il grande successo di Dracula portò la Universal a continuare la sua opera su un filone che poteva rivelarsi estremamente redditizio. Quello stesso anno Laemmle Jr. produce Frankenstein di James Whale (1931), opera leggendaria soprattutto grazie all’elaborazione di un mostro – la Creatura interpretata da Boris Karloff – la cui maschera di trucco (opera di Jack Pierce) è senza dubbio tra le più memorabili della storia del cinema. Quello di Karloff è il mostro di Frankenstein definitivo, entrato nell’immaginario collettivo e responsabile dello spostamento dell’attenzione dal dottor Frankenstein al mostro da lui fatto rivivere, che contribuì a generare il curioso errore secondo il quale creatura e creatore sono spesso ricordate con lo stesso nome. Frankenstein fu un vero e proprio caso cinematografico e dovette subire i tagli della censura in alcune scene ritenute troppo forti per l’epoca (nonostante la curiosa “avvertenza al pubblico” del prologo), come quella dell’annegamento della bambina ad opera del mostro.

L’interpretazione della Creatura porta Karloff a diventare una celebrità dell’horror, tanto da essere protagonista, un anno dopo, di La mummia di Karl Freund (1932), anch’esso prodotto dalla Universal di Carl Laemmle Jr. Un’altra grandissima prova per Karloff e un’altra geniale operazione di trucco per Jack Pierce, che trasforma l’interprete del mostro di Frankenstein in Imhotep, il sacerdote egizio che torna alla vita, dopo alcuni millenni trascorsi in un sarcofago, per cercare di far rivivere la principessa da lui amata. Al di là dei meriti di Karloff/Pierce, il film non è tuttavia convincente come i suoi predecessori Universal, risultando anzi piuttosto naif e forzato in alcuni aspetti della sceneggiatura (anche oltre quella che era la normale “tara” dell’epoca).

Quello stesso anno, anche la Paramount prova a sfondare nel campo dell’horror con L’isola delle anime perdute di Erle C. Kenton (1932), opera assurta al rango di cult movie, ma che non ebbe grande fortuna ai tempi. Tratto da un romanzo di H.G. Wells, il film narra le vicende occorse al naufrago Edward Parker, finito un po’ per caso su un’isola dell’Oceania di proprietà di un certo dottor Moreau (un istrionico Charles Laughton), impegnato in una serie di esperimenti volti a trasformare gli animali in uomini. Nel cast figura anche un irriconoscibile Bela Lugosi, che dopo aver espresso perplessità quando gli venne richiesto di interpretare la parte del mostro di Frankenstein (poi finita a Karloff) ed evidentemente pentitosi, si trasforma nell’uomo-scimmia enunciatore della legge. Il fascino della femme fatale Kathleen Burke, nei panni della donna-pantera, svolge il resto del compito, per un film ancora molto piacevole da vedere.

L’isola delle anime perdute ebbe un destino travagliato a causa dell’intervento della censura, e una sorte analoga toccò (in maniera ancor più accentuata, invero) a un altro film di quell’anno, ben più celebre di quello di Kenton. Si tratta di Freaks di Tod Browning (1932), capolavoro del cineasta americano (anche produttore per conto della MGM) che ribaltò sul grande schermo la sua esperienza diretta nel mondo degli spettacoli circensi. E proprio in un circo è ambientato Freaks, che mette in scena la vita di quei “fenomeni da baraccone” simbolo dell’emarginazione del diverso. L’ostracismo che gli “scherzi della natura” di Browning ricevono dalla società diventa occasione per condividere un’esperienza comunitaria che si rivelerà non meno avara di amarezze. Ma la crudelissima vendetta finale dei freaks rimetterà le cose a posto: si tratta, peraltro, dell’unico momento del film che può qualificare lo stesso come horror, essendo quello di Browning – per il resto – più che altro un efficace dramma sociale, intriso di un esasperato realismo. Inutile aggiungere che si tratta di uno dei più grandi cult movie di sempre, un classico imprescindibile del filone macabro-grottesco.

