contemporary stuff: Shark – Il primo squalo, di Jon Turteltaub

Ci sono un nero, un indiano, un cinese… no, non è l’inizio di una barzelletta ma il vademecum dei responsabili del casting del cinema contemporaneo, che per essere politically correct e puntare ad incassi globali devono ormai seguire regole ferree di ingaggio degli attori. Il ruolo del protagonista, ovviamente, resta affidato al wasp di turno, il macho Jason Statham, abbastanza convincente nella parte di ribelle e scazzato, impavido e temerario esperto di soccorso sottomarino. Al suo fianco la quota rosa asian Li Bingbing, che i suoi quarantacinque anni se li porta benissimo e deve essere quanto di più vicino al concetto di gnocca per un orientale. La quota rosa wasp Jessica McNamee, ossia la bambola bionda che non può mai mancare. La quota rosa indie Ruby Rose, che in Australia deve essere una celebrità e che rappresenta la gggiovane alternativa. E poi, per l’appunto, il campionario di etnie, ognuna delle quali ha i suoi warholiani quindici minuti di celebrità: l’afroamericano Page Kennedy; un altro cinese, Winston Chao (nome grandioso, half british, half chinese, con un pizzico di retrogusto vintage su due ruote); Cliff Curtis, neozelandese di origine maori, ma dai chiari connotati indiani, per strizzare l’occhio al quinto della popolazione mondiale che il mercato hollywoodiano ancora non riesce a conquistare; il giapponese Masi Oka; e visto che alla produzione hanno voluto veramente esagerare c’è pure il nordico Ólafur Darri Ólafsson, di chiare origini islandesi.

Insomma, l’obiettivo di The Meg era quello di catturare l’attenzione (e i quattrini) di più gente possibile in giro per il mondo, puntando su un predecessore illustre (lo zio Jaws di nonno Spielberg), sul cast rappresentativo – per l’appunto – e su effetti speciali da urlo (letteralmente) che facessero saltare sulle poltrone la gente accorsa nei cinema.

The Meg parla infatti di squali. Non grandi: enormi.

Questa battuta è un cavallo di battaglia di un mio caro amico

Tutto ha inizio con un prologo ambientato durante una missione di soccorso ad un sottomarino americano coinvolto in un misterioso incidente. Il capo della spedizione, Jonas Taylor, rileva la presenza di una creatura di grosse dimensioni, responsabile dello speronamento dello scafo del sottomarino. Jonas è costretto ad andarsene, portando in salvo una decina di militari ma abbandonando i suoi due compagni di missione.

Cinque anni dopo, nei pressi della Fossa delle Marianne, un miliardario americano ha finanziato una costosissima stazione di ricerca subacquea, dalla quale parte una spedizione volta a verificare una teoria del responsabile scientifico della missione Dottor Zhang: secondo questi il punto più profondo dell’Oceano Pacifico nasconde in realtà un fondale di acido solfidrico. La spedizione verifica la correttezza della teoria di Zhang e penetra in un punto ancor più profondo dell’Oceano. Ma il moderno batiscafo (quasi-cit.) si imbatte in una creatura che danneggia il natante. Zhang e i suoi saranno costretti a rivolgersi a Taylor per organizzare una squadra di soccorso, che porterà a termine la missione di salvataggio, ma libererà nell’Oceano Pacifico un paio di megalodonti, gli antichi enormi progenitori dello squalo…

Un film così non poteva ovviamente uscire d’inverno e quindi, ormai due anni orsono, è toccato giocarsi la carta della distribuzione estiva, che da noi -come ormai noto- non piace per nulla. Eppure, (non ditelo in giro ma) un film uscito il 22 agosto 2018 si è piazzato al quinto posto degli incassi del 2018. Quel film non è Shark – Il primo squalo, chiariamolo fin da subito, che in Italia è andato discretamente bene, ma non fino a quel punto, dato che ha incassato “solo” cinque milioni di euro. Un centesimo – largo circa – dell’incasso globale, attestatosi attorno al mezzo miliardo di dollari. Che non è poco ma non è forse quanto si aspettavano i produttori. [Ah, giusto per finire il discorso, il film uscito ad agosto 2018 che è invece arrivato quindi tra gli incassi del 2018 è Hotel Transylvania 3]

Jon Turteltaub (quando pensi a un regista di secondo piano, pensi a Jon Turteltaub) viene chiamato a dirigere (seconda scelta, dopo la rinuncia di Eli Roth) un film che è tratto da un romanzo di vent’anni fa. Perché sì, esistono opere letterarie ambientate negli abissi e che non sono Ventimila leghe sotto i mari.

Il film fornisce dignitosamente la sua dose di entertainment, ma ha nel ritmo forsennato il suo difetto principale. L’ossessione con cui ogni scena, ogni fotogramma segue la/il precedente, senza dare un attimo di tregua allo spettatore, ha sì l’effetto di tenere quest’ultimo incollato alla poltrona, ma di contro esaspera una sceneggiatura che di sicuro non ha già dalla sua il fatto di essere un punto forte del progetto. Escludendo il prologo, in poco più di cinque minuti si passa dalla presentazione dei personaggi alla penetrazione del fondale fake della Fossa delle Marianne, con il miliardario finanziatore dell’ambaradan che se avesse perso un paio di minuti -chessò per andare alla toilette- si sarebbe lasciato scappare il momento clou del progetto per cui aveva speso l’equivalente di una mezza legge di stabilità italiana. Insomma, è il classico film che se ti distrai un attimo a vedere l’ora sul cellulare rischi di perderti due o tre passaggi narrativi fondamentali, o di non vedere più uno dei personaggi fino a quel momento onnipresenti sullo schermo, perché fagocitato in un istante dal bestione di turno.

