Breve viaggio nell’horror classico in 36 film – parte seconda

Questo breve viaggio nell’horror classico (qui la prima parte) si era interrotto con lo scoppio della seconda guerra mondiale, evento cardine del Novecento che, tra le altre cose, ha avuto effetti anche sulla settima arte. Sono anni bui e drammatici per la popolazione, che portano ad una profonda mutazione nella concezione della paura. E il cinema si adegua, revisionando i canoni dell’horror e iniziando una proficua liaison tra quest’ultimo e un altro genere che sarà protagonista degli anni Quaranta, il noir.

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1939-1945: arrivano le ombre

Emblematici della commistione tra horror e noir sono i film che vennero prodotti in quegli anni da Val Lewton, produttore capace di imprimere una cifra del tutto peculiare alle sue pellicole, fino a dargli dignità autoriale (si sente spesso parlare del “cinema di Val Lewton”, in uno dei non molti casi nella storia del cinema in cui il ruolo artistico del Producer viene riconosciuto fino a ricevere un’identificazione che supera quella impressa dal Director).

Lewton era stato assunto dalla RKO per realizzare film horror a basso costo, essenzialmente con due indicazioni: che la spesa per ciascuna opera non superasse i 150.000 dollari e che la durata delle pellicole non fosse superiore all’ora e un quarto, minutaggio ritenuto canonico, in quegli anni, per film di quel tipo.

Ma prima di arrivare a Lewton, la retrospettiva del TFF ha proposto un altro lungometraggio uscito nel periodo bellico: un adattamento (uno dei tanti, ma senza dubbio uno dei migliori) di una delle opere più famose del romanziere scozzese Robert Luis Stevenson. Il dottor Jekyll e Mr. Hyde di Victor Fleming (1941) è una grande produzione targata MGM con uno straordinario Spencer Tracy nella doppia veste del mite Dottor Jekyll e del diabolico Mister Hyde. Il film non ebbe un grandissimo successo all’epoca nonostante il regista venisse da due assoluti capolavori come Il mago di Oz e Via col vento. Eppure, vista con gli occhi di oggi quella di Fleming è un’opera eccezionale, grazie al suo protagonista ma anche alle due attrici che lo affiancano, nientemeno che Lana Turner e Ingrid Bergman.

Ed eccoci dunque a Val Lewton. Il TFF non poteva non proporre la sua prima produzione targata RKO, Il bacio della pantera di Jacques Tourneur (1942). La fotografia – in un bianco e nero fortemente contrastato – unita alle atmosfere cupe e misteriose, conferiscono al cinema di Lewton una precisa connotazione, che privilegia ciò che non si vede rispetto a ciò che viene mostrato in maniera palese. Con Lewton cambia, dunque, lo stesso modo di intendere la suspense e l’angoscia derivante dalla visione. I mostri degli anni Trenta vengono sostituiti dalle ombre e, soprattutto, dai mostri interiori. Di tutto ciò Il bacio della pantera si fa simbolo, portatore di un modello ampiamente citato e richiamato, grazie alla sua protagonista, la donna-pantera Irena.

Sempre all’accoppiata Lewton – Tourneur appartiene il successivo (in ordine cronologico) film della retrospettiva: Ho camminato con uno zombi di Jacques Tourneur (1943) muta completamente ambientazione, passando dalle atmosfere urbane de Il bacio della pantera a quelle haitiane in cui si muovono i protagonisti di questa storia. Tra spiriti-guida e riti voodoo, il film affronta – tra i primi a farlo – il tema degli zombie e quello del confronto tra superstizione e scienza, in questo caso rappresentata dalla medicina. Generalmente ritenuto meno importante del suo predecessore, il secondo film dell’accoppiata Lewton – Tourneur è comunque pregno di scene memorabili che influenzeranno i cineasti del futuro (come Scorsese, che ha sempre espresso grande ammirazione per il cinema di Val Lewton e che ha citato come una delle sue preferite la sequenza di I Walked With A Zombie in cui si vede lo scintillio del mare delle Indie occidentali, attribuito alla putrefazione di animali marini).

