Il festival a domicilio – Biografilm versione #iorestoacasa (parte seconda, preceduta da due notizie importanti sul futuro del/dei cinema)

Prima di riprendere con le pellicole del Biografilm proposte in questi giorni sulla piattaforma #iorestoacasa di MyMovies (qui la prima parte), in questa sorta di antipasto della rassegna bolognese, mi preme riportare due notizie di questi giorni che ci fanno capire quanto questa emergenza sanitaria cambierà, con tutta probabilità, il mondo del cinema e della distribuzione.

La prima arriva dalla California. Tutti noi sappiamo quanto l’Academy sia stata, soprattutto negli scorsi anni, conservatrice e irremovibile quanto alle regole per l’ammissione delle pellicole alla cerimonia degli Oscar. Tanto da far intuire una certa avversione nei confronti di chi, in questi anni, incarna il principale pericolo alla concezione tradizionale del cinema (Netflix, ovviamente). Ebbene, il coronavirus ha tuttavia costretto l’Academy a cambiare le regole, facendo venir meno uno storico requisito. Per essere candidato all’Oscar, infatti, un film deve normalmente essere distribuito nella contea di Los Angeles durante il precedente anno solare per almeno una settimana. La regola è stata sospesa, ma – si è affrettata a precisare l’Academy – sarà ripristinata quando riapriranno le sale cinematografiche.

L’altra notizia è quella della ‘guerra’ scoppiata tra la Universal e la AMC Theatres, società che gestisce una delle principali catene di cinema negli Stati Uniti. Tutto è cominciato quando Jeff Shell, amministratore delegato di NBCUniversal, ha dato conto del grande successo ottenuto da Trolls World Tour, uscito direttamente in VOD. Il film d’animazione ha infatti incassato, in poco meno di tre settimane, oltre 95 milioni di dollari dai noleggi “domestici”. Una cifra inferiore rispetto agli oltre 150 milioni di dollari incassati dal primo Trolls nel 2016, ma che ha fruttato alla Universal un ricavo già maggiore, dato che gli studios tengono per sé il 50% degli incassi delle sale cinematografiche, ma l’80% degli incassi del VOD.

Shell ha poi ambiguamente affermato che, non appena riapriranno i cinema, la Universal distribuirà i film “in entrambi i formati”, lasciando dunque intendere un’uscita contemporanea (o quasi) delle pellicole nelle sale e nelle piattaforme VOD. Al che è arrivata, durissima, la risposta della AMC Theatres, che ha detto, senza mezzi termini, che se così stanno le cose AMC non programmerà più alcun film Universal. Aggiungendo che la stessa cosa varrà per ogni altra major che deciderà di abbandonare le attuali regole di distribuzione: prima nelle sale e, dopo una congrua ‘finestra’, in VOD. AMC ha però poi abbassato i toni, lasciando aperte le porte a un negoziato (anche perché la Universal distribuisce franchise di enorme richiamo come Fast & Furious e Jurassic World e ciò potrebbe ritorcersi contro i cinema della AMC).

Tutto ciò premesso, torniamo al ‘nostro’ Biografilm.

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Ferma il tuo cuore in affanno (Stop the Pounding Heart) è un’opera del 2013 di Roberto Minervini, regista marchigiano emigrato negli States dove sta proficuamente portando avanti una sua precisa idea di cinema. L’anno scorso con Che fare quando il mondo è in fiamme? (What You Gonna Do When the World’s on Fire?) ha ancora una volta confermato il suo talento, affrontando la questione spinosa del razzismo in America, con il quinto lungometraggio consecutivo ambientato nel Sud degli Stati Uniti.

Stop the Pounding Heart è un’opera brillantemente in bilico tra fiction e documentario, con uno stile asciutto e diretto che ricorda Fassbinder. È uno scorcio di vita rurale nel Texas delle comunità religiose. Non ci sono tv, né telefonini, le giornate trascorrono tra il duro lavoro di allevamento delle capre, la lettura della bibbia, l’insegnamento (rigorosamente a domicilio) nei confronti delle nuove generazioni e le discussioni sulla religione e la fede. La numerosa famiglia dei Carlson ha abbracciato questo tipo di vita, assecondando una dottrina cristiana dai tratti talvolta antiquati (il ruolo secondario delle donne viene rimarcato dalla stessa mater familias); nelle comunità attigue, invece, si spara per diletto e ci si diverte con i rodei, cavalcando tori. Ma le somiglianze sono talvolta più marcate delle differenze.

Minervini raggiunge il suo obiettivo descrittivo con stile minimalista, con il pedinamento continuo dei protagonisti (in primis della giovane Sara, che elabora silenziosamente i dubbi sulla propria condizione, resi ancor più forti dai costanti cambiamenti impressi dall’adolescenza) e l’uso di teleobiettivi che permette di focalizzarsi sulle persone – continuamente ritratte in primo piano – piuttosto che sull’ambiente che li ospita.

