Contemporary stuff: Elegia Americana, di Ron Howard

Si è un po’ tutti concordi, mi sembra, nel non considerare Elegia Americana un gran film, che se non altro ci regala la gag di trovare la stessa attrice, Glenn Close, candidata per lo stesso ruolo sia come Miglior attrice non protagonista agli Academy Awards, sia come Peggior attrice non protagonista ai Razzie Awards; un risultato non inedito ma che fa sorridere e getta luce sulla soggettività di certi giudizi anche in ambito ufficiale, figuriamoci su un blog. All’interno dello spettro di reazioni di fronte a Elegia Americana mi trovo verso l’estremo più accondiscendente: certo, non è un gran film e non credo lo si ricorderà a lungo, ma mi sono scoperto sempre più partecipe delle sorti dei personaggi man mano che i minuti passavano per cui non può essere davvero tutto da buttare.

Il film racconta la storia autobiografica di J.D. Vance (Gabriel Basso), cresciuto in una comunità hillbilly che ora, adulto, si è lasciato alle spalle per laurearsi a Yale e proseguire la sua vita lontano dall’ingombrante presenza della madre Beverly (Amy Adams). Una presenza che però riemerge dal passato quando, proprio nella settimana più importante della sua vita, J.D. deve tornare a casa per soccorrerla nuovamente caduta vittima della droga; come in ogni film hollywoodiano che si rispetti, è l’occasione per un viaggio lungo il viale dei ricordi per scoprire le origini dei traumi che siamo costretti ad affrontare nel presente.

Elegia Americana, il nuovo film di Ron Howard con Glenn Close e Amy Adams -  ArtsLife

C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel guardare un film come Elegia Americana, ed è il sapere già, più o meno, come si svilupperà la vicenda e come andrà a finire. È tutto così deliziosamente hollywoodiano che anche nei momenti di maggiore tensione puoi rilassarti sul divano e, se nei hai voglia, prevedere di scena in scena cosa faranno i personaggi. Questo chiaramente è anche il difetto capitale di qualsiasi opera di fiction, il non riuscire a sorprendere nemmeno una volta lo spettatore e adagiarsi su uno storytelling talmente consolidato e tradizionale da rasentare la ripetizione rituale di una formula. Elegia Americana si muove esattamente su questi binari, e una volta conosciuto il poker di personaggi principali hai già tutte le informazioni di cui ha bisogno per scriverti da solo il resto del copione, con buona pace della sceneggiatrice Vanessa Taylor che questa volta non deve essersi sforzata molto. Si potrebbe obiettare che la trama segue la storia vera di J.D. Vance, e che pertanto non è ragionevole criticare di scarsa originalità una storia accaduta veramente; in fondo nessuno di noi ha il potere di gridare “stop” e riscrivere il copione della propria vita solo perché poco originale. Vero; ma è altrettanto vero che, nonostante l’ordinarietà della storia, gli spunti per approfondirla ancora di più c’erano, ma sono stati regolarmente ignorati da una scrittura pigra e superficiale.

Manca quasi del tutto, ad esempio, un approfondimento della cultura hillbilly, che dovrebbe essere il cuore del film, e del rapporto tra il protagonista e l’eredità culturale che lo accompagna per tutta la vita, ridotta, nel film, a una semplice gag verbale sullo sciroppo. J.D. ha lottato con le unghie con i denti per fuggire dalla sua famiglia e dalla cittadina in cui è cresciuto, ma della difficoltà di prendere le distanze dalla sua cultura di appartenenza non ci viene detto nulla, così come è trattato con criminale noncuranza il suo forzato ritorno a casa proprio nel momento più importante della sua carriera accademica. Allo stesso modo è rapidamente disinnescato qualsiasi conflitto con la madre, che, semplicemente, non avviene: dopo averci presentato il suo rapporto con Bev nei flashback, nel presente non si assiste a nessuna risoluzione del conflitto, nessun autentico climax che dia un senso di direzionalità a tutto quello che abbiamo visto nell’ora e mezza precedente. Il viaggio di J.D. e il suo obbligo morale di soccorrere la donna che lo ha così profondamente segnato nell’arco della sua vita sono trattati con disarmante noncuranza, venendo a mancare un qualsiasi tipo di autentico confronto tra il protagonista e la madre, sebbene la necessità di questo momento sia sottolineato perfino dalla sceneggiatura quando Lindsay (Haley Bennett) dice al fratello che il perdono di Bev è fondamentale per lasciarsi alle spalle il suo passato. Alla fine, non è chiaro cosa volessero effettivamente dirci con Elegia Americana, quale sia stato il punto di questa storia; è un film con pochissima carne sulle ossa, ma capace di ingannarti per quasi tutto il tempo grazie all’ottima presentazione che Ron Howard, non esattamente il primo che passa, è riuscito a imbastire di un piatto, alla fin fine, estremamente povero.

Hillbilly Elegy: il film Netflix di Ron Howard si mostra nella nuova  locandina

Tolto tutto questo, di Elegia Americana restano di notevole le performance del cast, assolutamente ineccepibili – con buona pace della giuria dei Razzie Awards. Amy Adams e Glenn Close danno vita a una coppia di personaggi femminili che si trovano, da sole, a sostenere l’intero film sulle loro spalle, riuscendoci alla perfezione; non è un caso, infatti, che tutto rischi di crollare nel momento in cui nessuna delle due è in scena. Beverly è una donna sull’orlo della depressione clinica, che avrebbe avuto bisogno di molto aiuto molto prima che qualcuno effettivamente si degni di offriglielo; ragazza madre, si sente intrappolata in una vita che non ha desiderato e il suo carattere bipolare e avventato è espressione di una disperazione soffocata per troppo tempo.