Ancora Lewton, questa volta però con un film diretto da un altro regista, all’inizio di una straordinaria carriera: La iena ‒ L’uomo di mezzanotte di Robert Wise (1945) prende spunto da un racconto di Robert Louis Stevenson, Il trafugatore di salme (che a sua volta s’ispirava alla vera storia degli assassini e procacciatori di cadaveri William Burke e William Hare, attivi nella Edimburgo di inizio Ottocento). The Body Snatcher vede ancora una volta insieme i due guru dell’horror Bela Lugosi e Boris Karloff, anche se a prendersi la scena è soltanto quest’ultimo, nei panni dell’ambiguo ladro di cadaveri John Gray, che procaccia corpi per gli esperimenti del dottor MacFarlane, chirurgo e docente di anatomia.

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Gli anni Cinquanta e Sessanta a Hollywood

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il baricentro del cinema di serie B si sposta in maniera decisa dall’horror alla fantascienza. È l’effetto della guerra fredda e di una certa stanchezza del genere orrorifico nel descrivere con nuove e pertinenti metafore gli sviluppi storico-sociologici che sta vivendo il pianeta. Eppure, la fantascienza stipulerà un patto di sangue con l’horror, andando spesso a fondersi con esso esattamente come aveva fatto il noir negli anni Quaranta.

Esempio di questa nuova liaison è un classico come L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, il cui titolo originale (Invasion of the Body Snatchers) richiama curiosamente quello dell’ultimo dei film sopra citati (The Body Snatcher di Robert Wise). Ma prima di esso vi è un’altra opera decisamente memorabile. Il mostro della laguna nera di Jack Arnold (1954) è diretto non a caso da uno dei registi di fantascienza più in voga negli anni Cinquanta, maestro del fanta-horror. La storia della spedizione paleontologica nel Rio delle Amazzoni, che porta alla scoperta di un mostro metà pesce e metà uomo, è entrata di diritto tra i cult del cinema di quegli anni. Si torna ai mostri, dunque, abbandonati con l’arrivo della guerra e prima che lo faccia la Hammer nel Regno Unito. Eppure, il mostro di Creature from the Black Lagoon (che ha ispirato Guillermo Del Toro per il recente The Shape of Water), dall’epico costume in lattice, è concettualmente diverso dai mostri della Universal, in cui le istanze scientifiche (pur sempre presenti) soccombevano di fronte alla rappresentazione dell’orrorifico.

L’intreccio tra horror e scienza prosegue con il successivo film hollywoodiano della rassegna: Il mostro di sangue di William Castle (1959), meglio noto con il suo titolo originale The Tingler, vede protagonista il mitico Vincent Price (un anno prima che iniziasse la oltremodo proficua collaborazione con Roger Corman) nei panni del dottor Warren, il patologo che scopre un parassita che vive all’interno degli esseri umani, una sorta di grosso millepiedi che cresce a dismisura quando la persona è in stato di grande paura. È probabilmente la miglior opera di un produttore-direttore di culto come William Castle, che appare nel memorabile prologo e che per questo suo film sperimentò il sistema “Percepto”, che prevedeva la somministrazione di brevi scosse elettriche agli spettatori, tramite appositi marchingegni installati nelle poltrone delle sale, per restituire al pubblico la stessa sensazione che veniva descritta da Price nel film e su cui The Tingler giocava.

Si è parlato di Vincent Price e dell’inizio della sua liaison con Corman, che risale a I vivi e i morti del 1960. Roger Corman, come molti ben sanno, fu il re dei b-movies anni Sessanta: la sua factory sfornerà decine di film a basso costo, girati in pochissimi giorni, e farà da palestra per molti di coloro che diventeranno i volti nuovi della Hollywood Renaissance. Tra i maggiori successi di Corman vi furono sicuramente i film tratti dalle opere di Edgar Allan Poe, con il citato I vivi e i morti a fare da apripista di una lunga serie di lungometraggi. La retrospettiva passa tuttavia direttamente a Il pozzo e il pendolo di Roger Corman (1961), secondo film del triangolo Poe-Corman-Price, tratto dal racconto omonimo del grande scrittore americano. Del racconto, in realtà, viene soltanto conservato il richiamo al micidiale strumento di tortura e morte, attorno al quale Richard Matheson costruisce una sceneggiatura dai tratti ampiamente gotici, in cui il contraltare di Price è una convincente Barbara Steele, in una delle sue prime interpretazioni nel cinema horror di serie b.

