Su Netflix: La Famiglia Willoughby, di Kris Pearn

La-famiglia-Willoughby-2020-film-posterC’è sempre un certo grado di scetticismo nel momento in cui Netflix presenta un film originale: una ormai lunga tradizione di amare e mediocri sorprese hanno raffreddato gli animi e reso diffidente anche lo spettatore più ottimista. Capita però a volte che, anche nel bel mezzo del periodo più nero della storia contemporanea, una piccola sorpresa arrivi a scaldare il cuore e ridare fiducia nel colosso dello streaming, una sorpresa passata magari per lo più in sordina, non molto pubblicizzata o chiacchierata. Questa è stata la sorte di La Famiglia Willoughby, un piccolo film d’animazione che ho scoperto davvero per caso ma che si è dimostrato un prodotto pregevole e sorprendente, soprattutto per il candore con cui affronta un argomento quantomeno controverso. Ma andiamo con ordine, e vediamo di cosa parla; attenzione, faccio spoiler!

I Willoughby sono una famiglia dal lungo e fortunato lignaggio. Tim, Jane e i gemelli Barnaby A e Barnaby B sono gli ultimi e giovani rampolli della casata, ma nonostante l’enorme ricchezza della famiglia non se la passano bene a causa dei genitori: Walter e Helga Willoughby sono infatti una coppia egocentrica e anaffettiva, considerano i figli una scocciatura e cercano ogni pretesto per toglierseli di torno. Dopo aver aiutato una neonata abbandonata a trovare una famiglia, Jane ordisce un elaborato piano che dovrebbe, nelle sue intenzioni, provocare la morte dei genitori e rendere lei e i fratelli orfani e finalmente liberi. Le cose, ovviamente, non vanno del tutto come previsto.

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La Famiglia Willoughby è una deliziosa commedia nera, come avrai intuito dal riassunto che ho scritto. È molto cinico, molto amaro, e non è timido nel momento in cui si tratta di portare alle estreme conseguenze le azioni dei suoi protagonisti. Ha il sapore di una storia di Roald Dahl, caratterizzata da una vena di coloratissima follia e vivida immaginazione, con personaggi bizzarri e costantemente sopra le righe, ma dai risvolti non sempre rassicuranti. In questo caso, in particolare, ci si impegna a mettere di fronte un giovanissimo pubblico a una verità molto scomoda e drammatica: a volte, i genitori non amano i propri figli.

Sotto la facciata divertente e ricca di gag, infatti, La Famiglia Willoughby mette in scena un nucleo famigliare disfunzionale a causa di una coppia di genitori interamente assorbita, oltre che dalle rispettive idiosincrasie, dall’amore dell’uno per l’altra, una passione talmente travolgente da escludere chiunque altro, perfino i figli, verso i quali i due provano disprezzo, disgusto e odio, perfino; la loro negligenza è tale da aver dato lo stesso nome ai due gemelli, negando loro perfino un’identità. Nonostante la leggerezza del tono che il film sceglie di usare, il dolore dei piccoli Willoughby è concreto e reale, soprattutto in Tim, il figlio maggiore, che desidera disperatamente l’approvazione dei genitori più di qualsiasi altra cosa al mondo, ma anche Jane e i Barnaby portano i segni visibili dell’indifferenza nella quale sono cresciuti, abituati a stare fuori dai piedi e far notare la propria esistenza il meno possibile per non incorrere nell’ira dei genitori.

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Tutto questo porta con naturalezza alla drastica idea di Jane, convinta, non a torto, che senza i genitori lei e i fratelli vivrebbero molto meglio; ed è qui che il film comincia a prenderti alla sprovvista. Infatti, se il primo atto appare tutto sommato convenzionale nel mostrare una situazione perversa da raddrizzare, inizia qui un lungo percorso di evoluzione e apprendimento per tutti i Willoughby che, sorprendentemente, non porterà a nulla di buono. Guidati dall’amorevole ed energica tata Linda, i ragazzi Willoughby capiscono la necessità di avere una madre e un padre, e si mettono in moto per salvare in extremis loro la vita; ci riescono, ma invece di essere ringraziati i bambini sono abbandonati a morire di freddo dai genitori, che rubano il loro dirigibile e se ne vanno. Non si assiste a nessuna catarsi, dunque, a nessuna epifania a scaldare il cuore di ghiaccio dei genitori e a ricomporre un nucleo famigliare destinato ad amarsi per il resto della vita. A volte, sembra volerci dire il film, delle persone cattive non possono essere salvate, non possono essere cambiate, per quanto lo desideriamo, e l’unica cosa che possiamo fare è mettere più distanza possibile tra noi e loro per non finire avvelenati dalla loro tossica personalità.

