Il festival a domicilio – Biografilm versione #iorestoacasa (terza e ultima parte, con un’altra notizia e delle strampalate premiazioni)

Terza e ultima parte di questo speciale dedicato all’antipasto streaming del Biografilm Festival di Bologna, offerto nei giorni scorsi sulla piattaforma #iorestoacasa di MyMovies. Ma prima di passare in rassegna gli ultimi tre titoli ed azzardare, un po’ per gioco, una premiazione dei dieci film proposti, ecco un’altra notizia (dopo le due date nei giorni scorsi) importante per i cinefili di ogni ordine e grado.

Come c’era da aspettarselo – e come hanno deciso di fare vari altri festival in Italia e in Europa (dal Lovers di Torino al Visions du Réel di Nyon) – la sedicesima edizione del Biografilm Festival di Bologna si terrà online, nelle date inizialmente previste per il festival “fisico” (dal 5 al 15 giugno).

Come di consueto, i film saranno disponibili in lingua originale con sottotitoli in italiano e saranno trasmessi gratuitamente. Tra i titoli più attesi si segnalano Faith, di Valentina Pedicini, presentato al Festival di Amsterdam e successivamente passato alla scorsa Berlinale, e #Unfit – The Psychology of Donald J. Trump, di Dan Partland, il cui titolo dice già molto su quello che probabilmente andremo a vedere.

Ma torniamo al Biografilm versione #iorestoacasa, con le ultime tre pellicole e la successiva “premiazione”.

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Is the Man Who Is Tall Happy? è un’intervista fiume nella quale Noam Chomsky si racconta all’eclettico regista francese Michel Gondry, che monta l’audio di quegli incontri su un apparato di animazioni in stop motion – con la tecnica del disegno su lucido – per un documentario assolutamente sui generis. La conversazione (che in realtà raramente si discosta dal monologo dell’intervistato) affronta temi complessi, ma interessantissimi, di fisica, psicologia, sociologia, scienze cognitive e, soprattutto, epistemologia. Ma anche di filosofia e religione.

Si uniscono al tutto frammenti autobiografici in cui Chomsky ripercorre la sua infanzia, la sua formazione, i rapporti con l’amata moglie scomparsa (in alcuni tra i più toccanti momenti del film) o con i genitori, l’educazione dei figli, l’impatto con i grandi eventi della storia del Novecento.

Un’opera non semplice, già solo – banalmente – per il fatto che non è facile seguire discorsi così dotti e complessi, leggendo i sottotitoli e, al contempo, cercando di non farsi sfuggire le animazioni di Gondry (che ha disegnato egli stesso e che scorrono velocissime nel tentativo di star dietro a quel profluvio di pensieri).

La sensazione complessiva è quella di assistere ad un flusso di coscienza quasi inarrestabile, una testimonianza memorabile di un grandissimo uomo dei nostri tempi. E il fatto che durante l’intervista vi siano diverse incomprensioni e domande fraintese, proprio in presenza di Chomsky, uno dei massimi esperti di linguistica del Novecento, è il perfetto corollario autoreferenziale dell’opera.

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Per una volta, la distribuzione italiana (I Wonder Pictures, sempre sia lodata) azzecca una suggestiva variante di un titolo originale meno efficace. E così Drunk Stoned Brilliant Dead: The Story of the National Lampoon diventa Se non vieni a vedere questo film ammazziamo il cane. Il motivo è presto detto, e denuncia, peraltro, il fatto che si stia approcciando una visione che di certo non sta a preoccuparsi del politically correct: il documentario racconta la storia del National Lampoon, una delle primissime, dissacranti riviste umoristiche d’America, nata da una costola dell’Harvard Lampoon, magazine che aveva tuttavia una diffusione limitata alla celebre università di Cambridge, Massachusetts. E una delle più famose copertine del National Lampoon ritraeva un cane con la pistola puntata al muso e la scritta “If You Don’t Buy This Magazine, We’ll Kill This Dog”. Roba che oggi provocherebbe levate di scudi in ogni dove e la fondazione di nuovi movimenti per la tutela degli animali minacciati dai caporedattori, ma che negli anni Settanta fu accolta come una delle idee più geniali sino a quel momento avute nel mondo del marketing dell’editoria.

La narrazione di come un fenomeno squisitamente locale (l’Harvard Lampoon) sia presto diventato un caso nazionale di costume, in quei primi anni Settanta della contestazione e della controcultura, è soltanto l’antipasto del resoconto di cosa diventerà il National Lampoon nel giro di un decennio, avendo allargato il proprio raggio d’azione agli spettacoli teatrali, televisivi (il celebre Saturday Night Live ne è sostanzialmente una costola), ai libri, dischi e, soprattutto, al mondo della settima arte, con film che ebbero anche grande successo (tra di essi, Animal House, il cui titolo originale è del resto National Lampoon’s Animal House).

Il National Lampoon, nella sua versione extra-cartacea, lancerà comici come John Belushi, Bill Murray, Chevy Chase, Harold Ramis.

Il documentario adotta un riuscito stile polifonico, con interviste corali che si mescolano tra loro, coadiuvate da un montaggio serratissimo e da un ritmo decisamente incalzante. Quanto all’oggetto, c’è solo da dire che il National Lampoon, piaccia o meno, ha fatto la storia della comicità contemporanea. È l’antesignano del nostro Vernacoliere (nella forma assunta dall’82 in avanti), di Spinoza, dei film demenziali (e qui, più che un merito, diventa una colpa). Quasi certamente il mondo dello humour sarebbe oggi diverso se non fosse esistito quell’esperimento straordinario che fu il National Lampoon.