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Tutti (o quasi) conosciamo Edward Snowden e la questione per la quale il suo nome è venuto a galla nel 2013. Non molti, tuttavia, sanno come quella vicenda sia emersa e come sia arrivata ai media, che in quei giorni non parlavano di altro che non fosse lo scandalo spionistico che aveva coinvolto la NSA. Ce lo racconta (o ricorda) Citizenfour, documentario del 2014 diretto da Laura Poitras, che documenta gli incontri tra Snowden, la regista e il giornalista del Guardian Glenn Greenwald, cui fu attribuito lo scoop.

Citizenfour è coraggioso e necessario, come può essere un documentario sull’affaire Snowden. O meglio: sulla questione della sistematica invasione della privacy da parte di agenzie governative statunitensi. Dato che nel film Snowden si sforza di spersonalizzare la questione, facendo capire che lui è soltanto il veicolo attraverso cui una verità inquietante è venuta a galla. Eppure, il documentario non può che essere incentrato su di lui, inevitabile paradosso. Oltre la metà di esso è filmato nella camera d’albergo di Hong Kong dove si diede il via al flusso di coscienza che portò ai reportage giornalistici di Greenwald.

Vincitore dell’Oscar al miglior documentario 2015, Citizenfour acquista, guardandolo oggi, nuovi significati, in un periodo in cui si dibatte, ancora una volta, sulla possibile coesistenza tra tutela della privacy e tutela della cosa pubblica (in questo caso, della salute pubblica). Il che è lecito, beninteso, ma solo fintantoché la legislazione d’emergenza resta confinata all’emergenza.

Gli stessi temi di Citizenfour sono stati affrontati nel 2016, in forma di fiction, con Snowden, film diretto da Oliver Stone, con Joseph Gordon-Levitt nei panni del protagonista. Un buon film, ma la potenza e l’efficacia del documentario, in casi come questi, resta inarrivabile.

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It’s not my cup of tea, dice a un certo punto Ulay nel film che porta il suo nome.

È il modo in cui gli inglesi si esprimono quando qualcosa non fa per loro. Nel mio caso posso dirlo dell’arte moderna e contemporanea, di cui questo documentario mi ha svelato alcuni aspetti che conoscevo poco, da perfetto neofita della materia. Ad esempio, tutto il mondo della performing art, che mette al centro del discorso artistico il corpo umano, facendolo diventare esso stesso, con i suoi movimenti ed espressioni, oggetto d’arte. E Ulay e la sua ex compagna Marina Abramovic sono stati due guru di questa forma d’arte, soprattutto negli anni Settanta.

In Ulay Performing Life (conosciuto anche come Project Cancer), diretto dallo sloveno Damjan Kozole, il protagonista, al quale in quel periodo era stato diagnosticato un cancro, decide di tornare nei luoghi che hanno segnato la sua vita e la sua carriera artistica e di rincontrare le persone con cui ha lavorato, tra cui, appunto, l’ex compagna Marina Abramovic.

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The Look of Silence è la seconda parte di un dittico con cui Joshua Oppenheimer ha raccontato l’orrore del regime militare indonesiano, che dal 1965 uccise oltre un milione di persone, affrettatamente e semplicisticamente etichettate come comuniste (negli anni in cui si combatteva in Vietnam e con la complicità – diretta o indiretta – degli Stati Uniti). In The Act of Killing il regista texano aveva raccontato la mattanza intervistando i capi degli squadroni della morte, per nulla pentiti ed anzi fieri di ricordare i gesti disumani con cui avevano perpetrato quei massacri collettivi.

Con The Look of Silence si cambia il punto di vista, passando dalla parte delle vittime, tentando di ricostruire il loro dolore e di assecondare il desiderio di non far scivolare nell’oblio quella tragedia. Adi è un’oculista di 44 anni, fratello minore di una delle vittime del massacro dello Snake River del 1965. Adi decide caparbiamente, ma in modo del tutto pacifico, di incontrare gli uomini responsabili della morte del fratello. Molti di essi non hanno avuto alcuna punizione per i loro crimini, ed anzi rivestono incarichi di potere nell’Indonesia di oggi.

Le domande sul passato si fanno via via più insistenti, con gli intervistati che reagiscono chi con imbarazzo, chi (la maggior parte) non mostrando alcun segno di pentimento, ed anzi rivendicando come giusti e sacrosanti quei loro atti criminali.

The Look of Silence è un documento di rara potenza e intensità che, esattamente come l’iconica immagine della locandina, ci consente di spalancare gli occhi, facendoci mettere a fuoco le enormi macchie che offuscano lo splendore di questi Paesi, conosciuti dai più quasi esclusivamente per la loro fama di paradisi esotici.

Macchie che diventano inspiegabili e insensate colpe dell’umanità intera.