L’altro Corman presentato nella rassegna è un’opera anche in questo caso tratta da Poe e con protagonista Vincent Price: La maschera della morte rossa di Roger Corman (1964) fonde due racconti del maestro americano del terrore. Oltre a quello omonimo, la sceneggiatura prende infatti spunto anche da Hop-Frog. La storia del principe Prospero, tiranno dedito alle arti oscure della venerazione del demonio, e dei soprusi che questi compie contro la popolazione del suo feudo – prima che la Morte Rossa giunga a mietere la sua vendetta – è l’occasione per Corman per fornire un saggio del suo cinema, con la fotografia satura di Nicholas Roeg, dalle forti tonalità calde, a imprimere una decisa cifra stilistica ad un’opera a suo modo memorabile, anche soltanto per la lunga, straordinaria sequenza del ballo in maschera.

Il fatto che sinora si sia discettato di un nugolo di b-movie, non deve far dimenticare che dal 1940 era attivo a Hollywood un certo Alfred Hitchcock, molto spesso accostato erroneamente all’horror, quando in realtà nella sua lunghissima carriera girò quasi esclusivamente thriller. Eppure, il maestro del brivido si è cimentato con il genere horror in un film celeberrimo, Gli uccelli di Alfred Hitchcock (1963), tratto da un racconto di Daphne du Maurier. La storia di Melania Daniels e Mitch Brenner e delle loro disavventure in quel di Bodega Bay, infatti, contiene un riferimento al soprannaturale che manca negli altri suoi film e che permette pertanto di ricondurlo nell’ambito dell’orrorifico. Gli uccelli è un film straordinario per tensione narrativa, ma anche, stilisticamente, per l’eccezionale fotografia di Robert Burks.

L’ultimo film hollywoodiano della rassegna è – come nel caso de Gli uccelli – diretto da un non americano. Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York di Roman Polanski (1968) rappresenta una cesura fondamentale, portando quello che negli anni sessanta era un genere fortemente legato al cinema a basso costo sui binari dell’autorialità, poco prima che si consumasse la rivoluzione della New Hollywood. La storia di Rosemary e Guy e della loro casa a New York, in un misterioso palazzo abitato da inquilini bizzarri, è il pretesto per Polanski per mettere su pellicola le sue ossessioni e inquietudini, decisamente disturbanti in quanto uniscono il mondo del satanismo e quello della maternità. Una storia fantastica che è anche un pretesto per ragionare sulla società contemporanea e i suoi demoni. Con Rosemary’s baby viene inoltre sdoganata definitivamente la mutazione degli scenari fino a quel momento dominanti (con rare eccezioni): dalle ambientazioni gotiche, si passa a quelle metropolitane e contemporanee.

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L’horror in Italia

Dopo aver snocciolato i passaggi fondamentali della versione a stelle e strisce dell’horror, occorre fare un passo indietro, tornando ai primi anni Sessanta, per dare conto dello sviluppo del genere all’interno del nostro Paese. La retrospettiva lo ha fatto con quattro pellicole a loro modo illustrative dell’evoluzione che l’horror ebbe in Italia negli anni Sessanta: inizialmente prerogativa delle sole produzioni a basso costo, venne poi abbracciato anche da registi di primissimo piano.

Il primo horror italiano di un certo rilievo è La maschera del demonio di Mario Bava (1960), primo lungometraggio a soggetto del regista sanremese e capostipite del gotico all’italiana. Bava fu, insieme a Riccardo Freda, uno dei due padri del cinema dell’orrore del nostro Paese. È infatti un’opera co-diretta dai due (ancorché Bava non fosse accreditato, avendo soltanto portato a termine le riprese iniziate da Freda) il primo film horror girato in Italia: si tratta de I vampiri, del 1957, di cui Bava era anche direttore della fotografia. Ispirato al racconto Il Vij di Nikolaj Gogol’, La maschera del demonio è la storia di una maledizione, ambientata in un castello della campagna russa. Da vero artigiano della settima arte qual era, Bava si occupò anche della fotografia (in bianco e nero) e degli effetti speciali. La maschera del demonio regala al cinema horror una delle sue più importanti protagoniste: esordisce infatti nel genere, in uno dei suoi primi film, Barbara Steele, colei che diventerà un’icona dell’horror (girerà subito dopo con Corman, Freda, Margheriti) e non solo (Fellini la vorrà nel suo 8 e mezzo).

