Al cinema: Elvis, di Baz Luhrmann

Non sapevo bene cosa aspettarmi entrando in sala per vedere Elvis, se non che queste aspettative puntavano quasi tutte verso il basso. Come ripeto spesso, io sono molto ignorante in fatto di musica e anche su Elvis Presley la mia conoscenza si limita quasi esclusivamente al sentito dire e ai brani universalmente più famosi, per cui un biopic su di lui non era esattamente in cima alle mie priorità; se aggiungiamo che avevo già visto il protagonista, Austin Butler, solo in quella schifezza di The Shannara Chronicles ero già pronto a metterci una pietra sopra. Come spesso accade, però, sono stati i nomi ad attirarmi, in questo caso Baz Luhrmann e Tom Hanks; così ho ceduto, l’ho visto ed è stato… diciamo che è stato diverso da quello che mi aspettavo.

Il film racconta il morboso e controverso rapporto tra Elvis (Austin Butler) e il Colonnello Tom Parker (Tom Hanks), l’uomo che per tutta la vita gli ha fatto da manager, ha lanciato la sua stella e ha parassiticamente vissuto alle sue spalle. La relazione tra i due protagonisti domina il racconto, lasciando sullo sfondo tutti i grandi sconvolgimenti della storia americana e le importanti rivoluzioni che hanno segnato l’epoca, ciascuna rievocata soltanto nella misura in cui influenza i rapporti di forza tra Elvis e il Colonnello, due figure che diventano sempre più colossali nel loro astrarsi dalla forma fisica contingente che assumono per diventare qualcos’altro, dei simboli per raccontare la distruzione di un sogno da parte di chi, quel sogno, lo ha foraggiato solo per il proprio egoistico interesse.

In apertura ho definito Elvis un biopic, ma la definizione non è davvero corretta dal momento che da un biopic ti aspetti di imparare qualcosa sulla vita di una persona. Baz Luhrmann non sembra avere questo obiettivo, a lui non importa raccontare in maniera pedissequa la biografia di Elvis, che ognuno può scoprire leggendo la sua pagina su Wikipedia, e utilizza il personaggio per mettere in scena una sorta di fiaba moderna in cui l’orco mangia lentamente il protagonista o, con un paragone ancora più calzante, una tragedia di taglio quasi Shakespeariano nell’individuare un fondamentale difetto nel protagonista che ne segni irrimediabilmente la distruzione. Elvis non è dunque un film da approcciare per avere un racconto affidabile sulla vita del cantante, dal momento che il film stesso dichiara la propria non obiettività scegliendo come voce narrante il Colonnello, colui che si configura come il villain del film, ma è una metafora da interpretare nei significati che vuole trasmettere con la contrapposizione tra due personaggi che non hanno scale di grigi, non hanno profondità, ma sono quasi archetipici come i personaggi, appunto, di una fiaba.

Probabilmente il personaggio più viscido e repellente mai interpretato da Tom Hanks, il Colonnello approccia Elvis attirato dalla carica rivoluzionaria della sua performance e dalla vulnerabilità che immediatamente percepisce dentro di lui, gioca con la sua fiducia e le sue insicurezze infilzandolo sempre più a fondo nell’amo che userà per anni per guadagnare soldi alle sue spalle. Il contratto che lui e Elvis firmano ha tutte le caratteristiche del patto faustiano, un accordo demoniaco che il giovane cantante stipula con il mefistofelico agente incantato dalle sue lusinghe solo per ritrovarsi intrappolato in una schiavitù senza via di fuga, un accordo che nel suo essere troppo bello per essere vero si dimostra esattamente così: una catena dal quale Elvis non riuscirà mai a liberarsi proprio a causa del fatal flaw a cui si accennava prima, ossia la sua ricerca compulsiva di amore e approvazione.

È questa caratteristica fondativa del personaggio di Elvis, rafforzata dalla prematura morte della madre, dalla discriminazione nel quartiere in cui è cresciuto e dall’esperienza dell’isteria di massa provocata dalla sua musica, a provocarne, in definitiva, la rovina, impedendogli di allontanare la personalità tossica e criminale del Colonnello anche nel momento in cui la sua truffa viene a galla scegliendo, invece, di sottomettersi nuovamente a lui pur di non perdere l’amore delle persone che ha intorno. Un personaggio assolutamente tragico, quindi, vittima di circostanze e volontà più forti della sua che lo hanno convinto a inchiodarsi volontariamente sulla croce dove sarebbe morto; dall’altra parte abbiamo un cinismo e un egoismo senza redenzione, un diavolo che fa della seduzione la sua arma per corrompere l’innocente su cui ha messo gli occhi.