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La biblioteca come centro di aggregazione, dibattito, formazione, studio, apprendimento, incontro. Ma anche come luogo in cui ballare o cercare lavoro. Ex Libris è un lungo viaggio tra i vari ruoli di un’istituzione tanto antica quanto periodicamente data per spacciata, ma che sa rinnovarsi continuamente, da ultimo abbracciando la rivoluzione digitale.

E lo fa descrivendo le giornate tipo di una delle più importanti biblioteche al mondo, la New York Public Library, con le sue varie sedi, da quella neoclassica sulla Fifth Avenue a quelle dei quartieri disagiati del Bronx o di Harlem.

Dalle riunioni del consiglio di amministrazione a quelle manageriali, fino agli incontri di comunità. Dai briefing organizzativi alle discussioni su come impiegare i budget (e su come procacciarseli, rivelando che quella connotazione public coesiste ormai da tempo con larghe fette di finanziamenti privati).

Una fotografia completa (e ci mancherebbe, viste le tre ore e mezza di durata) scattata con stile minimalista, che rinuncia totalmente a qualsiasi ruolo attivo, rendendo il documentario una mera testimonianza di quanto accade davanti alla macchina da presa (nel perfetto stile del veterano Frederick Wiseman, c’è da dire).

Può essere un limite o forse un pregio. Da un lato, tutto quanto è reso in maniera più autentica e verosimile. Dall’altro, si registra un distacco rispetto a quanto viene rappresentato, con un effetto da “telecamera di sorveglianza”, abdicando peraltro a qualsiasi possibile velleità autoriale.

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E dopo questo viaggio tra i dieci documentari proposti dal Biografilm versione #iorestoacasa, permettetemi di divertirmi un po’ assegnando dei riconoscimenti a ciascuno di essi. Partiamo da

I PREMI COLLATERALI

Vince il LEXOTAN AWARD, per il miglior film capace di indurre improvvisi attacchi di panico e manie di persecuzione anche a chi ne è solitamente immune: Citizenfour, di Laura Poitras (provate voi a essere in camera con Edward Snowden mentre suona l’allarme antincendio); se n’è parlato qui

L’AMANDA LEAR AWARD, per il miglior documentario che strizza l’occhio alla fiction (e viceversa) va a: Stop the Pounding Heart, di Roberto Minervini (di cui si era parlato qui)

Si aggiudica IL SUDAMERICA È BELLO MA NON CI VIVREI AWARD, per il miglior documentario ambientato in un Cile ancora ostaggio della propria scomoda storia (e qui la descrizione del premio include già la motivazione): Nostalgia della luce, di Patricio Guzmán (di cui si era parlato qui)

Trionfa nel MALGIOGLIO È TERRAPIATTISTA AWARD, per il miglior documentario intriso di personaggi esuberanti che affrontano tematiche scomode, sfociando nel cospirazionismo: Il complotto di Chernobyl – The Russian Woodpecker, di Chad Gracia (di cui si era parlato qui)

Vince il PABLO ESCOBAR AWARD, per il documentario in cui la coca c’è, ma non si vede: Se non vieni a vedere questo film ammazziamo il cane, di Douglas Tirola (di cui si è parlato qui sopra); pare che negli anni Settanta tutti, almeno in certi ambienti, si facessero di coca più o meno come noi diciamo “vado a bermi un caffè”, o almeno così sembrerebbe da questo documentario, non avendo io vissuto negli anni Settanta

Si aggiudica l’UMBRELLA IN A SUNNY DAY AWARD, per il documentario di cui si può anche fare a meno: Ulay Performing Life, di Damjan Kozole, che se proprio non si ha un minimo di interesse per l’arte moderna è meglio lasciar stare (se ne era parlato qui)

Trionfa nell’IBUPROFENE AWARD, per il documentario che fa venire il mal di testa: Is the Man Who Is Tall Happy?, di Michel Gondry (vedi sopra per il commento)

Ultimo tra i premi collaterali, il CARL LEWIS AWARD, per il documentario più lungo ma che comunque può esaltare gli appassionati (non come il figlio del vento ad Atlanta ’96, ma quasi) va a: Ex Libris: The New York Public Library, di Frederick Wiseman (tre ore e mezza su come funziona una delle più celebri biblioteche del mondo; per dettagli vedi sopra).

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Vabbè, fin qui si è scherzato, passiamo dunque ad assegnare

I PREMI (QUELLI VERI)

seguendo una ripartizione simile a quella adottata nei Golden Globe.

Vince il PREMIO PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO – CATEGORIA DRAMA: The Look of Silence, di Joshua Oppenheimer, potentissima fotografia degli orrori delle dittature e, in generale, della banalità del male (ancora una volta), nella descrizione dei massacri compiuti dal regime militare in Indonesia (se n’è parlato qui).

Si aggiudica, infine, il PREMIO PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO – COMMEDIA O MUSICALE: Searching for Sugar Man, di Malik Bendjelloul, una storia incredibile, che è lecito non conoscere ma che dopo averla conosciuta non vi stancherete di raccontare agli amici, consigliando la visione di questo film, in un necessario circolo virtuoso (qui per qualche notizia in più).

2 pensieri riguardo “Il festival a domicilio – Biografilm versione #iorestoacasa (terza e ultima parte, con un’altra notizia e delle strampalate premiazioni)

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