contemporary stuff: Family Romance, LLC, di Werner Herzog

Per girare i suoi film, Werner Herzog ha viaggiato per il mondo in lungo e in largo (come si è già avuto modo di rilevare altrove) e dunque può stupire il fatto che ne abbia girato uno in Giappone soltanto alla soglia degli ottant’anni.

Può stupire soprattutto perché il Giappone è un condensato di cultura, costumi, ma anche di contraddizioni che per certi versi vanno a nozze con la poetica filmica di Herzog. E infatti il tema di Family Romance, LLC – ultimo film del regista bavarese a essere stato distribuito in Italia, nel dicembre 2020, ancorché sia stato presentato già nel maggio 2019 – è quello della verità e della finzione, tema herzoghiano per eccellenza. Un tema che viene messo in scena grazie a un soggetto decisamente interessante e originale, che costituisce uno dei maggiori punti di forza del film.

In particolare, Family Romance, LLC parla di un’agenzia che si occupa di noleggiare (finti) amici e (finti) parenti a chi ne faccia richiesta. Per particolari occasioni (ad esempio, un padre per una donna che si deve sposare e che per qualche motivo non può o non vuole invitare quello vero alla celebrazione) o anche per lunghi periodi, come avviene nel plot principale del film, che ruota attorno alla storia di una giovane ragazza a cui la madre noleggia un finto padre affinché questi gli faccia credere di essere colui che l’ha abbandonata da piccola e che adesso ha deciso di rincontrarla.

Family Romance è il nome della società sia nella finzione che nella realtà, una società che davvero svolge quell’attività e che conta 1.400 dipendenti, 1.400 attori che si fingono amici o parenti su richiesta. Perché il film è ispirato a vicende reali e al fenomeno che esiste davvero in Giappone di queste agenzie di “noleggio degli affetti”. E a impersonare il padre della ragazza, in Family Romance, LLC, non è altri che il titolare dell’agenzia.

Ma ci sono anche occasioni più frivole per cui ci si può rivolgere alla Family Romance. Come nel caso della donna che vuole rivivere l’episodio che l’ha resa maggiormente felice (una vincita alla lotteria). O in quello della influencer in pectore che noleggia degli attori per una finta paparazzata in centro che le permetta di accrescere la propria popolarità (e il tema della falsa immagine di sé che si vuol dare sui social network è anch’esso molto attuale).

Ma il corto circuito tra verità e finzione, nel film di Herzog, non si ferma agli umani e ai loro ruoli, veri o fittizi. Riguarda, infatti, anche la tecnologia nel suo ruolo di supplente e di surrogato degli esseri viventi (e in tal senso assistiamo a una sequenza con pesci e receptionist robot in un albergo ipertecnologico di Tokyo). Ma riguarda anche situazioni ed eventi, con l’idea della finta morte da mettere in scena per porre rimedio a una situazione che sta sfuggendo di mano – e che porta a un finale dove vengono messe in dubbio tutte le certezze, tra cui quelle del protagonista, a cui viene il sospetto che la sua stessa famiglia possa essere finta.

C’è persino il finto capro espiatorio – in tal caso, un qualcosa non del tutto estraneo al nostro immaginario, essendo un tema già anticipato dalla narrativa europea, e da Pennac in particolare, con il personaggio di Benjamin Malaussène – che prende su di sé le colpe di un disguido causato da un addetto alle ferrovie (e in Giappone, come noto, pochi minuti di ritardo, o addirittura di anticipo, possono essere motivo di forte biasimo da parte della collettività).

Sembrano cose che possono accadere solo in terra nipponica, ma forse la società giapponese rappresenta soltanto l’avanguardia di una tendenza umana alla a-socialità, a cui il progresso tecnologico sta peraltro imprimendo un’accelerazione enorme (e che la pandemia ha fatto e farà accelerare ulteriormente). Del resto, è notizia di qualche mese fa che in Giappone è stato costituito quello che è stato ribattezzato dai media il “Ministero della solitudine”, un ministero che mira al coinvolgimento dei cittadini nella vita sociale. Si tratta di una notizia tanto curiosa quanto allarmante, in un paese che aveva già un termine ad hoc per la morte da troppo lavoro (il karoshi) o per gli individui, soprattutto giovanissimi, che si isolano dalla società chiudendosi in casa (i famosi hikikomori). E la storia (che per l’appunto è una storia vera) di Family Romance, LLC va a rimpolpare questo ventaglio di stravaganze sociali giapponesi, con un fenomeno che tra l’altro pare sia già stato esportato in altri paesi.

