oldies but goldies: Hellzapoppin’, di Henry C. Potter

La prima domanda che sorge spontanea, vedendo questo lungometraggio, è molto semplice: ma come hanno fatto a realizzare nel 1941 un tale film? A posteriori la risposta è scontata, ma non all’epoca, tanto è vero che, fin dalle prime inquadrature, i messaggi sono tesi a “rassicurare il pubblico”. Il proiezionista si lamenta della qualità del film che sta per mostrare alle persone presenti in sala (ma a chi si sta riferendo in realtà?), nei titoli di testa gli spettatori sono avvertiti che “ogni somiglianza tra Hellzapoppin’ e un film è puramente casuale” e, di tanto in tanto, i protagonisti spiegano che “Questo è un film”. Più di così…

E invece, Hellzapoppin’ non è solo un lungometraggio, ma è un’opera cult, la trasposizione cinematografica dell’omonima rivista messa in scena a Broadway, che in 80 minuti circa riesce a sconvolgere tutti i canoni del cinema classico hollywoodiano, demolendo con un ritmo folle sia la “Narrazione classica” che il “découpage classico”.

Vedere questo film, quindi, rappresenta non solo un divertentissimo intervallo dalle follie della realtà – quelle sì davvero folli -, ma soprattutto rappresenta un manuale alla rovescia di cosa non avrebbero dovuto fare sceneggiatori, registi e attori per realizzare all’epoca un film hollywoodiano. E, volendo, se ne potrebbe proporre la visione in sedute di Cinema Terapia, come esempio di libertà creativa senza regole.

Cominciamo proprio dalla “Narrazione Classica” ovvero da un sistema coerente, in cui ogni elemento ha una funzione precisa e giustificata. Non a caso si parla anche di narrazione forte, in quanto fondata sull’azione del personaggio che procede secondo chiari nessi causali nel tempo e nello spazio.

Il protagonista, insomma, spinto da un obiettivo, si muove per raggiungerlo, affrontando prove e facendo diversi incontri. Sono ammesse altre linee secondarie dove i racconti hanno una struttura regolare e, pertanto, gli eventi si legano secondo l’ordine della storia. Tutto nella narrazione classica sembra tornare e avere senso.

In Hellzapoppin’ di questo non c’è quasi traccia. L’unico aspetto coerente è l’incoerenza. Abbiamo comportamenti assurdi, totalmente illogici e battute senza senso. Abbondano situazioni e condotte totalmente slegate dalla trama, che non c’entrano nulla con quanto è appena avvenuto e con quanto avverrà di lì a poco. I nessi causali sono stati stravolti, piegati alle esigenze della storia.

Più che di linee secondarie dovremmo parlare di incursioni, anche ricorsive, di personaggi improbabili, che non si sa bene cosa ci stiano a fare. Ad esempio, per un errore tecnico, gli indiani di un film western interagiscono con i due protagonisti di Hellzapoppin’ fino a confondersi.

Ma questo è (quasi) niente rispetto allo stravolgimento operato con il découpage classico. Esaminiamone i punti più importanti

Leggibilità. La storia, come già detto, non solo non è chiara – è tutt’altro che facile comprendere tutti gli elementi della narrazione (protagonisti, temi fondamentali, senso di ciascuna scena) -, ma si ricorre persino ad effetti poco usuali come il fermo immagine, spezzoni proiettati in modo non ortodosso.

Gerarchizzazione. I tre protagonisti principali della storia, la ricca ereditiera Kitty Rand (Jane Frazee), promessa a Woody Taylor (Lewis Howard), che invece ama Jeff Hunter (Robert Paige), hanno in realtà un’importanza secondaria, quasi di contorno, rispetto ai loro antagonisti Ole Olsen, Chic Johnson e Betty Johnson (Martha Raye).

Inoltre, Tayor e Hunter non sono affatto antagonisti, non c’è fra loro un vero contrasto provocato dal desiderio per la medesima donna. Per di più, la gerarchia e la composizione dei personaggi, distinti in protagonisti, antagonisti e personaggi secondari non è poi così rigida.

Basti pensare che alcuni personaggi apparentemente secondari hanno una parte più importante e significata. Mi riferisco, ad esempio, a Pepi (Mischa Auer), nobile russo spiantato che vive sotto falsa copertura, facendo l’insegnante di danza, oppure il detective trasformista, Quimby (Hugh Herbert), in-capace di ogni cosa.

