Biografilm Festival 2020, ovvero: Kubrick, Rembrandt, Trump, la bomba atomica e uno scrittore che vive a Porto Rico

La sedicesima edizione del Biografilm Festival di Bologna si sta tenendo online in questi giorni, come era ormai ampiamente prevedibile. Tanto che già un mesetto fa si erano tenute le prove generali, sulla piattaforma MyMovies, con una sorta di ‘prefestival’.

Dal 5 al 15 giugno sono andati e andranno in onda quaranta film suddivisi nelle sezioni Concorso internazionale, Biografilm Italia, Art & Music, Contemporary Lives e Meet the Masters. Come al solito, all’insegna delle biografie e delle ‘celebrazioni delle vite’ come da slogan del Festival.

Dopo un’attenta cernita ne ho selezionati e visti cinque. Non so quanti di essi arriveranno nelle sale (forse nessuno, vista la situazione e trattandosi di film sicuramente ‘minori’) ma è molto probabile che alcuni andranno a rimpolpare i cataloghi delle piattaforme di streaming.

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Kubrick by Kubrick (2020), di Gregory Monro

[★★★★½ ]

Un documentario da poco più di 70 minuti può sembrare insufficiente a descrivere l’opera omnia di Stanley Kubrick, e forse è effettivamente così. Eppure, questo film cattura l’essenza, lo spirito che il regista newyorchese profondeva in ogni sua opera, pur tralasciando di parlare di alcune di esse (Lolita, Rapina a mano armata, Il bacio dell’assassino).

Si raggiunge così l’obiettivo di spiegare perché, come dice l’unica voce italiana presente nel documentario, alcuni siano convinti che Kubrick, pur avendo girato ‘soltanto’ tredici film, abbia prodotto “il miglior film mitologico, il miglior film di fantascienza, il miglior film sulla violenza metropolitana, il miglior horror, il miglior film sulla guerra nel Vietnam”…

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My Rembrandt (2019), di Oeke Hoogendijk

[★★★★]

Protagonista di questo documentario di Oeke Hoogendijk non è il Rembrandt dei musei, bensì quello degli appassionati e dei collezionisti. Dal Duca di Buccleuch al barone Rotschild, da Thomas Kaplan a Jan Six, ultimo discendente di una storica famiglia il cui capostipite fu ritratto da Rembrandt in un famoso ritratto. E proprio Jan Six XI è il principale protagonista di una delle sottotrame del documentario, che nel finale si tramuta in una sorta di thriller, accendendo l’entusiasmo per un film che fino a quel momento aveva affrontato, più che altro, questioni artistiche. In un contesto, peraltro, vagamente classista (che ricorda come l’arte sia anche – e per alcuni soprattutto – una questione di soldi).

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Sqizo (2020), di Duccio Fabbri

[★★½]

L’inizio è decisamente sottotono, e rischia di causare una crisi di rigetto. Molti – forse troppi – inserti da docu-fiction, che fanno quasi pensare che sarebbe stato meglio propendere per il film a soggetto. E una (stucchevole) voce narrante che si rivolge al protagonista, dandogli del tu, mentre ripercorre la sua storia. Poi Sqizo inizia ad avere una sua definizione, con interviste ben calibrate (tra cui spicca quella a Paul Auster).

Peccato poi che “L’incredibile vicenda umana e letteraria di Wolfson, lo ‘scrittore americano di lingua francese’ che ha affascinato Sartre, De Beauvoir, Lacan e Deleuze” (così viene presentato il documentario) liquidi in pochi minuti quella che ci si aspettava fosse la parte centrale del progetto, a favore di un resoconto degli ultimi anni trascorsi a Porto Rico (ordinari pur nella loro stra-ordinarietà: una vincita alla lotteria; la successiva perdita del denaro con la crisi finanziaria del 2008; la battaglia legale contro la Banca). Pare un po’ un ripiego per non esser riusciti a portare a casa ciò che si voleva realmente.

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Irradiated (2020), di Rithy Panh

[★★★½]

Lirico e astratto, nel bene e nel male, Irradiated cerca di colpire con la potenza delle immagini più che con la poesia dolceamara delle parole. Immagini che parlano degli orrori di cui è capace l’uomo: la guerra, i campi di sterminio, i bombardamenti atomici. E degli effetti che hanno sulle persone.

Suggestiva la scelta di uno schermo diviso in tre schermi più piccoli in formato 4:3, che lasciano (inevitabilmente) due ampi margini neri nella parte alta e bassa dell’inquadratura. Talvolta gli schermi riflettono per tre volte lo stesso soggetto, come a voler moltiplicare l’effetto visivo dell’immagine proiettata. In altri casi l’immagine si divide invece tra i tre schermi, come nella tecnica del Cinerama.

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#UNFIT – The Psychology of Donald J. Trump (2019), di Dan Partland

[★★★★]

Un documentario chiaramente ed esplicitamente – per certi versi orgogliosamente – schierato, che prova ad analizzare il fenomeno Trump, ossia di come una persona simile sia potuta diventare presidente degli Stati Uniti. Ma non solo, perché si tenta anche un’analisi psicologica di Trump, con interventi di professionisti (psichiatri, psicoterapeuti, psicologi) che affermano, senza mezzi termini, che l’uomo che governa la più grande democrazia del pianeta è – a livello clinico – un sociopatico, un narcisista, un paranoico, un sadico, un razzista, un bugiardo. In sostanza: che è pericoloso e inadatto (unfit) a governare il Paese. E che non sarebbe adatto neanche a fare da scorta a un convoglio militare, visto che i soldati che hanno questi compiti vengono generalmente sottoposti a test attitudinali che il presidente – si sostiene – non supererebbe.

I sistemi democratici portano con sé questi potenziali paradossi, del resto. Che nella storia, ad intervalli ricorrenti, si ripropongono ineluttabilmente.

E quale sarebbe la soluzione?

Un invito all’attivismo e alla mobilitazione che sembra profetico, visto quello che sta accadendo in questi giorni.

Ma siamo sicuri che possa bastare?

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