Al cinema: 1917, di Sam Mendes

E’ quasi inevitabile che le discussioni attorno a quest’opera si incentrino principalmente su questioni tecniche: i due piani sequenza di cui si compone il film; gli stacchi fittizi (à la Hitchcock) all’interno di essi; la mobilità della macchina da presa. Discorsi sicuramente necessari, ma che non devono far perdere di vista il fatto che Mendes usi questi espedienti non come mero esercizio di stile, bensì per rincorrere – a suo modo – la chimera della piena immersione dello spettatore nell’opera, con risultati straordinari.

Le carrellate nelle affollatissime trincee sono debitrici di Kubrick e del suo Paths of Glory, è innegabile. Come è innegabile che con quelle lunghe camminate Mendes ci scaraventa dentro quelle trincee in una sorta di tapis-roulant interattivo, che certe moderne tecnologie di realtà virtuale avrebbero solo da imparare.

Orchestrare uno sforzo simile porterà Sam Mendes a un inevitabile Oscar alla regia, così come a Roger Deakins andrà quasi sicuramente quello alla fotografia: basti citare la lunga parentesi esterna in notturna, tra le rovine illuminate dagli incendi e dai razzi di segnalazione, che toglie il fiato per la sua bellezza.

Il film non è esente da difetti, beninteso. La sequenza della donna francese con la bambina vorrebbe avere dei significati mistici e metaforici, che gli si potrebbero anche trovare, con minimo sforzo ermeneutico. Ma sta di fatto che è una sequenza che stona nell’economia della pellicola e nella logica della corsa contro il tempo che la connota. Esattamente come illogica è la scena del canto prima della battaglia, che tuttavia non si può non perdonare per la sua commovente bellezza. Come si può perdonare l’apparente incongruenza di alcune progressive rivelazioni del fuoricampo, perché visivamente meravigliose.

Insomma, sebbene imperfetto e quantunque l’anno sia appena cominciato, la sensazione di potersi trovare di fronte a quello che sarà uno dei migliori film del 2020 è difficile da accantonare.

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1917 (2019, Stati Uniti d’America / Regno Unito, 119 min)

Regia: Sam Mendes

Sceneggiatura: Sam Mendes, Krysty Wilson-Cairns

Fotografia: Roger Deakins

Musiche: Thomas Newman

Interpreti principali: George MacKay (William Schofield), Dean-Charles Chapman (Tom Blake), Mark Strong (capitano Smith), Andrew Scott (tenente Leslie), Richard Madden (tenente Blake), Claire Duburcq (Lauri), Colin Firth (generale Erinmore), Benedict Cumberbatch (colonnello Mackenzie)

23 pensieri riguardo “Al cinema: 1917, di Sam Mendes

  1. Devo dir euna cosa su questo film. Non è un film vuoto. C’è chi dice che questo film sia solo tutta forma e niente sostanza ma io non sono per niente d’accordo. E’ un film anti-guerra, mostra gli orrori della guerra e la morte di tante persone e ti senti male per la missione dei due personaggi principali. E’ un film che riesce a mostrare empatia. Per esempio invece American Beauty è un film che non sono mai riuscito ad apprezzare. Tecnicamente stupendo ma con pochissima sostanza. Sam Mendes con 1917 invece ha fatto un lavoro eccelso.

    1. Sono d’accordo su 1917, ed è un po’ quello che cercavo di dire: non fermiamoci a parlare di questioni tecniche, ma cerchiamo di capire cosa vogliano rappresentare quegli strumenti da un punto di vista della sostanza…
      Su American beauty invece devo dire che a me piacque molto anche quello, sebbene i messaggi siano veicolati in maniera un po’ subdola…

  2. Mamma mia la scena notturna con i razzi segnalatori! E’ stata bellissima, come ha saputo rendere tutto ancora più spettrale di quanto un cumulo di macere già non sia di suo.

    Però, nonostante tutto, come Miglior Film continuo a preferire Parasite a tutti gli altri; quello l’ho trovato veramente perfetto.

    1. Mi manca ancora Piccole donne, ma per ora 1917 è il mio film da Oscar. In realtà lo era un altro, che non ha partecipato per ragioni politiche (mi riferisco a Polanski, ovviamente).
      E sì, quella scena è pazzesca, Deakins si è superato!

      1. L’esclusione di Polanski è stata scandalosa, ha realizzato uno dei più bei film dell’anno scorso! Piccole Donne a me è piaciuto molto, ma mi sembra davvero improbabile che possa vincere come Miglior Film.

        In questo momento sto finendo di scrivere di The Irishman, e più ne scrivo più mi si chiariscono le idee (come spesso accade) e più mi sale nella classifica!

