touch of modern: Blow-Up, di Michelangelo Antonioni

Londra metà anni sessanta. Thomas (David Hemmings) è un apprezzato fotografo di moda, dal carattere scorbutico, che ha successo con le donne e gira la metropoli a bordo della sua Rolls Royce decapottabile alla ricerca di scoop e affari.

Tuttavia, non è del tutto soddisfatto della vita che conduce, ha la sensazione che la città non gli fornisca quegli stimoli necessari al suo lavoro, insoddisfazione che manifesta al suo amico Ron (Peter Bowles) durante un pranzo nel ristorante El Blason di Chelsea.

E in questo vagabondare inquieto alla ricerca d’ispirazione, Thomas giunge in un parco della periferia, dove nota una coppia di amanti. Preso dall’ispirazione, di nascosto scatta loro delle foto, ma la donna, Jane (Vanessa Redgrave), si accorge della sua presenza, lo avvicina e gli chiede di avere il rullino.

Thomas rifiuta, la donna fugge, ma lo raggiugerà allo studio fotografico, dove gli farà capire di essere disposta ad avere un rapporto sessuale con lui pur di avere la pellicola. Meravigliato da una simile proposta, le consegna un altro rullino, decidendo di tenere per sé quello vero, perché vuole capire le ragioni di una tale insistenza. E stampando le foto Thomas si rende conto di aver assistito a un omicidio.

Tornato di notte al parco, trova il cadavere dell’uomo, ma fugge immediatamente, perché avverte in quel luogo una presenza ostile. Ritornato allo studio, scopre che qualcuno ha rubato pellicola e foto. Decide allora di raggiungere Ron, che è stato invitato a un party, per raccontargli tutto, ma l’amico è sotto gli effetti della droga e non riesce a comprendere quanto gli sta dicendo.

La mattina seguente Thomas torna di nuovo al parco, ha con sé la macchina fotografica, perché vuole documentare quanto ha visto la notte precedente, ma il cadavere dell’uomo non c’è più. Demotivato dal doppio smacco che ha subito, decide di assistere a una immaginaria partita a tennis, giocata da un gruppo di mimi, fino a raccogliere e passare a uno dei due giocatori, l’inesistente pallina caduta oltre la recinzione.

Blow-Up è senza dubbio uno dei miglior film di Michelangelo Antonioni, nonché una delle opere cinematografiche più importanti degli anni Sessanta, che rappresenta alla perfezione quel particolare, magico, periodo.

La Swinging London con i suoi gruppi musicali, la moda e le modelle, ma anche le tensioni sociali mai sopite, alle quali ben presto si aggiungerà la contestazione giovanile, fanno da sfondo alla storia, ma al tempo stesso diventano parte attiva del film, quando il protagonista manifesta un senso di insoddisfazione per quel mondo, forse un po’ troppo superficiale.

E dietro l’insofferenza di Thomas si può riconoscere la mano di Antonioni che descrive il malessere esistenziale come indifferenza e estraneità rispetto al mondo, assieme a un altro tema caro al regista, quello della incomunicabilità, dell’inaridirsi delle relazioni interpersonali.

Vedere Blow-Up è un modo per conoscere in modo accurato alcune delle tecniche di ripresa utilizzate da Michelangelo Antonioni, a cominciare dalla sua passione per la dilatazione dello spazio, scegliendo i campi lunghi e lunghissimi per le riprese in esterno e i totali per le riprese in interno. E utilizzando la profondità di campo, disponendo persone e oggetti su vari livelli, scelta unita alla predilezione per un’inquadratura molto complessa, dove, grazie a un gioco di specchi, non è sempre facile capire quali oggetti si trovino in primo piano e quali, invece, siano posizionati più indietro. In alcune inquadrature, infatti, avviene che gli attori siano parzialmente coperti da oggetti collocati in primo piano.

Inoltre, Antonioni utilizza spesso la tecnica del décadrage ovvero la disinquadratura, collocando personaggi oppure oggetti lontano del centro dell’immagine, in bilico tra campo e fuori campo; infine, per quanto riguarda i movimenti della macchina da presa, sia in esterni che interni, ricorre metodicamente alla panoramica.

A livello di storia Blow-Up si lega al Sistema narrativo moderno, nato a partire dagli anni 50, che si caratterizza per l’assenza delle certezze e della chiarezza, tipiche del Sistema narrativo classico. L’azione non è più centrale, anzi spesso è assente oppure non produce trasformazioni significative; il personaggio non sempre è unico e in generale è sfuggente, alienato, privo di una identità precisa; i finali sono imprevedibili, spesso aperti o gravati da uno spiccato senza di indeterminatezza.

E questa indeterminatezza si ritrova nel film, perché se è vero che la fotografia è riproduzione di un fatto, da sola non basta a certificare che questo sia realmente avvenuto. Serve l’analisi del materiale, lo sguardo critico del protagonista, che analizza le immagini, ingrandendole fino all’inverosimile, perché vuole scoprire quanto avvenuto in quel parco.

Ma se le prove, foto e corpo della vittima, scompaiono e non ci sono altri testimoni, diventa lecito dubitare della “realtà”, di sé stessi: forse si è trattato di un sogno e la realtà è un’altra, è la partita immaginaria a tennis.

Sotto questo aspetto Blow-Up ha saputo anticipare alcune delle tematiche che saranno evidenziate dal Sessantotto: da una parte l’invito incessante a non fermarsi all’aspetto superficiale della realtà, a quanto ci viene proposto, ma di andare a fondo, fino a scoprire la verità, ma, al tempo stesso, il rischio che le persone non riescano a comprendere bene quanto sta accadendo attorno a loro, con il pericolo di diventare prigionieri di nuove apparenze.

E, nonostante i mezzi a sua disposizione, Thomas finisce proprio per scambiare i ruoli: la rappresentazione, una partita a tennis, prende il posto della realtà, un omicidio.

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Blow-Up (1966, Italia / Regno Unito / USA, 111 minuti)

Regia: Michelangelo Antonioni

Soggetto: Michelangelo Antonioni, Julio Cortázar

Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Edward Bond, Tonino Guerra

Fotografia: Carlo Di Palma

Musiche: Herbie Hancock

Interpreti principali: David Hemmings (Thomas), Peter Bowles (Ron), Vanessa Redgrave (Jane)

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