Drammatizzazione. Ovviamente, non essendoci dei veri personaggi negativi, viene meno la distinzione tra buoni e cattivi, nel cinema classico evidenziata dal contrasto di luci, piani, posizione e azioni. In compenso, a contribuire a una tensione narrativa provvede la caccia all’uomo messa in atto da Betty Johnson che vuole a tutti i costi conquistare Pepi e il clamoroso abbaglio preso da Ole Olsen e Chic Johnson riguardo alle vere intenzioni di Kitty Rand, abbaglio che li porterà a combinare disastri su disastri.

L’illusione di realtà o Illusione filmica. Per tutto il film, lo spettatore non ha mai la sensazione di trovarsi di fronte a un mondo ‘reale’, magari nella posizione di un osservatore privilegiato che può sapere ogni cosa (il punto di vista di Dio), piuttosto è sempre consapevole di trovarsi di fronte a un’opera filmica assai singolare.

Ci pensano i vari protagonisti, rivolgendosi al pubblico, a ricordare che stanno vedendo un film, e per di più intervengono sulla narrazione come se fossero in diretta, davanti a una platea, anziché immortalati sulla pellicola di un film.

Ci pensa anche il continuo entrare ed uscire dal film, per entrare in un’altra opera o su un set cinematografico; così facendo, il montaggio narrativo si spezza e, come già detto, non c’è continuità temporale e spaziale tra le inquadrature. La quarta parete di fatto non esiste.

Effetti speciali. In compenso, rispetto al cinema narrativo classico, abbondano gli effetti speciali e le attrazioni visive, altrimenti sacrificati per concentrare tutta l’attenzione sull’azione e sui dialoghi. In Hellzapoppin’ ce ne sono a profusione: figure tagliate a metà, fermo immagine, spezzoni proiettati capovolti oppure a marcia indietro, animali che parlano, retroproiezioni, fotomontaggi. Tutti effetti speciali che non servono a nascondere nulla, sono perfettamente individuabili da parte del pubblico.

La fortuna dell’opera. Hellzapoppin’ ha inaugurato un genere, l’umorismo nonsense, che, decenni dopo, avrebbe avuto una grande fortuna sia in televisione con i Monty Python, sia al cinema con Mel Brooks e molti altri film americani degli anni ottanta/novanta (su tutti l’Aereo più pazzo del mondo).

Per non parlare, infine, di un celebre libro di fantascienza, “Il Pianeta Hellzapoppin’, Antologia dell’umorismo e della satira nella fantascienza a cura di Valentino De Carlo”, opera purtroppo molto rara, ma assai divertente.

Insomma, un film che ha anticipato, solo anticipato però, il Sistema narrativo postmoderno, con un intreccio della storia complesso, personaggi imprevedibili, strutture temporali sovrapposte. A questo si aggiunge il gusto per la citazione, spesso ironica, di altri generi letterari e un ricorso palese ad effetti speciali (oggi sarebbero digitali) che rendono possibili situazioni altrimenti impensabili. E a fare da paravento, una commedia sentimental-musicale, un pezzo di danza acrobatica ad opera degli “Harlem Congeroo Dancers”, un balletto acquatico, un tentativo di operetta, tanto per tranquillizzare il pubblico che forse, sotto sotto, stavano vedendo davvero un film.

Incredibile a dirsi, ma il lungometraggio ottenne una nomination agli Oscar del 1943 per la miglior canzone con “Pig Foot Pete”, ma non si aggiudicò il premio perché questa era stata già utilizzata per il film “Razzi Volanti” di Gianni e Pinotto, uscito nel 1941.

Ma, d’altronde, chi mai avrebbe attribuito un Oscar, magari alla migliore sceneggiatura non originale, a un’opera del genere?

Dopotutto “ogni somiglianza tra Hellzapoppin’ e un film è puramente casuale”.

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Hellzapoppin’ (1941, USA, 80 min)

Regia: Henry C. Potter

Soggetto: Nat Perrin

Sceneggiatura: Warren Wilson, Nat Perrin

Fotografia: Elwood Bredell

Musiche: Gene de Paul

Interpreti principali: Ole Olsen (se stesso), Chic Johnson (se stesso), Betty Johnson (Martha Raye), Kitty Rand (Jane Frazee), Woody Taylor (Lewis Howard), Jeff Hunter (Robert Paige), Pepi (Mischa Auer), Quimby (Hugh Herbert)

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