In questo, nel suo essere tutto bianco o nero, bene o male, vittima o carnefice, è evidente come Elvis sia un racconto del tutto inaffidabile, portato in scena da una regia che, allo stesso modo, rifiuta il realismo, la verosimiglianza, per affidarsi invece all’artificio e a tutti i trucchi che il linguaggio cinematografico gli concede. Proprio come Elvis sul palcoscenico, Baz Luhrmann è più che mai scalmanato, senza freni e senza controllo nel dirigere il suo film, estremo nella rapidità del montaggio e in una colonna sonora che, usando come punteggiatura le canzoni di Elvis, sembra invocare di essere ballata forsennatamente. Lo stile del film è quello a cui Luhrmann ci ha abituato nel corso degli anni, un’estetica iper-patinata abbinata a una regia da videoclip che sembra più puntare a influenzare lo spettatore in maniera subliminare piuttosto che a raccontare una storia in maniera ordinata, con inquadrature che durano un battito di ciglia e un punto di vista che si sposta in continuazione quasi a volerti disorientare volontariamente. Uno dei momenti migliori è la presentazione di Elvis stesso, all’inizio del film: sempre attraverso il punto di vista del Colonnello, Luhrmann sembra cercare in tutti i modi di guardare in faccia un ragazzo che, dal canto suo, sembra evitare costantemente la macchina da presa, lo vediamo di spalle e ne indoviniamo solo dei dettagli mentre cerchiamo il punto migliore da cui osservare il protagonista finché, fatalmente, fugge. È solo un attimo dopo, sul palcoscenico, nel suo habitat naturale, che finalmente Elvis si lascia trovare e affronta direttamente lo sguardo e il giudizio dello spettatore, un giudizio che vince grazie all’ottima esibizione di un giovane attore, Austin Butler, che non dimostra alcuna difficoltà nel reggere la scena da solo né a condividerla con Tom Hanks senza correre il rischio di finire in ombra.

Elvis è dunque un film molto particolare, secondo me uno di quei titoli che si ama o si odia. Non è un film obiettivo, non è un film che vuole raccontare la storia come è avvenuta e non è un film che ha interesse a descrivere accuratamente il proprio protagonista; in questo, si potrebbe dire, Elvis è un fallimento, e se cerchi qualcosa che ti insegni tutto su di lui, la sua vita e la sua carriera uscirai dal cinema estremamente deluso. Però è un film che riesce a mettere in scena sentimenti e pulsioni molto più universali, capaci di trascendere la forma fisica accidentale dei personaggi che se ne fanno portatori: parla del carattere rivoluzionario dell’arte all’interno di una società repressiva, racconta di come questa carica rivoluzionaria possa essere sfruttata cinicamente per ottenere un guadagno e poi soffocata quando diventa troppo difficile da gestire. Soprattutto, però, cavalca il divismo delle star per trasformare la figura di Elvis veramente in quella di un personaggio mitologico, un’icona che rappresenti un carattere ideale da far scontrare contro un ideale radicalmente opposto mettendo in scena una lenta ma inesorabile distruzione – e autodistruzione – di un uomo incapace di rinunciare all’amore e all’approvazione delle altre persone. Se come film biografico, quindi, manca totalmente il bersaglio, come parabola funziona perfettamente, ed è per questo, secondo me, che si tratta di un lavoro assolutamente riuscito e molto interessante.

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Elvis (USA e Australia, 2022, 159′)

Regia: Baz Luhrmann

Sceneggiatura: Baz Luhrmann, Sam Bromell, Craig Pearce, Jeremy Doner

Fotografia: Mandy Walker

Musiche: Elliott Wheeler

Interpreti principali: Austin Butler (Elvis Presley), Tom Hanks (Colonnello Tom Parker), Helen Thomson (Gladys Presley), Richard Roxburgh (Vernon Presley), Olivia DeJonge (Priscilla Presley).

5 pensieri riguardo “Al cinema: Elvis, di Baz Luhrmann

    1. Sono andato a leggere e direi di sì, anche se mi sembra di capire che il mio giudizio sia più positivo del tuo – ma io, come ho scritto, non conoscevo nulla della sua storia e potevo solo immaginare le omissioni e le edulcorazioni che tu hai segnalato nel tuo articolo.

  1. Finalmente l’ho visto. Non mi ha entusiasmato ma è un film piacevole, godibile, con aspetti che mi sono piaciuti e altri meno (l’idea della voce narrante del colonnello, ad esempio). Di sicuro si può dire però che luhrmann vuole fare cinema, non propone l’ennesimo biopic mediocre, buono soltanto per riempire i cataloghi delle piattaforme di streaming. È il suo merito principale

    1. Esatto, chiaramente può piacere o meno ma non si può negare che abbia una voce molto chiara e sappia come usarla per distinguersi dal chiacchiericcio indistinto.
      Come mai non ti è piaciuta la scelta di far narrare la storia dal Colonnello? Io l’ho trovato una dichiarazione d’intenti molto forte.

      1. Allora, in generale la voce narrante non mi piace come idea narrativa, a parte quando è essa stessa così caratterizzata da diventare protagonista (es. Amelie)… che la scelta di adottare il punto di vista del colonnello sia una scelta forte non è in discussione, anche perché spinge l’analisi del personaggio verso una dimensione quasi scientifica, distaccata, con l’occhio cinico dell’impresario che vede il fenomeno divistico come macchina da soldi purchessia…
        Ciò nonostante l’ho trovato sminuente per sfruttare il potenziale di un soggetto così ingombrante e infatti tutte le volte che interveniva la voce narrante mi sembrava che il film scendesse di livello e si banalizzasse…

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