touch of modern: Commando, di Mark L. Lester

John Matrix (Arnold Schwarzenegger) è un ex colonnello delle forze speciali, che vive con la figlioletta Jenny (Alyssa Milano) in una sperduta villetta sulle montagne. La sua tranquilla esistenza viene sconvolta dall’arrivo di un commando guidato da un ex commilitone, Bennet (Vernon Wells), che gli rapisce la figlia. Per riaverla dovrà aiutare l’ex dittatore di Valverde Arius (Dan Hedaya) a tornare al potere, uccidendo il presidente in carica. In un primo tempo, Matrix finge di accettare la proposta, ma al momento di prendere il volo per l’isola sfugge al suo accompagnatore e con l’aiuto di una assistente di volo, Cindy (Rae Dawn Chong), incontrata per caso in aeroporto, riesce ad eliminare i suoi avversari e a liberare la figlia.

Dopo aver visto Commando mi è sorto spontaneo chiedermi a quale genere di film produttore, sceneggiatore e regista intendessero ispirarsi. Un film d’azione – in tal caso non perfettamente riuscito – oppure un b-movie dalla realizzazione un po’ troppo costosa? Perché, se uno non sapesse che è stato realizzato dalla Twentieth Century Fox assieme alla allora neonata Silver Picture, verrebbe da pensare che si sia trattato dell’iniziativa di una delle tante case minori a stelle e strisce i cui film occupavano le fasce notturne dei palinsesti delle televisioni private italiane degli anni Ottanta e Novanta.

Qualunque sia la risposta – verrebbe spontaneo dire: entrambe le cose – Commando è diventato un cult, un lungometraggio così assurdo da far ridere di gusto il pubblico; un tributo a un certo cinema anni Ottanta dove i buoni vincevano sempre e i cattivi venivano fatti a pezzi. Dopotutto è stato realizzato in un momento particolare: era appena uscito Rambo 2 e in America non mancavano i film muscolari. Commando voleva emularli, superarli e c’è riuscito fin troppo. È diventato il simbolo di un certo film d’azione sopra le righe, trash si direbbe oggi. Ecco perché vale la pena di vederlo e di analizzare le caratteristiche che lo hanno reso famoso (ebbene sì il film ha avuto successo). Caratteristiche che spesso si trovano in lungometraggi analoghi, meno fortunati di questo.

Trama. Semplicemente non c’è. Non esiste. È quella grosso modo descritta sopra. Ha uno svolgimento lineare, non ci sono flashback o un solo colpo di scena. In alcuni momenti è prevedibile: diciamo che il suo punto di forza non risiede tanto in quello che avviene, ma nel modo in cui i protagonisti scelgono di comportarsi.

Battute. Se i dialoghi non brillano per originalità o per raffinatezza le battute sono semplicemente memorabili. Ne cito un paio ma la lista è lunga:

Matrix (in aeroporto parlando a uno dei due accompagnatori): Bravo. Sei divertente e simpatico. Per questo ti ammazzerò per ultimo.

E qualche inquadratura dopo:

Check-in: Lei ha bagagli a mano?

Matrix: Solo lui (indicando l’uomo che salirà con lui sull’aereo diretto a Valverde).

Botte, bicipiti e forza bruta. Se ne danno così tante che basterebbe la metà degli sganassoni a stendere una persona dalla corporatura robusta. E invece loro non si fermano mai, vanno a sbattere con le automobili, contro ostacoli, sfondano porte, subiscono scariche elettriche, cadono e si rialzano come nulla fosse accaduto. Più che sette, ne hanno settanta di vite.

Armi e Munizioni. Un tripudio di coltelli di tutte le forme, pistole, mitragliatori, granate a mano, lanciarazzi, bombe telecomandate e, soprattutto, tante ma tante pallottole; a un certo punto del film volano più proiettili che mosche. Se tutto ciò fosse avvenuto per davvero, l’industria bellica avrebbe celebrato il 1985 come un anno memorabile.

Da notare, peraltro, che le armi non si inceppano mai, le munizioni a disposizione dei protagonisti sembrano non finire mai e tutti maneggiano con disinvoltura ogni tipo di pistola, fucile o mitra, come se funzionassero tutte alla stessa maniera. A Cindy, addirittura, basterà leggere le istruzioni per far funzionare un lanciarazzi. Facile no?

Stuntman. Gran parte dei personaggi del film appartengono a questa categoria. Il loro è un lavoro ingrato: non parlano quasi mai, devono solo affrontare Matrix e morire. Il loro trapasso da questo mondo avviene in un numero incredibile di modi: trafitti da proiettili, sgozzati, mutilati, scalpati dalle lame di una sega circolare e, soprattutto, spazzati via dall’onda d’urto delle esplosioni delle bombe a mano o delle cariche esplosive telecomandate.