L’orribile segreto del dr. Hichcock di Riccardo Freda (1962) è il secondo film italiano della retrospettiva. Freda, a differenza di Bava, vantava una lunga carriera da regista, iniziata già nei primi anni Quaranta. Ma, come detto, arriverà all’horror solo sul finire degli anni Cinquanta (con il citato I vampiri). L’orribile segreto del dr. Hichcock è il suo terzo film dell’orrore e affronta temi scottanti (tanto da far scattare repentina la scure della censura) come quello della necrofilia, cui è dedito il protagonista, il cui nome (storpiato) richiama quello del maestro del brivido Alfred Hitchcock. Ma gli omaggi non si fermano al nome, dato che anche le vicende narrate nel film (che vede protagonista, per l’appunto, un dottore necrofilo con una prima moglie morta ed una seconda affetta da visioni, intrepretata da Barbara Steele) richiamano quelle di classici hitchcockiani come Rebecca e Il sospetto.

Operazione paura di Mario Bava (1966) è probabilmente il capolavoro del gotico all’italiana, l’opera con cui il regista ligure comincia a destrutturare l’horror nostrano preparandolo per la svolta degli anni Settanta (quella di Dario Argento). La storia del dottor Paul Eswai, che si reca in un paesino sperduto – dove viene accolto con freddezza dagli abitanti – per eseguire un’autopsia sul cadavere di una ragazza morta in circostanze misteriose, richiama le atmosfere e i temi dei vari Dracula (tra cui quello del dualismo razionalità-superstizione) innestandola in una ghost-story da manuale. Bava (che qui gira su pellicola a colori) ricorre a tutta la sua inventiva e alla sua maestria per sprigionare una forza visiva senza pari nel cinema italiano di genere dell’epoca.

L’accresciuta attenzione nei confronti dell’horror emerge da un’operazione interessantissima tenutasi sul finire degli anni Sessanta: un film a episodi, con tre segmenti diretti da grandissimi registi e ispirato a racconti di Edgar Allan Poe (sul modello ormai consolidato di Corman). Tre passi nel delirio vede dietro la macchina da presa nientemeno che Roger Vadim, Louis Malle e Federico Fellini. Ma se i due registi francesi danno origine ad una coppia di episodi non esattamente indimenticabile (e in cui emerge, anzi, fortemente il poco entusiasmo tipico dei lavori su commissione), è nel segmento diretto dal genio riminese che si può riscontrare il pezzo forte dell’intera operazione. Toby Dammit di Federico Fellini (1968) è infatti un piccolo capolavoro del genere, un mediometraggio che contiene ampi riferimenti al gotico all’italiana (e, in particolare, ad Operazione Paura di Mario Bava). Terence Stamp interpreta un attore inglese alcolizzato che arriva a Roma per girare un western, accettando come compenso una Ferrari, protagonista di una folle corsa nel finale. Ispirato a Mai scommettere la testa con il diavolo di Poe in Toby Dammit si mescolano le atmosfere gotiche dell’horror all’italiana e quelle visionarie, mondane e metacinematografiche del Fellini de La dolce vita e 8 e mezzo.

Queste breve viaggio nell’horror classico proseguirà con gli ultimi film proposti dalla retrospettiva del TFF: quelli prodotti dalla casa inglese Hammer, che rilanciarono il genere sul finire degli anni Cinquanta, dando nuova linfa all’horror; e una serie di film provenienti da Paesi che non vantavano una grande tradizione nel cinema horror, ma che ciò nonostante hanno saputo regalare alcune opere memorabili grazie ad autori isolati ma ispiratissimi.

…continua…

2 pensieri riguardo “Breve viaggio nell’horror classico in 36 film – parte seconda

  1. Quasi più interessante il viaggio che stai conducendo rispetto all’ovvietà dei titoli in retrospettiva.
    ciao Vincenzo, buon fine settimana.

Commenti

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