Si torna alla Universal con The Black Cat di Edgar G. Ulmer (1934), liberamente tratto dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, di cui in realtà conserva davvero poco. La sfida tra due amici-nemici, un medico e un architetto, è più che altro l’occasione per vedere insieme due icone dell’horror come Bela Lugosi e Boris Karloff. Ma non c’è molto altro di più.

Ritenuto da molti il capolavoro della serie Universal dedicata ai mostri, La moglie di Frankenstein di James Whale (1935) inaugura la stagione dei sequel (nel caso di Frankenstein si raggiungeranno gli otto film – solo della Universal – inclusi crossover e parodie). Whale cambia un po’ le carte in tavola e si gioca l’arma dello humour. Per il resto la Creatura inizia a parlare (ma era meglio se non lo avesse fatto) e trova un contraltare femminile nel personaggio della Sposa, anch’essa divenuta iconica (ma mai come il primo Karloff) con i suoi capelli elettrizzati.

Gli omuncoli del dottor Pretorius, memorabile scienziato pazzo di La sposa di Frankenstein, anticipano le creature di La bambola del diavolo di Tod Browning (1936), altra produzione MGM (ancora una volta per il tramite dello stesso Browning). Protagonisti del film sono infatti le persone miniaturizzate – sorta di piccole bambole – che uno scienziato è riuscito ad ottenere in laboratorio a seguito dei suoi esperimenti. Quelle creature saranno utilizzate da un banchiere incastrato dai suoi soci ed evaso di prigione per ottenere una crudele vendetta. I trucchi cinematografici che permettono di far coesistere persone miniaturizzate e a grandezza naturale sono di ottimo livello (per l’epoca, s’intende) anche se finiscono forse per catalizzare un po’ troppo l’attenzione, con una certa insistenza sulle scenografie super-size ricreate appositamente per dare l’effetto ottico della miniaturizzazione.

The Devil Doll, penultima regia di Tod Browning, è l’ultimo film della retrospettiva tra quelli usciti prima della seconda guerra mondiale. Un evento che inciderà sul modo in cui verrà rappresentato l’orrore cinematografico, ma di questo parleremo in un’altra occasione.

…continua…

9 pensieri riguardo “Breve viaggio nell’horror classico (in 36 film) – parte prima

    1. Sì, un po’ è vero. Ma per l’epoca fu abbastanza sconvolgente. Resta il fatto che Karloff truccato da Pierce per Frankenstein è una delle maschere più celebri e impressionanti della storia del cinema…

  1. Splendida retrospettiva!!! Quanti film epici!

    Ho avuto la fortuna di vedere al cinema qualche tempo fa The Devil Doll e gli effetti speciali sono realmente impressionanti. Se fossi a Torino metterei una tenda di fronte al Film Festival!

    1. È quello che faccio io da un po’ di anni a questa parte.😎 La retrospettiva di quest’anno era un po’ “didattica” ma è sempre piacevole vedere certi film sul grande schermo. The devil doll è davvero ben fatto per essere un film degli anni trenta… devono averci speso un bel po’ di soldi per quelle mega-scenografie…

  2. Spettacolo, deve essere stato bellissimo partecipare! Sono stato al Torino Film Festival solo una volta e lo ricordo con molto affetto.
    Forse, come dici a Sam, si tratta di una retrospettiva un po’ didattica, ma deve essere stato davvero affascinante vedere questi classici sul grande schermo.

    1. Assolutamente. E ti dirò che tra i molti film conosciutissimi e citatissimi, che andrebbero visti sul grande schermo almeno una volta, c’è stato spazio anche per alcune chicche davvero entusiasmanti. Ne parlerò nel prosieguo😉

  3. Chissà perché non hanno messo anche “Il Golem”…. Sul Tubo ho dato un’occhiata al primo Frankenstein della storia del cinema, del 1910, un corto pesantemente virato dove la Creatura è un mostro peloso e capelluto.

Commenti

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