contemporary stuff: Castaway On The Moon, di Hae-jun Lee

Oh, anche qui, si chiamano tutti Kim. Kome non adorare i Koreani. In principio, Kim è uno sfighimpiegato, vagamente s’intende che ha perso il lavoro impettito e la tipa l’ha lasciato, insomma, una giornata di merda. Siamo a Seul, che dev’essere un bel posto sotto certi punti ma sotto altri no: Kim sale su un ponte sul fiume Han e si butta. Malheureusement, o per fortuna, visto che non son passati 5 min, non muore, e si risveglia tempo dopo su una spiaggia. La corrente lo ha trascinato su di un isolotto disabitato e incolto, cui poggia uno degli altissimi piloni di un ponte. Come un naufrago nell’oceano, ma a mezzo chilometro dalla civiltà, pur non potendola raggiungere. Ovviamente il cellulare è scarico e lui non sa nuotare. Mi impicco alla cravatta? Poi ci ripensa, e comincia a mangiare funghi. Per settimane mangia funghi, e ci ripensa. Inizia a trasmutare, dal civile al naturale: non si sta poi così male, quaggiù. Il fiume porta mille violini suonati dal vento, e regali di spazzatura riutilizzabili, tra cui una barchetta a forma di papero sorridente, da trasformare in giaciglio. Nella solitudine ritrova il piacere delle cose piccole e blabla, e decide di piantare del grano per ottenere della farina per cucinare dei noodles. Dove trovare i semi per il grano se non nel guano degli uccelli? E così via, sempre più Robinson C, con all’orizzonte lo skyline della città. Sì ok, i palazzi, i vetri e tutto, ma stammi lontano.


Qui si inserisce l’altro polo, e chi, se non Kim? In principio, Kim è una hikikomori che da tre anni vive chiusa in camera sua, in uno dei palazzoni sulla riva. Segue una precisa routine: dorme nell’armadio, mangia sempre le stesse cose che la madre lascia davanti alla porta e impila torri di spazzatura. Passa le notti su internet e avatar vari, e a fotografare la luna con un teleobiettivo. Ed è così, abbassando per una volta agli uomini il suo telesguardo, che vede la scritta HELP, scritta da Kim sulla sabbia.


D’ora in poi li chiameremo Kimo e Kima, per esigenze diegetiche. Kima comincia ad osservare Kimo, come si fa con gli animali strambi – ciò che in effetti entrambi sono e siamo. E a poco a poco se ne – come dire – innamora. Decide di fare quindi qualcosa di unacceptableeeeeee, uscire una notte di casa per lanciare, dal ponte sopra, un messaggio in bottiglia. Inizia una corrispondenza stringata e in inglese, lenta come un fiume e il tempo. Proprio ora che Kimo sembra soddisfatto della vita ricostruita, una tempesta sconvolge Seul. E spazza via tutto quel che si era creato, incluso uno spaventapasseri vestito con i suoi abiti da clerk, con cui faceva un sacco di discorsi e risate. Visto che le sfighe girano accompagnate come i caramba, arrivano anche delle squadre di manutenzione, a pulire l’isola, e lo trovano ed eccetera.

Inizio ad apprezzare i film che lavorano di metafore, ma proprio esplicite anziché recondite, e cercano di svolgerle (è diverso ma vale anche per El hojo, che la gente di questi tempi vede su Netflix). Nel senso che anche qui è proprio molto evidente quel che si vuol dire, e la sintesi è che la society sucks e che eccentrico is cool, ed è forse l’unico modo per respirare? Kimo percorre un classico, pur involontario, ritorno alla natura, dalla giacca e cravatta al barbogio con le ciabatte ricavate da plasticume, e trova una dimensione propria e serena, che non abbandonerebbe, in un limbo, un punto cieco o un errore del sistema sociale che fornisce la griglia alle vite degli altri e di tutti. Riesce la preziosità a coglierne, senza nemmeno andare Into the wild. Kima ha invece scelto l’isolamento, è un piccolo fiore bello e vivo e rotto, privo di senso. Senso che trova nell’osservare Kimo, al punto da riuscire a ri-uscire, dapprima di notte bardata con un casco da moto, proprio perché per lei la sortita è come per Buzz Aldrin passeggiare sul sasso.

La sua vita a-sociale è un sonno e un sogno, e infatti galleggia per le emozioni, ed inizia anche lei a piantumare cose. E infine uscire senza protezioni, nel luminoso finale.

Oh, il tutto può anche voler dire che può valer la pena uscire (ahah ora no ahah oh 😦 ), ma per trovare qualcuno che valga la pena devi proprio cercarlo col cannocchiale/teleobiettivo.

Long life to all Kims!

___

Kim-ssi pyo-ryu-gi (2009, Corea del Sud, 116 min)

Regia e sceneggiatura: Hae-jun Lee

Fotografia: Byung-seo Kim

Musiche: Hong-jip Kim

Interpreti principali: Jung Jae-young (Kim Seong-geun), Jung Ryeo-won (Kim Jung-yeon)

3 pensieri riguardo “contemporary stuff: Castaway On The Moon, di Hae-jun Lee

    1. Per andare al bagno faceva delle corse per stare il meno possibile in un ambiente a lei non più famigliare. E il pilone, quei piloni sono enormi e soprattutto non si possono a scalare con così tanta facilità.

  1. Questo è un film che ho scoperto l’anno scorso e di cui mi sono innamorato perdutamente. Un film che a livello tecnico funziona benissimo, riesce a portare avanti una critica a una società come quella della Corea del Sud e di come possa opprimere e far soffrire le persone e soprattutto mostra due protagonisti stupendi, pieni di difetti e paure, ma molto umani e dolci.
    Ci avevo fatto un articolo un po’ di tempo fa. Se ti interessa eccoti il link: https://mymadreams.com/2019/05/22/castaway-on-the-moon/

Commenti

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.