  3. Eh, ai tempi di «Roma», «La La Land», e quando Iñárritu era in auge («Birdman» e «Revenant»), la sola presenza del piano sequenza bastava a dire «c’è il piano sequenza quindi il film è un capolavoro» anche se il film faceva venire la gonorrea (come a me hanno fatto venire, e si sa, sia «Roma», sia «Birdman», sia «Revenant», sia, soprattutto, «La La Land»)…
    Stavolta sono felice che almeno qualcuno si erga a dire «un attimo: c’è il piano sequenza ma il film ha dei difetti!»…
    La trovo una enorme evoluzione critico-dialettica!

    Anche se, come tutte le “evoluzioni” (vedi il colore nel cinema, che ha tranciato la poesia del chiaroscuro, o il temperamento equabile in musica, che ha tolto le frazioni del mezzo-tono), pure questa ha implicato, alla sua venuta, una piccola “perdita”…
    Una perdita consistente nel fatto che questo di Mendes e Deakins è *davvero* il piano sequenza come andrebbe fatto: proprio il piano sequenza coi *così detti*…
    A mio avviso (lo dico nella mia rece) un gradino sotto a Dreyer, De Palma, Fassbinder e «Soy Cuba», ma km e km più avanti di Iñárritu, «La La Land» e immondizia simile!
    È quindi un peccato che l’*evoluzione* si sia innescata con «1917» invece che con quella immondizia…
    eh oh, vabbé… se così è… [«se in tal guida va fatto, fa mestieri che in tal guisa tu faccia» disse una volta un saggio doppiato da Marco Mete]

    Una cosa è sicura: alla scena della francesina “vergine madre” il latte ti casca non solo alle ginocchia, ma molto più in basso!

    1. Vero, in questi anni l’indigestione di piani sequenza ci ha portato a (forse) sottovalutare la bellezza visiva di questo 1917… ma forse anche no, visto che se ne sta parlando moltissimo e con acclamazione pressoché unanime…
      io in realtà volevo soltanto dire questo: ok parlare di questioni tecniche, ma non perdiamo di vista gli obiettivi che la tecnica persegue…
      E quanto ai difetti: andavano sottolineati, e almeno uno lo condividiamo (la scena della donna francese). Ma sta di fatto che, come credo di aver illustrato, i difetti finiscono per soccombere, almeno nella maggior parte dei casi, davanti alla bellezza di una messa in scena totale, come non si vedeva da tempo in un war movie…

  4. Ah, uno spunto interessante:
    da me hanno registrato un problema di percezione:
    che il piano sequenza è così fatto bene che a tanti è risultato “finto”:
    un cinema così ben fatto da risultate quasi *invadente*…
    Una bellissima “critica”, da rapportare proprio agli altri film citati prima: se è invadente Mendes, quando, allora era invadente Iñárritu?
    E che il cinema si palesi, che il *film* sia *cinema* (non so se mi spiego): è un pregio o un difetto?

    Non lo so…

    Ma so che tutto questo, a livello personale di “teoria”, mi farà perdere molte notti in elucubrazioni!
    [e che un film faccia questo, alla fin fine, mica è un male!]
    [o forse lo è se la mattina dopo devi alzarti presto! :-(]

    1. Così bello che pare finto… è un commento che credo di aver già sentito😁
      Quanto al quesito che poni, credo che qualunque amante del cinema ami i momenti in cui il cinema rivela se stesso… quando il profilmico si svela per quel che è (in modo palese o lasciandolo intendere)… senza scomodare Truffaut, penso a quel che ha fatto Almodovar in Dolor y Gloria (che pure non mi ha convinto del tutto)…

      1. Ma più che il finto/vero è il palesemente “cinematografico” che «1917» *scopre*, finendo quasi per essere perfino un film pre-Griffith…
        cioè, sembra che «1917» metta in scena la messa in scena stessa…
        in tanti film (vedi anche lo stesso IT nuovo) la cosa dà fastidio, ma in «1917» la dà meno…
        «1917» sembra, sapete che?, una splendida operazione di “modellismo”, che per metà ammiri e per metà dici «ma che lo guardo a fare?»…
        È come se Mendes palesasse il cinema come pura funzione scopico-rappresentativa (lui che è un teatrante) e, finalmente, facesse riflettere su questa funzione, là dove altri (vedi Iñárritu) non fanno altro che sfruttarla per “imbambolare” (per pura furbizia)…
        Mendes fa quello che fanno tutti i film (essere qualcosa di rappresentato che riflette sulla rappresentazione) ma, rispetto ad altri, lo fa con molta più sfacciataggine (in tempi dove anche i più scioccamente finti si atteggiano a realisti, vedi Favreau e il Re Leone), e quindi ci turba invece di imbambolarci: davanti a «1917» rimaniamo un po’ come un gorilla davanti allo specchio!
        E io mi chiedo, come me lo chiedevo per Lion King, perché, se lo scopo era quello di farci rimanere come il gorilla, non mettere anche in diegesi questo problema, proponendo, che so, un finale in cui si rende tutto il film il ricordo del nonno di Mendes davanti ai nipoti, o in cui si capisce che è tutto un sogno del protagonista già morto…
        Perché senza questa svolta rimane la sconcertante professionalità, che però si accompagna a una certa “autocompiaciutezza”… ed è questa che mi fa posizionare «1917» a un gradino sì superiore a Iñárritu ma ancora inferiore a Dreyer e Fassbinder…

