Su Netflix: Love and Monsters, di Michael Matthews

Di storie con un protagonista fifone che diventa l’eroe suo malgrado ok, ce ne sono a bizzeffe, sotto questo profilo niente di nuovo. Però dai, ci sono anche quei sentieri nel bosco che hai percorso mille volte, eppure ogni volta c’è qualcosa di magico e di diverso. No? Generalmente, la gioia di una ripetizione saporita mette insieme la nostra esigenza di gravitare attorno a una comfort-zone a quella di esplorare nuovi territori (del tipo: cerco un po’ d’Africa in giardino). Fatta questa premessa, dalla quale avrete facilmente intuito che tra i pregi di questo film non figura l’originalità del soggetto, ci chiediamo: quali potrebbero essere dunque gli ingredienti per rendere più sfiziosa la proverbiale “minestrina” del post-apocalittico sottogenere survival-comedy? Proviamo a stilare un elenco (scusate il plurale maiestatis, mi è sempre piaciuto).

Iniziamo con  il protagonista. Se c’è simpatia al primo impatto, il lavoro parte bene, anzi benissimo. Ed è davvero difficile non provare simpatia per Joel Dawson, personaggio chiave di questa monsters comedy che pare uscita da un fumetto (ma non lo è), interpretato dal bravo Dylan O’Brien (Teen Wolf, The Maze Runner). Quei lucciconi quando si blocca contratto dalla paura, quell’aria da cucciolo cresciuto e impacciato del gruppo, quell’ironia decisamente teen un po’ auto-commiserevole e inopportuna che per fortuna riesce a non sconfinare nel cliché della battuta splendida in faccia alla morte; soprattutto quell’idea luminescente, immatura e ingenua dell’amore.  Non è un superboy, non è un nerd sfigato, il suo impeto eroico è totalmente privo di ogni retorica e assomiglia più a un “Mmm ok dai, si va”.

Proseguiamo con i mostri. Le creature disegnate dai team australiano e indiano della Mr. X (rampante studio vfx che ha lavorato per The Shape Of Water e Shazam! che ha recentemente incorporato anche la più storica Mill Film) hanno un taglio vagamente harryhauseniano per le creature più grottesche e rasentano la perfezione visiva negli incubi più tentacolari come la magnifica e terrificante scolopendra gigante di una delle scene più spettacolari. Difficile scegliere nel catalogo assortito delle mostruosità più buffonesche, veramente una più meravigliosa e bizzarra dell’altra (nomi compresi, in una tassonomia del tutto gergale vista la scomparsa di ogni scienza nello scenario post-apocalittico).

La storia. Dicevamo che l’intelaiatura non è affatto originale, ma ogni buona storia ha qualcosa di importante da raccontare e lo butta nel pozzo della contemporaneità. Questa storia, per essere chiari, nasce prima dell’anno pandemico, ma porta in sé un messaggio di liberazione dalla proprie paure, dal proprio bunker per uscire alla ricerca dell’amore (e dell’aria aperta) che non può veramente rimbalzare innocuo in questi tempi. E poi questa idea romantica dell’amore che trova un singolare compimento (non spoilero), senza distruggere né santificare, chiamando in causa il senso di responsabilità che si frappone ai facili ricongiungimenti (qualcuno ha pensato al lockdown? Davvero? Io non ci avevo pensato), riabilitando traumi e ricucendo strappi nello stesso percorso più che nel raggiungimento della mèta. (Ne usciremo migliori = falso; stiamo cambiando = vero).

Aggiungerei anche l’innesto non invasivo del buddy-movie. Sin dalla scena del primo incontro con il cane Boy, in pratica un monologo a cui corrisponde solo la straordinaria espressività del cane (diamogli un Oscar), tutto l’intreccio tra il protagonista e il suo compagno di strada a quattro zampe è un concentrato di momenti bellissimi, incalzanti, divertenti che non cerca mai di arpionare il sentimentalismo dello spettatore.

E chioserei con la scena più affascinante, vagamente steampunk, certamente un po’ artefatta ma di sicura presa; l’aria si riempie di meduse al neon mentre il protagonista discorre con una robot gambizzata a cui rimangono gli ultimi minuti di carica. Sono quegli inserti un po’ gratuiti, fatti apposta per accattivare, con tanto di colonna sonora nostalgic vintage. Suona tutto molto artsy, eppure sono quei momenti di bellezza effimera in cui boh, sarò io, mi sale la gratitudine.

Il risultato finale di tutto questo è una storia frizzante di cui ci si augura presto il seguito. Il regista, tal Michael Matthews, sudafricano, è un carneade del cinema venuto fuori dal cilindro di Netflix che dimostra di amare il taglio fumettistico senza stare troppo a cincischiare sui movimenti di macchina da fighetto. Potremmo dire dunque, ehi ma quindi siamo davanti a un nuovo Edgar Wright? Chissà. Per la cronaca: non mi stupirebbe che questo film col tempo finisca nel cassettone dei film tanto bellini quanto dimenticati, non lo troverei assurdo perché questo tempo sospeso pare volersi fagocitare ogni cosa tipo il Nulla de La Storia Infinita, ma ciò di cui sono certo è che al di là di ogni mio superfluo vaticinio questo film vi piacerà, allietando la vostra serata in pigiamone.  

3 pensieri riguardo “Su Netflix: Love and Monsters, di Michael Matthews

      1. Ma anche a me è piaciuto un sacco ! Sembra l’ennesimo film leggero ma invece è molto ricco di tematiche… Ripeto, la tua accurata recensione dovrebbe invogliare i più scettici !

Commenti

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