Il festival a domicilio – Biografilm versione #iorestoacasa (parte prima)

Tra le cose che ci sono venute a mancare in questo periodo di segregazione forzata dovuta all’emergenza coronavirus c’è stata (e ci sarà) sicuramente, oltre alla possibilità di guardare i film in sala – esperienza surrogabile soltanto a malincuore, per i cinefili ‘duri e puri’, con la visione sul piccolo schermo –, anche quella di frequentare i festival del cinema. I più importanti tra quelli che hanno dovuto giocoforza chiudere i battenti (o rifugiarsi dietro la formula del rinvio a data da destinarsi) sono stati, a marzo, il Bergamo Film Meeting, che avrebbe dovuto tenersi proprio nei giorni in cui la città lombarda diventava il drammatico epicentro della crisi italiana; ad aprile, il Far East Film Festival di Udine, rinviato a fine giugno (ma con scarse probabilità di potersi tenere effettivamente in quelle date); c’è stato poi il roboante annuncio del rinvio a data da destinarsi del Festival di Cannes – per volgere lo sguardo anche oltre i nostri confini – con le ipotesi che sono circolate, chissà quanto fantasiose, della possibile liaison con la Mostra del cinema di Venezia per un’edizione in tandem a inizio settembre. Di questi giorni, infine, è la notizia della cancellazione del Festival di Locarno, altra importante rassegna cinematografica europea.

Alcuni festival hanno optato per un’edizione online (come il Visions du Réel), altri, nell’attesa di avere indicazioni più chiare sulla possibilità di riprogrammare un calendario, hanno deciso, nel frattempo, di mettere a disposizione alcune pellicole delle edizioni passate su piattaforme di streaming.

Il FEFF, ad esempio, ha aderito all’iniziativa #iorestoacasa, lanciata da MyMovies, andando così a rimpolpare un’offerta di audiovisivo gratuito che in questo periodo ha davvero raggiunto una mole elefantiaca, tanto che non si sa veramente più cosa guardare prima, anche per chi non è abbonato ad alcuna piattaforma di VOD.

Lo stesso ha fatto il Biografilm Festival di Bologna, rassegna specializzata nel documentario e nella “celebrazione delle vite”, che nell’attesa di capire se si potrà tenere nelle date inizialmente programmate (inizio giugno – molto improbabile visto come stanno andando le cose), ha dato vita ad una sorta di pre-festival online su MyMovies, programmato dal 24 aprile al 3 maggio, con dieci lungometraggi protagonisti, chi più chi meno, delle passate edizioni del Festival, distribuiti da I Wonder Pictures e facenti parte della Unipol Biografilm Collection.

***

La rassegna è iniziata subito in grande stile con Searching for Sugar Man, documentario del 2012 scritto, diretto e montato dal compianto regista svedese, di origine algerina, Malik Bendjelloul.

La storia è assolutamente incredibile, ed è meglio non anticipare troppo per coloro i quali non hanno visto questo lungometraggio che si è aggiudicato l’Oscar per il miglior documentario nel 2013. Basti dire che è incentrato sulla figura del cantautore statunitense Sixto Rodriguez, e non preoccupatevi se non lo conoscete, perché nemmeno nella sua Detroit se lo filavano, nonostante i suoi discografici erano pronti a spergiurare che avesse le carte in regola per competere con (nientemeno che) Bob Dylan. E invece, dopo due dischi praticamente andati invenduti, Rodriguez sparisce dalle scene.

Peccato che dall’altra parte dell’Atlantico, nel Sudafrica dell’Apartheid, attraverso una serie di bootleg, di dischi pirata, Rodriguez diventa una vera e propria star tra i giovani che tentavano di ribellarsi al sistema. È più noto dei Rolling Stones o di Elvis, addirittura, eppure non si sa niente di lui, solo che si è ucciso dopo il suo ultimo concerto, c’è chi dice dandosi fuoco, chi afferma invece che si sia sparato un colpo alla tempia.