Ma il tema della verità e della finzione in Family Romance, LLC va oltre la mera analisi del soggetto, visto che abbraccia temi metatestuali decisamente interessanti, per analizzare i quali occorre però fare un passo indietro, approfondendo, in particolare, la genesi del film.

A parlare a Herzog della Family Romance è Roc Morin, un suo allievo della Rogue Film School, la scuola di cinema creata da Herzog e che, come si evince dal nome (rogue significa furfante o canaglia) ha un approccio totalmente atipico nell’insegnamento della settima arte.

Si tratta infatti di una scuola di cinema decisamente sui generis, dove non si insegnano la fotografia o il decoupage, bensì attività come forzare lucchetti, avviare auto senza chiavi, falsificare documenti (sul tema della concezione herzoghiana delle scuole di cinema ci sarebbe da scrivere un saggio a sé).

Ad ogni modo, Morin parla a Herzog della Family Romance dopo averne letto in un reportage pluripremiato del New Yorker, uscito nel 2018. Herzog dice al suo allievo che dovrebbe trarre un film da quella storia, ma Morin non pensa di essere in grado di farlo e così Herzog decide che il film lo girerà lui, perché la storia è di quelle da non lasciarsi scappare.

Morin sarà comunque coinvolto nel progetto, come produttore e come secondo operatore, visto che il primo operatore è lo stesso Herzog, che ha girato di persona (e in guerrilla style) buona parte del film.

Family Romance, LLC verrà presentato in anteprima a Cannes nel maggio del 2019. In quello stesso anno, in Giappone, viene girato un documentario su quella stessa agenzia e dopo l’uscita del documentario la stampa nipponica scopre e rivela che il fondatore della Family Romance (nonché protagonista del film di Herzog) aveva fatto impersonare a degli attori le parti di alcuni clienti dell’agenzia che i produttori del documentario avevano chiesto al titolare stesso di poter intervistare.

In altre parole, Ishii Yuichi (questo il nome del fondatore) aveva dato il riferimento di alcuni suoi dipendenti ai produttori del documentario, facendoli passare per clienti della Family Romance e chiedendo loro di fingere di essere tali quando sarebbero stati intervistati. Ma se nel film di Herzog si era nell’ambito del film di finzione (e su questo punto torneremo più oltre), nel documentario giapponese l’intento dei produttori era quello di rappresentare fatti veri, inevitabilmente alterati dalla condotta di Ishii.

Questi sostenne di aver agito in quel modo per tutelare la privacy dei suoi clienti e Herzog sembra aver preso per buona questa spiegazione (come chiunque può verificare dando un’occhiata all’extended Q&A che ha accompagnato la presentazione del film in Italia, nel 2020, sulla piattaforma I Wonderfull, la piattaforma indipendente del distributore I Wonder Pictures).

Ma il New Yorker, immischiato nella vicenda in ben altro modo (il suo articolo non era certo un racconto, bensì un reportage, peraltro vincitore di premi giornalistici), non poteva ovviamente farsi andar bene tale giustificazione e ha dunque attivato il suo dipartimento di fact-checking per svolgere ulteriori indagini, scoprendo infine che nelle storie narrate al reporter due anni prima da Ishii (e da altri intervistati) c’erano diverse cose che non tornavano.

Accade così che nel dicembre 2020 – peraltro, proprio nel mese in cui il film veniva distribuito in Italia – il New Yorker pubblica una editor’s note al reportage del 2018, in cui dà atto dei dubbi emersi sulla vicenda, delle ulteriori indagini effettuate dal dipartimento di fact-checking e delle incongruenze riscontrate, giungendo alla conclusione che le persone intervistate nel 2018 – tra cui il fondatore della Family Romance – non erano del tutto attendibili.