Con un messaggio quantomeno atipico nel panorama dell’animazione rivolta ai bambini, La Famiglia Willoughby si fa quindi beffe della stucchevole poetica che domina il cinema per l’infanzia, dove i buoni sentimenti vincono tutto, chiunque può essere redento e i cattivi pare non esistano più, e offre al contrario una visione molto più disincantata del mondo, più cinica, forse, ma sicuramente più verosimile, purtroppo. Una morale molto amara che viene convenientemente servita ricoperta da una generosa dose di commedia che possa renderla digeribile a tutti, a prescindere dall’età; una comicità che però riesce a non essere mai invadente e che, riconoscendo i momenti in cui farsi da parte, concede anche al dramma la possibilità di manifestarsi, altra caratteristica oggi troppo spesso trascurata nell’animazione. Le gag sono fulminanti e sorrette da personaggi ottimamente pensati e realizzati, stilizzati, a volte, certo, ma come possono esserlo delle maschere che si fanno carico di mettere in scena un racconto tanto universale da toccare ognuno di noi: per quanto cresciuti, tutti abbiamo conosciuto, a un certo punto, la nostra versione di mamma e papà Willoughby, sotto forma di un gruppo di amici non troppo sinceri, magari, e tutti abbiamo dovuto avere a che fare con la loro perversa personalità.

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La Famiglia Willoughby è quindi un film fieramente anticonvenzionale e spietato, che porta a riflettere su quel costrutto sociale che chiamiamo famiglia e su cosa effettivamente significhi. È coloratissimo, frizzantissimo e molto divertente, rassicurante nel suo dolce lieto fine ma pur sempre molto amaro nel ritrarre una genitorialità deviata che vorremmo credere esista solo nella fiction; per questo non si tratta di un film da sottovalutare, ma da ascoltare con particolare attenzione per fare tesoro del suo insegnamento. Gli orchi possono essere uccisi, e in fondo all’arcobaleno c’è davvero quello che abbiamo sempre desiderato, fosse anche solo dei genitori che ci amano. E ti pare poco?

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The Willoughbys (2020, USA, 92′)

Regia: Kris Pearn

Sceneggiatura: Kris Pearn, Mark Stanleigh

Fotografia: Sebastian Brodin

Musica: Mark Mothersbaugh

Interpreti principali: Will Forte (Tim Willoughby – voce), Alessia Cara (Jane Willoughby – voce), Seàn Cullen (Barnaby A e Barnaby B – voce), Martin Short (Walter Willoughby – voce), Jane Krakowski (Helga Willoughby – voce), Maya Rudolph (Linda – voce), Terry Crews (Comandante Melanoff – voce), Ricky Gervais (Il Gatto – voce).

5 pensieri riguardo “Su Netflix: La Famiglia Willoughby, di Kris Pearn

  1. Mi sembra che Netflix stia puntando molto sull’animazione, e non solo in generale, intendo proprio sulla qualità dell’animazione. Sia per gli originals, sia per le altre pellicole messe in catalogo (studio Ghibli). E a detta di molti l’anno scorso avrebbe dovuto vincere l’Oscar nella relativa categoria (ma ammetto di non averlo visto, cioè, ho visto solo l’altro candidato della N, Dov’è il mio corpo?, anche quello molto interessante ma non convenzionale)

    1. In un certo senso è costretto a farlo, visto che il suo principale avversario, Amazon Prime Video, ha un catalogo di animazione molto valido, sia per i film che per le serie TV.
      L’anno scorso Klaus era davvero speciale, e sono d’accordo, avrebbe meritato l’Oscar. Dov’è il mio corpo pure è un film bellissimo, ma come dici tu forse era troppo lontano dall’ideale dell’Academy, purtroppo. Ma tanto il problema non si pone, visto che ogni anno vincono sempre Disney o Pixar, a scatola chiusa, salvo rarissime eccezioni.

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