Searching for Sugar Man è un documentario sorprendente, che ha il retrogusto del poliziesco, con un climax costruito in maniera efficacissima, lasciando a lungo un alone di mistero e svelando i fatti (quelli veri) un po’ alla volta.

***

Nostalgia della luce, documentario di Patricio Guzmán presentato a Cannes nel 2010, si compone di due elementi sostanziali: quello spaziale e quello temporale. Da un lato, abbiamo un luogo che è un non luogo, il deserto di Atacama, in Cile, tra i più aridi al mondo, luogo inospitale, desolato ma di straordinaria bellezza. Dall’altro abbiamo un tempo, il passato, nelle sue molteplici e variegate accezioni.

I due elementi si uniscono nelle tre linee narrative proposte dall’autore. La prima è quella astronomica: il deserto di Atacama ospita alcuni tra i radio-telescopi più moderni e potenti del pianeta, con cui gli astronomi compiono quotidianamente un tuffo nel passato, ricevendo la luce e le radiazioni elettromagnetiche emesse milioni se non miliardi di anni addietro dai corpi celesti.

La seconda è quella archeologica: in quelle terre si trovano reperti che vengono analizzati dagli studiosi e che svelano usanze, storia e stile di vita delle popolazioni precolombiane.

La terza è quella più strettamente storica: nella regione di Atacama un gruppetto sempre più esiguo di donne si ostina a cercare i resti dei desaparecidos cileni, i prigionieri politici scomparsi e giustiziati durante la dittatura di Pinochet.

L’idea alla base di questo documentario, quella di intrecciare tempo e spazio, passato e deserto, è sicuramente interessante. Eppure, il tentativo ripetuto di imbeccare allo spettatore i collegamenti tra le tre linee narrative si risolve, spesso, in un che di forzato. Si tratta, tuttavia, di un piccolo neo che non può sicuramente sminuire il valore di un’opera necessaria, nel suo complesso. L’intento di Guzmán resta infatti nobilissimo e l’ostinazione con cui ormai da oltre quarant’anni porta avanti la sua lotta – politica, ma soprattutto di civiltà – contro il tentativo di diluire la memoria collettiva, annacquando il ricordo degli anni della dittatura, è encomiabile.

***

La terza opera ripescata dagli archivi del Biografilm è Il complotto di Chernobyl – The Russian Woodpecker, documentario del 2015 – presentato al Sundance, dove vinse il Gran Premio della Giuria – diretto da Chad Gracia e con protagonista Fedor Alexandrovich, un artista ucraino che indaga sul disastro di Chernobyl e sui suoi possibili legami con la Duga, una costruzione militare che ai tempi della Guerra Fredda era utilizzata per trasmettere in tutto il mondo un segnale radio ribattezzato “Russian Woodpecker”, picchio russo.

Si tratta di un documentario essenzialmente complottista, indubbiamente intrigante, ma che non convince sotto vari profili. La teoria cospirazionista sul disastro di Chernobyl è sicuramente suggestiva, ma appena abbozzata. Non abbastanza per essere presa in considerazione in modo serio. C’è poi il fatto che il film, per larghi tratti, parla non solo delle indagini, ma anche delle gesta di un artista ucraino provocatore e a dir poco esuberante, con necessaria ricaduta dell’opera in porzioni di biopic. È la parte che più lascia a desiderare, per vari aspetti, non ultimo quello di mettere argomenti così scottanti e sicuramente degni di approfondimento, nella bocca di un personaggio non del tutto credibile.

Ma il documentario parla anche, sebbene per sommi capi, della rivolta in Ucraina contro Russia e filo-russi del 2014. È l’episodio che, nel complesso, finisce per interessare maggiormente e che viene raccontato in presa diretta, con immagini anche molto forti.

*** CONTINUA ***

Commenti

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.