Al cinema: Memorie di un assassino, di Bong Joon-ho

Parasite ha vinto, e questo fatto che tutti ora parlino di film coreani è molto, molto cool. E si elettrizzano per i momenti di iperviolenza, ma quanto sono pucci? Grazie a Hollywood che, per una convenienza sua che evidentemente prima non c’era, ha premiato il film di Bong Joon-ho, e tralasciamo il fatto che il cinema coreano spacca il culo a tutti dagli anni 2000 e io è almeno da Primavera estate autunno inverno… e ancora primavera che propongo (la proposta non ha mai varcato la soglia di camera mia) di deviare tutti i soldi del cinema italiano al cinema sudcoreano. Tra l’altro, ho trovato il modo di saper pronunciare il nome di questo regista, e fare la figura dei fighi negli ambienti trendy e/o radical chic, basta pensare che si sta dicendo “buongiorno!” BONG JOON-HO, KAFFE’’?!?1’1?

Ma mi fa piacere eh: oltre al fatto che posso repeatedly dire “te l’avevo detto”, stanno tirando fuori i film vecchi dai cassetti, e li danno pure nei cinema per sfruttare l’onda, ed è cosa buona e giusta, già solo che esista l’onda.

Ed è il caso di questo, un film del 2003, del regista di Parasite, con l’attore di Parasite – e che ha lavorato con lui praticamente in tutti i suoi film, e qui diremo tutti i nomi per esteso, lui si chiama Song Kang-ho, perché i sudcoreani hanno nomi bellissimi, a parte che si chiamano quasi tutti Park o Lee o Kim. E in Australia un sudcoreano che si chiamava Lee nel 2010 mi aveva detto che sono un glande – no scherzo cit. – che a casa sua i film si potevano scaricare da internet in meno di un minuto.

Tratto da una vera vicenda di cronaca nera, il primo serial killer della Corea, la vicenda parte nel 1986, nei dintorni di Gyeonggi. Che ce l’avete tutti presente. Una donna viene trovata stuprata e uccisa in un fossato, aperta campagna, risaie, legata e le mutande in testa. La polizia non fa in tempo a dire WTF? che subito ne viene trovata un’altra, stessa situazione. Gli investigatori Park (te l’avevo detto) e Cho partono a testa bassa, trovano un verosimile colpevole in un ritardato mentale e lo corcano di mazzate.


Accipigna, non era lui. Intanto arriva da Seoul un altro detective, Seo, che cerca di trovare l’assassino tra i primi risultati di Google. Questa era bassa, ve la spiego nel caso un’altra volta. Altre ammazzatine varie. Tanto Park e Cho vanno a istinto e botte, tanto Seo è scrupoloso e scientifico, e trova indizi e piste che permettono di stringere il cerchio. Ma qui sta il busillis, perché il cerchio non si chiuderà mai e i poliziotti, e noi con loro, resteranno sempre frustrati per colpa di un killer che sembra sempre sul punto di essere preso ma poi no. Alla fine, esasperato, perfino Seo sbarella, e vuole uccidere con le sue mani quello che è convinto sia l’assassino, ma il test del DNA gli fa una pernacchia, e siam daccapo. Stacco. Nel 2003, Park, ormai grasso e con figli, passa sul luogo del primo delitto e…

Tra i personaggi è indubbiamente Park quello che spicca, perché si smarca dalla dicotomia sbirro buono (Seo) vs sbirro cattivo (Park), mentre Cho è solo sbirro violento, e serve solo a far ridere, dicevo si smarca perché è tondo e non solo cattivo, è pigro ma tenace, tiene davvero a scoprire la verità, pur con i suoi discutibili metodi, ed è in grado di mettere in discussione se stesso e le sue scelte. E, non ultimo, è l’unico ad avere una sfera privata, non per niente è lui ad aprire e chiudere. C’è poi il discorso dello sfondo, che contestualizza e motiva. Quello che accade, tipo il coprifuoco, le esercitazioni, le città alveari dei minatori ma anche i metodi della polizia, i pervertiti ma innocenti che si aggirano di notte e vengono fermati, sono tutti sintomi, sembra voler dire Bong, della stessa malattia, un male che pervade la società, o quella società in quel determinato periodo storico, che proprio di democrazia ancora non era, per vicende storiche di cui a quasi nessuno in Occidente fregacazzi.


Epperò è un male, perché l’affresco serve proprio a motivare quel che succede, e il colpevole non si trova perché il tutto è malato, e non l’omino singolo. Singolo omino che si perde nella vastità delle inquadrature di campagne e nelle notti di pioggia in cui avvengono i delitti, e la pioggia lava le tracce ma non i peccati e figuriamoci i peccatori. Cazzo che chiusa, quasi AMEN!

Due annotazioni in calce: 1) a mio papà non è piaciuto. Secondo me è anche questione di abitudine, è il secondo coreano che vede in vita sua. Il primo credo fosse Ferro 3. 2) nel 2019 un tizio, Lee Choon-jae, che era in carcere dal 1994 per aver ucciso la cognata, ha confessato di aver ucciso altre 15 persone, incluse tutte le vittime di quelli che erano stati chiamati gli omicidi di Hwaseong.

BONG JOON-HISSIMO!

___

살인의 추억
Sar-in-ui chu-eok 
(2003, Corea del Sud, 132 min)

Regia: Bong Joon-ho

Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Kim Kwang-lim, Shim Sung-bo

Fotografia: Kim Hyung-ku

Musiche: Iwashiro Taro

Interpreti principali: Song Kang-ho  (detective Park Du-man), Kim Sang-kyung (detective Seo Tae-yun), Kim Roe-ha (detective Cho Yong-gu), Song Jae-ho (sergente Shin Dong-chul), Byeon Hee-bong (sergente Gu Hee-bong)

3 pensieri riguardo “Al cinema: Memorie di un assassino, di Bong Joon-ho

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