Bennet, ovvero: il Cattivo. Sguardo da pazzo, un taglio di capelli orribile che gli fa la testa quadrata, un accenno di baffi alla messicana, pancetta da ragioniere. E ancora: un gilet a maglie larghe, che sembra fatto da una mamma apprensiva per la salute di suo figlio, una voce a metà strada tra quella di un infartuato e un sadico prossimo all’orgasmo, eccitato all’idea di ammazzare qualcuno. Ma voi un cattivo simile lo lascereste in vita?

Matrix, l’Eroe. La prima cosa che vediamo di lui sono i bicipiti, così grossi e robusti da occupare l’intera inquadratura. Ma è solo l’inizio. Lui è il protagonista e da lui ci si aspetta che agisca, non che parli. Tanto più che Schwarzenegger ha sempre la stessa espressione qualunque cosa dica (un suo punto di forza, in verità). Il pubblico si aspetta, piuttosto, grandi cose come scendere da un aereo in movimento, sradicare sedili di automobili e cabine telefoniche, volare come Tarzan in un centro commerciale, stendere eserciti di avversari, che non riescono a immobilizzarlo nemmeno saltandogli addosso. Paragonabile soltanto al Bud Spencer di Altrimenti ci arrabbiamo, perché anche Hulk in quei frangenti avrebbe avuto qualche difficoltà.

Comunque sia, nessuno riesce a fermarlo o a colpirlo seriamente e lui spazza via gli avversari come niente fosse, come se fossero i piccoli marziani di Space Invaders. Solo alla fine del film verrà ferito da Bennet, cosa che non gli impedirà di sistemarlo a dovere (ma non vi posso dire come, è troppo trash).

E per concludere, la scena più trash del film. L’esplosione di un edificio circondato dalle guardie, che cadono al suolo come fossero delle sagome di cartone. O forse lo erano davvero?

In ultima analisi, Commando è quel film che tutti noi abbiamo bisogno di vedere quando vogliamo divertirci senza pensare troppo, quando vogliamo operare una più che generosa sospensione del giudizio, magari davanti a un tipico film anni 80, accompagnando la visione del lungometraggio con una serata a tema con: Grissini avvolti in fette sottili di prosciutto crudo dolce, Penne alla vodka, Filetto al pepe verde, Insalata di rucola e parmigiano a scaglie e, per concludere, Banana split. Il tutto innaffiato da Lancers, Mateus o – meglio! – il Galestro Capsula viola.

Buona visione e… buona cena.

___

Commando (1985, USA, 90 min)

Regia: Mark L. Lester

Soggetto: Jeph Loeb, Matthew Weisman, Steven E. de Souza

Sceneggiatura: Steven E. de Souza

Fotografia: Matthew Leonetti

Musiche: James Horner

Interpreti principali: Arnold Schwarzenegger (colonnello John Matrix), Rae Dawn Chong (Cindy), Dan Hedaya (Arius), Vernon Wells (Bennett), James Olson (generale Franklin Kirby), David Patrick Kelly (Sully), Alyssa Milano (Jenny), Bill Duke (Cooke)

3 pensieri riguardo “touch of modern: Commando, di Mark L. Lester

  1. Quando hai Joel Silver come produttore, uno Steven E. de Souza in stato di grazia alla sceneggiatura, un divo muscolare ormai più che affermato e tanta voglia di divertirsi, non hai bisogno d’altro ^_^
    “Commando” non è un omaggio né qualcosa che si rifà ad altro: “Commando” È gli anni Ottanta, malgrado i finti omaggi che vanno di moda nei Duemila fingano di non saperlo. È canone, è legge, e sono tutti gli altri che si rifanno a lui. È il cinema reaganiano e muscolare che purtroppo ha bruciato i suoi divi, che poi negli anni Novanta si sono ritrovati tutti incapaci di cambiare stile, riproponendo roba vecchia a gente che non voleva più vederla. (Ma li considera ancora divi ad honorem.)
    Dispiace che lo stesso de Souza – uno di quegli sceneggiatori che lavorano più sui dialoghi e sui personaggi che sulla storia – non sia stato più in grado di affrontare uno stile diverso, cercando in seguito di riproporre propri stili e tematiche troppo anni Ottanta per funzionare a dovere nei Novanta.
    Ogni film che mostri un eroe che si “veste” per andare in battaglia paga il suo tributo a re Commando, con Schwarzy che col giacchetto militare… andava a commandare! 😀

  2. No, erano davvero manichini quelli che hai visto saltare 😉 Per me resta una pietra miliare, Steven E. de Souza sovverte tutte le regole, se un eroe d’azione di solito non è mai in affanno, John Matrix rigira tutte le mosse dei suoi avversari contro di loro. Un film con un ritmo indiavolato, battute perfette e tutte le facce giuste, Arnold Schwarzenegger in stato di grazia per l’unico eroe che a fine film dichiara che non sarebbe mai più tornato in azione… E lo ha fatto davvero! Sarà ancora sulla sua montagna con la figlia, a tagliare tronchi e insegnare ad usare i gomiti nel modo più letale possibile 😉 Cheers!

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