All’altro angolo c’è invece Bonnie, “Mamaw”, la madre di Beverly. Mamaw è una donna dura ma, al tempo stesso, incapace di arginare la figlia dal momento che si sente responsabile per la vita che Bev ha avuto; una contraddizione che riesce a renderla l’unico personaggio davvero tridimensionale del film, l’unico davvero imprevedibile e interessante, e l’unico a regalare qualche momento di autentica emozione. Grazie anche all’ottimo lavoro di trucco, Glenn Close dà vita a un’agguerrita vecchietta dalla figura misera ma dagli occhi fiammeggianti che ne lasciano intravedere la volontà d’acciaio, quella stessa volontà che si manifesta nel momento in cui si assume la responsabilità dell’educazione del nipote somministrandogli una generosa dose di tough love.

Elegia Americana, il nuovo film di Ron Howard - Wondernet Magazine

Superficiale e maldestro nella scrittura, che brucia in un modo da dilettante anche la rivelazione della difficile infanzia di Beverly, altrimenti espediente perfetto per costruire quel climax che mai avviene, Elegia Americana è un film sulla cultura hillbilly, ma non ne parla, e su un difficile rapporto genitore-figlio, ma non lo affronta. Con questa soluzione di banalità preconfezionate Ron Howard firma un notevole passo falso nella sua carriera, formando un’opera magari non terribile ma sicuramente mediocre. Nonostante questo, il film è candidato a due Premi Oscar, per la Miglior attrice non protagonista e Miglior trucco e acconciatura, due riconoscimenti che meriterebbe davvero di vincere.

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Hillbilly Elegy (Stati Uniti, 2020, 117′)

Regia: Ron Howard

Sceneggiatura: Vanessa Taylor

Fotografia: Maryse Alberti

Musica: Hans Zimmer, David Fleming

Interpreti principali: Amy Adams (Bev Vance), Glenn Close (Bonnie “Mamaw” Vance), Gabriel Basso (J.D. Vance), Owen Asztalos (J.D. Vance da bambino), Haley Bennett (Lindsay Vance).

8 pensieri riguardo “Contemporary stuff: Elegia Americana, di Ron Howard

  1. Non sapevo che tu scrivessi anche su questo blog, è stata davvero una piacevole sorpresa. Comunque non darei troppo peso alle nomination per i Razzies, perché vengono fatte con molta meno cura rispetto a quelle degli Oscar: coloro che le stilano si limitano a prendere i film che hanno incassato di meno e/o che hanno fatto più schifo in termini di gradimento e poi li candidano in tutte le categorie possibili. “Elegia americana” ha fatto schifo a tutti? Ok, candidiamolo. C’è Glenn Close a fare un ruolo di contorno? Ok, la candidiamo come peggior attrice non protagonista. E’ andata così, ci scommetterei un mese di stipendio.
    Comunque Glenn Close ha spaccato anche in Seven Sisters: l’hai visto?

    1. Scrivo già da qualche anno; all’inizio molto di più, ma negli ultimi tempi, facendo fatica anche a mandare avanti il mio, di blog, ho diradato un po’ le comparse qui sopra.

      Non ho visto Seven Sisters, ma non mi sorprende che Glenn Close abbia spaccato: è un’attrice straordinaria, e mi farebbe piacere che quest’anno ricevesse il giusto riconoscimento per il suo lavoro.

      1. Come ricorderai, ho scritto la stessa cosa nel mio ultimo post. Riguardo a Seven Sisters, devi assolutamente vederlo: quando lo andai a vedere al cinema il pubblico rimase così estasiato che fece l’applauso a fine proiezione. Grazie per la risposta, e buona Pasqua! 🙂

    1. Hillbilly si definiscono in modo dispregiativo le persone che vivono nelle aree montuose e campagnole degli Stati Uniti, nella fascia dei monti Appalachi. Era considerata, in maniera un po’ stereotipata, una zona arretrata e provinciale, e le persone che vi vivevano dei rozzi campagnoli ignoranti e dal grilletto facile. D’altra parte, era una popolazione autosufficiente e piuttosto indipendente dal resto degli Stati Uniti. Sarebbe stato bello vedere il protagonista del film affrontare gli stereotipi attribuiti alla popolazione da cui proviene, soprattutto visto che il titolo originale lascia intendere proprio questo.

      1. Gli hillbilly sono diventati famosi ai tempi di Un tranquillo weekend di paura e di recente sono tornati agli onori delle cronache perché ritenuti emblema delle varie maggioranze silenziose e dimenticate responsabili dell’elezione di Trump nel 2016…
        Sono comunità stereotipate, ma secondo me neanche poi così tanto….

  2. Film secondo me un po’ sottovalutato… Glenn Close straordinaria, non sapevo della nomination ai razzie ed è davvero assurdo!!
    Considerato peraltro che è tra le favorite agli Oscar!!

Commenti

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