*** CONTINUA ***

9 pensieri riguardo “Il festival a domicilio – Biografilm versione #iorestoacasa (parte seconda, preceduta da due notizie importanti sul futuro del/dei cinema)

  1. Riguardo alla querelle tra AMC e Universal, come hai detto tu la AMC non può fare a meno della Universal, ma anche la Universal non può fare a meno della AMC, perché dallo streaming si ricavano cifre inferiori rispetto a quelle garantite dalle sale: di conseguenza è interesse di entrambi che la frattura si ricomponga, e sono fiducioso che andrà così.
    Nel tuo post hai toccato anche l’argomento dei prossimi Oscar, e a mio giudizio sarà un problema serio. Con così tanti titoli rimandati al 2021, c’è il rischio che l’Academy finisca per premiare dei film che in un anno normale non sarebbero stati neanche nominati. Ma chissà, magari già a Settembre gli scienziati avranno trovato un vaccino e quindi non si porrà il problema.

    1. Sì temo proprio che l’edizione 2021 degli Oscar sarà di una povertà epocale… anche perché i film che se la vogliono giocare escono sempre a fine anno, e con il fatto che le produzioni sono state ferme per mesi (e lo saranno chissà per quanto ancora) è probabile che alcuni dei film che avrebbero dovuto uscire dopo l’estate non usciranno prima del 2021…
      Sul vaccino siamo ovviamente tutti speranzosi!

  2. Chissà se la scelta dell’Academy avrà qualche ripercussione in futuro. La questione Covid-19 potrebbe portare a una vera rivoluzione in quel senso. Comunque capisco la preoccupazione della AMC e Universal. La AMC perderebbe tantissimo se Universal decidesse di fare come ha detto e di metter ei film anche su VOD. Però è anche vero che VOD non riesce a guadagnare tantissimo anche se la maggior parte die ricavi va all’Universal.
    Comunque mi ha molto interessato Ferma il tuo cuore in affanno. Sarà per le tematiche, sarà perché il regista è marchigiano come me, ma comunque ha un suo fascino.

    1. Anch’io penso che questo triste avvenimento avrà una portata epocale, portando a cambiamenti che forse, diversamente, avremmo vissuto in una decina di anni…
      Per il resto, Minervini è un regista da tener d’occhio, soprattutto per coloro a cui piace il documentario o il cinema verité…
      È un peccato che abbia dovuto emigrare per portare avanti questa sua idea di cinema… di sicuro film del genere in Italia non avrebbero avuto lo stesso impatto

  3. Molto interessante la notizia del litigio, che porta alla luce quanto in realtà già era noto, visto che è la “peste del Duemila”: l’emorragia delle sale. Continuare ad intestardirsi con una realtà che palesemente non esiste più, così da costringere a far uscire solo film sicuri (quindi remake, prequel, sequel, reboot, live action e via dicendo), perché invece non provare altre vie? L’esempio da te citato è illuminante: vendere di meno per guadagnarci di più! Il successo delle piattaforme streaming dimostra che quei quattro gatti americani che ancora pagavano un biglietto per la sala ora sono rimasti in due: perché aspettare l’estinzione per correre ai ripari? 😛

    1. Hai ragione sul fatto che ormai la sala è terra di un certo tipo di film… con poche, pochissime eccezioni… quella del grande schermo resta però un’esperienza difficilmente surrogabile, ma il problema è che coloro che non sono disposti a scendere a compromessi sono sempre meno…

      1. I fatti dimostrano che quella del cinema è sì un’esperienza bella ma che molto pochi sono disposti a spendere per fruire, quindi i gestori dei cinema (quella sigla che citi) dovrebbero prendere atto che da un prodotto di vasto consumo che avevano un tempo ora hanno in mano un prodotto di nicchia: non possono pretendere nel 2020 di usare gli stessi “strumenti aziendali” del 1980. Le aziende cinematografiche non creano emozioni, sono aziende che creano un prodotto: se la clientela quel prodotto non lo vuole più in quel formato, come ogni altra azienda cercano un formato diverso.
        Difendere il cinema in sala è come difendere i telefoni in bachelite: erano molto belli, ci sono cresciuto e ci sono affezionato, ma nessuno li vuole quindi che senso ha continuare a farne? Sarebbe assurdo chiedere alle compagnie telefoniche di smettere di fare telefonia mobile e difendere il fisso in bachelite, eppure è esattamente quello che i gestori delle sale stanno chiedendo alle compagnie cinematografiche.

      2. diciamo che ormai al cinema funzionano solo più i blockbusteroni super (che, come ben dici, sono ormai solo più i sequel dei cinecomic o i film d’animazione) e, paradossalmente, i film di nicchia (quelli che vengono distribuiti in pochissime copie, ma che attraggono un pubblico di veri affezionati al grande schermo e al cinema d’autore)…
        se guardiamo le medie-copia questi sono i film che funzionano di più (anche se i primi incassano tantissimo e i secondi pochissimo, ma semplicemente perché li danno in pochissime sale – e ovviamente non potrebbe essere diversamente)…
        comunque di sicuro gli esercenti stanno facendo una (disperata) difesa corporativista, su questo non ci piove… è un tentativo disperato di sopravvivere, come quello che avevano fatto – a suo tempo – i tassisti scatenandosi contro Uber e compagnia bella…

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