      2. Interessante questo tuo discorso. Insomma, visto che citi il cinema pre-Griffith, per te Mendes è quasi paragonabile al Méliès delle attualità ricostruite, se ho capito bene. Pura messa in scena supportata da una tecnica formidabile. Ci può stare, ancor di più se si pensa alla debolezza (voluta) dell’intreccio. Mica Verdun, una missione strampalata per fermare una delle tante scaramucce di trincea (diciamo appena un po’ di più)… detto ciò bisogna però valutare l’operazione nel complesso e per questo mi rimetto a quanto ho scritto sopra…

      3. Ma bello è bello…
        È solo che…
        …dimostra un po’ troppo di esserlo…
        Iñárritu fa cose simile e se ne compiace, mentre Mendes sembra proprio dire «non si può far altro che far così»…
        Se per Iñárritu il mondo è finto ed esiste solo per virtuosismo (un sardonico Schopenhauer), per Mendes il mondo è finto e quindi non c’è che *usare il finto per parlare di qualcosa di vero*…
        ma facendo così, e con la perfezione e la perizia impiegata, raggiunge quasi il loop linguistico del cinema, quella soglia oltre la quale non c’è nulla, quella soglia oltre la quale si spezza completamente l’illusione, la “sospensione dell’incredulità”, ed è paradossale visto che l’intento sembrava essere quello di “rappresentare il vero”… come Ejzenštejn in «Nevskij», come lo Spielberg più riflessivo, come lo Scorsese di «Hugo», Mendes sembra essere incorso in un “impasse”…
        …o, essendo Mendes un teatrante, secondo me ha fatto come Stanislavskij: passare tutta la vita a cercare l’«emozione vera», il movimento significante, il gesto dell’attore congruente con quello del personaggio, fino al raggiungimento della perfezione pura dell’identità attore/personaggio, e poi scoprire, alla fine, che quello che fa il gesto sei tu, un attore, e tu non sei Otello, sei solo tu che fai Otello, che fai finta di essere Otello in un ambiente di cartapesta dipinta: un impasse che ti fa rimanere quasi male…

        E un impasse che, se facevi come Malick, e la buttavi in onirismo, o come Friedkin e Scott, e la buttavi in «impossibilità del cinema di dire il vero», magari non trovavi…

        Però, naturalmente, essendo la guerra l’impasse maximo dell’umanità, che proprio la guerra venga raccontata con l’assurdo impasse dell’impossibile rappresentazione, è forse la scelta espressiva migliore!

  5. Riporto quanto più o meno riportato (😀) a proposito di un articolo di Marzia Gandolfi, per cui Sam Mendes “immette in quella che fu una guerra di posizione, di uomini intrappolati nei fossati delle trincee, il movimento del cinema: trattando la prima guerra mondiale, la guerra della staticità, nei modi del cinema della seconda guerra”. Interessante

    1. mi trova d’accordo la parte della frase prima dei due punti, che è in effetti una riflessione interessante…
      sul resto invece non tanto: non ci ho visto molto cinema della WWII in 1917…

      1. Oh finalmente l’ho visto pure io! Concordo pressoché su tutto, e calco un po’ la mano sul fatto che, in ampi tratti, la pellicola mi ha ricordato (ma non è necessariamente una critica negativa) un videogame, con livelli da superare, adiuvanti, nemici, corse, sparatorie, salti, ecc. Non riesco invece a criticare la scena del canto prima della battaglia: se non altro perché riprende il vecchio traditional gospel “The Wayfaring Stranger”, bellissima e commovente preghiera che ho avuto la fortuna di sentire live dalla grandissima Rhiannon Giddens.

      2. Ma infatti la scena è bellissima! È solo che in una logica di corsa contro il tempo uno che si ferma un paio di minuti ad ascoltare il canto de quo, pur se tentato di giustificare con lo stordimento del protagonista post quasi-annegamento, non ha tanto senso… Ma ripeto (chiasmando), è una bellissima scena!

  6. scusate posso dire che ho trovato il film decisamente noioso? e che per un film di guerra è gravissimo… è vero, politicamente è correttissimo, tecnicamente è quasi ineccepibile, ma devo dire che kubrick 50 anni prima aveva fatto di meglio n(e anche dire questo è sbagliato). pur amando sam mendes non riesco a farmelo piacere: la scena notturna poi: se vogliamo “fare finta” va bene, ma qui è troppo evidente, troppo insistito. può fare di meglio

    1. beh non saresti sicuramente il solo ad aver apprezzato il film più che altro per gli aspetti tecnici…
      e poi vabbè, su questo non ci piove: prima che Mendes si possa mettere vicino a Kubrick ne deve passare di acqua sotto i ponti…

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