Ma il New Yorker ha tenuto a evidenziare come queste rivelazioni non inficino la portata sociologica e sociale del fenomeno e dell’articolo, anche se non l’ha pensata allo stesso modo il Washington Post, che si è scagliato contro la testata rivale affermando, tra le altre cose, che un articolo che non passa la prova del fact-checking non dovrebbe aggiudicarsi dei premi giornalistici. Come dargli torto, in fin dei conti, e sembra peraltro davvero incredibile che un magazine autorevole come il New Yorker sia incorso in un tale incidente. Ma se pensiamo, d’altro canto, al fenomeno del lost in translation, nonché a un po’ di ambiguità che possono effettivamente aver dimostrato gli intervistati e a una legge sulla privacy giapponese che i giornalisti americani hanno scoperto essere molto rigorosa – e che dunque limitava un fact-checking scrupoloso – ebbene, tutto ciò considerato, l’inciampo in cui è occorso il New Yorker non è poi così ingiustificabile.

Tutto ciò premesso, va rilevato come questa vicenda – oltre a solleticare sotto vari aspetti la curiosità dei tuttologi – si presti a un’interessantissima disamina teorica, considerato che Herzog è l’artefice del concetto di verità estatica o verità intensificata, quella verità che talvolta va ricercata ricorrendo a ricostruzioni artificiose o a mezze verità.

Delle mezze verità per arrivare a “una verità e mezza”, come Herzog aveva di recente affermato, con formula sicuramente suggestiva, in Nomad – In cammino con Bruce Chatwin. E questo sembra proprio un caso di mezze verità che permettono di costruire l’herzoghiana “verità e mezza”, anche se ciò che più colpisce di questa vicenda è il fatto che l’artefice di questo groviglio non sia stato lo stesso Herzog, il quale, questa volta, si è trovato coinvolto ed è stato testimone dell’esercizio da parte altrui di una costruzione teorica da egli ideata, finendone in qualche modo invischiato.

Ma questo piccolo giallo e le conseguenze che si porta appresso non sono gli unici aspetti (oltre al soggetto, come detto in apertura) che rendono questo film l’ennesimo saggio herzoghiano sul tema della verità e della finzione.

C’è infatti un altro tema a cui occorre rivolgere lo sguardo ed è quello della commistione tra fiction e non-fiction, uno degli aspetti caratteristici della filmografia di Herzog e che quest’opera in particolare sembra voler cavalcare. Perché se è vero che Family Romance, LLC è sicuramente un film a soggetto – come affermato dallo stesso regista e come del resto verificabile dopo una analisi non superficiale – è anche vero che il film ha alcuni connotati tipici del documentario. E non soltanto, ovviamente, per il fatto di ispirarsi a una storia vera (il mondo della fiction è pieno di film basati su fatti reali), o di utilizzare come attori il vero titolare della Family Romance e suoi dipendenti (altrimenti sarebbe un documentario anche il recente Ore 15:17 – Attacco al treno di Clint Eastwood, per fare un esempio).

Sono anche gli aspetti formali a far propendere per uno stile apertamente documentaristico, a cominciare dalla fotografia, dai suoi colori e dalla luminosità. Una fotografia se vogliamo anche un po’ dozzinale, poco curata, dalla grana grossa. Del resto lo stesso Herzog ha ammesso di aver girato il film con mezzi di fortuna, con un budget misero e talvolta addirittura di nascosto, soprattutto le scene in esterni, per le quali non sempre aveva l’autorizzazione a filmare. E il fatto di girare di nascosto, nei parchi, tra la gente, è una conferma formale (prima ancora che sostanziale) di questa commistione tra fiction e documentario.

Quelli citati sono tutti aspetti che portano Family Romance, LLC a essere considerabile potenzialmente come uno dei film più importanti di Herzog sul tema della verità e della finzione.

E non soltanto: Family Romance, LLC è anche uno dei più riusciti film a soggetto degli ultimi anni della carriera del regista tedesco (in un periodo in cui gli sono venuti sicuramente meglio i documentari che le opere di finzione) e addirittura – come sancito dallo stesso regista – può ritenersi un film essenziale per comprendere la sua poetica, tanto che Herzog lo ha messo sullo stesso piano di capolavori come Aguirre o Nosferatu. Niente meno.

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Family Romance, LLC (USA, 2019, 89′).

Regia e Fotografia: Werner Herzog

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