Detto ciò – e non volendo nemmeno per sogno scomodare i progenitori illustri per degli inopportuni paragoni – c’è da rilevare, a mente ormai fredda, che questo The Meg è passato abbastanza in sordina (come il 95% dei film che escono nelle sale, del resto) e di sicuro a tal fine non ha aiutato l’inflazione di pellicole squaleggianti uscite negli scorsi anni (tra cui l’ormai mitica serie di film di serie Z Sharknado).

Insomma, chi se l’è perso non è che deve proprio affannarsi per recuperarlo, ma se dovesse capitare un giorno di trovarselo davanti si potrebbe fare uno sforzo per non cambiare canale, mettiamola così. Stando bene attenti a non distrarsi neanche un momento.

___

The Meg (2018, Stati Uniti d’America / Cina, 113 min)

Regia: Jon Turteltaub

Soggetto: Steve Alten

Sceneggiatura: Dean Georgaris, Erich Hoeber, Jon Hoeber

Fotografia: Tom Stern

Musiche: Harry Gregson-Williams

Interpreti principali: Jason Statham (Jonas Taylor), Li Bingbing (Suyin Zhang), Rainn Wilson (Jack Morris), Ruby Rose (Jaxx Herd), Winston Chao (dott. Minway Zhang), Cliff Curtis (James ‘Mac’ Mackreides)

13 pensieri riguardo “contemporary stuff: Shark – Il primo squalo, di Jon Turteltaub

    1. ti riferisci alla serie Sharknado? li ho visti (non tutti), ma diciamo che non è proprio il mio genere…:D
      divertenti a loro modo, ma ci sono altri – anche qui su WordPress – che sono dei fan del prodotto e ne hanno già parlato in maniera diffusa ed esemplare 😉

    1. vorrei fare un commento cattivo ma non lo faccio 😉
      anzi sì lo faccio: sarà perché il grande pubblico, quello che porta in massa i bigliettoni ai botteghini, è esso stesso “di una mediocrità imbarazzante”?
      bom ormai l’ho detto 😀

  1. Ormai di squali nei film ne abbiamo visti tantissimi, alcuni volanti, altri con un variabile numero di teste, quindi per stupirci ci vuole di più, le dimensioni non sono sufficienti. Non so se avremo mai un altro Jaws o (scendendo di qualche gradino) un nuovo Blu Profondo, ma anche di recente mi è capitato di vedere pellicole con un qualche guizzo creativo che Meg purtroppo non ha, come 47 metri. L’eccessiva differenziazione razziale poi secondo me crea difficoltà a chi, vedendo i film di animali assassini, gioca a “indovina chi muore per primo”…

    1. già, le dimensioni non contano e, alla fine, finiscono solo per diventare un elemento caricaturale…
      anche se le dimensioni erano, in fondo, un argomento principe di Jaws (We’re gonna need a bigger boat, che qui sembra diventata, alla prima riunione di sceneggiatura, We’re gonna need a bigger shark)…
      sulla differenziazione razziale ho già detto (quasi) tutto, ma in effetti aggiungi un altro elemento corretto: alla fine sti benedetti characters sono lì come carne da macello… ma del resto è anche una questione di mentalità: il wasp vuole essere l’eroe di turno, mentre le altre etnie si accontentano (lo so è brutto dirlo) di essere i sacrificati (per citare john ford), o, meglio, gli eroi-sacrificati…
      grazie per il commento

  2. Le quote-minoranza ormai sono la peste nera del cinema, almeno quello di serie A, mentre per vincere al botteghino ci vorrebbe bel altro: per esempio un film intero con due soli personaggi che ripetono “Squali?” “Squelli”! 😀 😀
    Nell’estate del 2018 mi sono gustato il romanzo originale, dimenticato per vent’anni dall’editoria italiana, per recensire “The Meg sul Zinefilo“, e di nuovo abbiamo un buon romanzo totalmente distrutto dal cinema. Per carità, niente di nuovo né di originale, ma il romanzo è un più che onesto intrattenimento da spiaggia, con uno scienziato che dà la caccia al megalodonte mentre nessuno gli crede: la forza del libro sta nel saper raccontare con efficacia scene titaniche, con questo Behemoth marino e gli sforzi di poveri minuscoli umani di fermarlo.
    Il film è il nulla condito di niente: molto più divertente lo spernacchiante “Shark Hunter” (2001), cioè il plagio del romanzo originale! Antonio Sabato jr. non è certo Jason Statham, ma la storia è molto più fedele al romanzo che copia illecitamente e le risate grasse aiutano la visione 😛

    1. sarebbe da oscar per la sceneggiatura (il film squali-squelli, intendo)… 😀
      il libro non l’ho letto, ma non fatico a credere che sia migliore…
      di sicuro non può essere frettoloso come un film che ruzzola freneticamente a destra e a manca…
      del resto, c’è da dirlo, è uno dei grandi vantaggi della carta stampata, di non dover combattere con le due ore di durata, che talvolta ti impongono scelte drastiche (e spesso stucchevoli)…
      per il resto ti credo sulla parola, le parodie sono quasi sempre più riuscite dei film che si prendono terribilmente sul serio, ma che hanno in realtà un solo fine ($$$)…

Commenti

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